Se il partito indipendentista fa il salto di qualità

di PAOLA BONESU

I successi dello Scottish National Party – ormai impegnato in una campagna referendaria che potrebbe condurre la Scozia verso una scelta indipendentista – hanno imposto il partito di Alex Salmond come uno dei modelli internazionali per coloro che si battono per la libertà della propria nazione.

Come ha ben evidenziato in questi spazi Giovanni della Valle nel suo articolo “Cosa sta succedendo in Scozia: una lezione utile ai Veneti e non solo”, sono diversi i fattori alla base dell’ascesa dell’SNP e dello sviluppo del dibattito indipendentista all’interno dell’opinione pubblica scozzese.
Non si è trattato di un percorso lineare e non sempre la causa indipendentista ha goduto di questi favori e di un forte consenso elettorale. L’SNP – a differenza di tutti i partiti nostrani – è una realtà pluridecennale: nasce infatti nel 1934 e il primo vero exploit lo ottiene dopo 40 anni di storia, quando, alle elezioni del 1974, riesce a conquistare il 30,4% e 11 seggi all’interno del Parlamento Britannico. I risultati elettorali però, da quell’anno in poi si rivelano tutt’altro che incoraggianti, con un picco minimo dell’11,7% nel 1983 e un assestamento intorno al 20% negli anni successivi. La rinascita del Parlamento Scozzese, promossa dalle riforme del governo labour di Tony Blair, vede l’SNP capace di conquistare il 28,7% alle elezioni dell’assemblea nazionale nel 1999. Tuttavia già nel 2003 l’SNP non va oltre il 23,8% alle elezioni per il Parlamento Scozzese. Quattro anni dopo – un po’ a sorpresa – lo ritroviamo maggioranza relativa con il 32,9%. E nel 2011 arriva il trionfo sancito dalla conquista del 45,4% dei voti.

Cos’è cambiato tra il 2003 e il 2007? Al di là dei diversi fattori intervenienti, va rilevato un salto di qualità nell’approccio del partito alla ricerca del consenso. È in questi anni che si sviluppa tra i quadri dell’SNP una maggiore sensibilità verso quello che Giovanni della Valle nel suo articolo individua come l’utilizzo di “strategie di marketing studiate a tavolino dai migliori esperti del settore”. Un approccio che, al di là delle diverse tecniche e saperi in gioco, significa capire cosa si voglia dire, a chi lo si voglia dire e come sia meglio dirlo. È un passaggio rilevante per qualsiasi organizzazione, ma lo è ancora di più per quei partiti che si devono scontrare con una propaganda unionista e favorevole allo status quo sedimentata persino all’interno della propria popolazione di riferimento. La necessità di articolare la propria idea e di trasmettere la propria “emozione nazionale” non può che passare da un momento di riflessione in cui il partito si mette in gioco, si confronta con le professionalità più adeguate e capisce che l’adesione alla propria battaglia (per quanto sacrosanta) non è nient’affatto scontata, ma si sviluppa attraverso la creazione di politiche mirate e la capacità di comunicarle efficacemente.

Un confronto tra le spese sostenute dall’SNP nelle campagne elettorali del 2003 e del 2007 è illuminante da questo punto di vista. Se nel 2003 la spesa per attività di ricerca di mercato e sondaggi sostenuta dall’SNP era stata di circa 8mila sterline (più o meno 10mila euro), nel 2007 la spesa nello stesso campo è di ben 178mila sterline (poco meno di 230mila euro) [dati ufficiali relativi ai 4 mesi immediatamente precedenti le elezioni, trasmessi dal partito all’Electoral Commission]. Attraverso il dispiegamento di forze dei suoi volontari e l’utilizzo di database informatici, l’SNP inizia a mappare sistematicamente tutta la Scozia e gli elettori città per città. Conoscere il proprio elettore significa sapere a chi si va a parlare e quali argomenti sia opportuno utilizzare, il che fornisce un vantaggio strategico non indifferente (è del resto così anche nelle piccole sfide della nostra quotidianità). Lavorando in partnership con un’agenzia specializzata nella comunicazione politica, attraverso i dati raccolti nelle analisi di mercato, il partito studia e sviluppa un messaggio chiaro e convincente per le elezioni 2007, impostando la propria propaganda politica in maniera coerente e capace di creare un vincolo emozionale con il proprio elettorato.

Anche la qualità dei materiali prodotti (dai depliant agli spot elettorali) subisce un enorme balzo in avanti. Non a caso quindi la spesa sale rispettivamente dalle 136mila sterline del 2003 alle quasi 500mila del 2007 per la pubblicità e dalle 62mila sterline alle 90mila per la realizzazione di spot elettorali. In particolare – nel 2007 – il partito si impegna a comprare pagine in cui promuove le proprie policies su quei giornali di tradizione unionista da sempre schierati contro la politica dell’SNP e degli altri movimenti indipendentisti. L’utilizzo di professionalità dedicate alla comunicazione migliora l’immagine dell’SNP che viene percepito dagli elettori come un’alternativa concreta e “di peso” a Conservatori e Laburisti. In questo modo, un partito già relativamente forte e in qualche modo avvantaggiato da un sistema partitico non frammentato, compie un ulteriore salto di qualità.

È chiaro che per dispiegare una simile macchina da guerra occorre reperire adeguate risorse finanziarie. Contrariamente ad un’opinione che si sta facendo largo nel dibattito pubblico italiano – ossia che la buona politica sia solo quella fatta “con pochi soldi” – l’analisi dei costi di un successo ci dimostra ben altro. A meno che la visibilità non sia in qualche modo “regalata” dai media mainstream (quanti servizi tv su Beppe Grillo sono andati in onda nel periodo dell’ultima tornata amministrativa? Che valore monetario avrebbero quegli spazi se acquistati?), sono necessarie risorse importanti per guadagnare i propri spazi, sviluppare l’organizzazione del partito, produrre idee, materiali e comunicare in maniera efficace.

Fondamentale sarà quindi la capacità di trasmettere la validità del proprio progetto e convincere chi ci crede e chi ne possa essere avvantaggiato a investire nella propria battaglia politica. L’SNP trovò e trova ancora imprenditori interessati allo sviluppo del dibattito indipendentista in Scozia, che finanziarono il partito permettendone l’ascesa. Sfogliando i dati della commissione elettorale britannica, si vede, ad esempio, come Brian Souter (imprenditore scozzese, CEO di una multinazionale operante nel settore dei trasporti) solo tra il 2006 e il 2007 abbia investito 625mila sterline (circa 800mila euro) a sostegno della campagna del partito.
Sono numeri importanti e magari irraggiungibili, ma siamo sicuri che non vi siano imprenditori (qua o all’estero) interessati a sostenere le rivendicazioni indipendentiste di veneti, sardi, friulani, lombardi, liguri e siciliani? Siamo sicuri che non si possa creare un progetto valido e credibile che possa spingere elettori, imprese e associazioni a investire su un futuro diverso?
paolabonesu@panepolitica.it

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9 Comments

  1. nicola says:

    A tutti i Veneti… bisogna credarghe dal tutto….. semo sta inglobà in sta Italieta da 4 schei in maniera truffaldina….. l’indipendenza de la nasion del Leon de San Marco no la xe mia utopia,ma realtà

  2. Leonardo says:

    Molto interessante.

  3. Mauro Cella says:

    Sì, tutto giusto ma non dimentichiamo un piccolo dettaglio: qua da noi i soldi chi ce li mette?
    Le piccole aziende, gli artigiani e i negozianti che devono lottare per restare aperti? I dipendenti che non riescono ad arrivare a fine mese?
    Perché di sicuro dalle grande aziende che mettono la bandierina italiana sui loro prodotti non si vedrebbe neanche una lira (che vale 1/1936 di euro).

    La questione dei “pochi soldi” è fare di necessità virtù: certo, si può guardare allo SNP per avere ispirazione ma i loro mezzi sono ben aldilà della nostra portata. Molto più fattibile è un modello Movimento Cinque Stelle, se non altro perché i costi sono relativamente contenuti.

    E un’altra cosa da considerare. Noi non abbiamo lo stesso “spirito nazionale” degli Scozzesi nè, per restare in tema di marketing, il loro “brand awareness”. Cosa significa? Che nel mondo bene o male chiunque è al corrente che la Scozia è diversa da Galles, Inghilterra etc. Noi siamo invece considerati mangiapasta lavativi se non addirittura mafiosi con la coppola in testa e la lupara a spalle indipendentemente dalla realtà dei fatti. All’estero chi ha esperienza d’Italia sa che la Lombardia è diversa dalla Romagna, dalla Toscana o dalla Sicilia, ma tutti gli altri ci vedono come “‘o Paese d’o Sole” da Trento in giù.

    E’ su questo “brand awareness” che bisogna lavorare, in congiunzione con un “risveglio delle coscienze”, ovvero sia fare capire che larga autonomia o indipendenza sono gli unici metodi non solo per non farci trattare come camorristi, ma anche per liberarci della tirannia delle istituzioni italiane, partendo da Regioni e Province, creature artificiali che sono spesso la prima linea di difesa di Roma.

    Non guasta neanche lavorare su alcuni punti già abbozzati in quel di Jesolo, ovvero sia “vendere” il progetto indipendentista come grande occasione per liberarsi del modello economico italiano. A chi non piacerebbe potere investire come in Germania o avere tasse al livello dell’Austria? Bisogna far capire che finché c’è l’Italia, colle sue legioni di mantenuti, le aziende monopoliste a parole private ma di fatto “controllate” dallo Stato e, soprattutto, una cultura che denigra e disprezza la proprietà privata esaltando invece il “pubblico”, non si va da nessuna parte. Non ci vincerà amici a sud del Po (già in Emilia, pure terra di grandi lavoratori, sono concetti visti con sospetto a causa della nefasta influenza del vecchio PCI) ma noi dobbiamo lavorare per noi stessi. Se gli altri vogliono continuare a vivere come adesso, saranno liberi di farlo.

    Spero che la linea del dibattito intrapresa a Jesolo continui, e alla svelta, per trovare soluzioni: lo sfasciarsi dell’Italia e della UE, che gli indipendentisti li vede come fumo negli occhi, sono una grande occasione che non potrebbe mai più ripresentarsi.

    • Oskar54 says:

      Se in Veneto, o Lombardia, che sono due tra le regioni più ricche del mondo (altro che scozia) non si trovano soldi o è perchè in realtà non gliene frega niente a nessuno dell’indipendenza oppure èperchè i vari movimenti non sanno costruirsi quel minimo di credibilità che consente di raccogliere fondi. Io credo vera la seconda ipotesi, ma è solo la mia opinione. Il resto sono pie autogiusticazioni.
      Non esiste un modello 5stelle, a meno che tu non abbia sottomano un comico indipendentista molto famoso, molto ricco e con dietro un team di consiglieri molto ben pagati.
      Grazie cmq per avere raccolto la mia provocazione e per avere se non altro cercato di ragionare sul punto fondamentale, cosa che pare non interessare i vari indipendentisti sempre pronti ad accapigliarsi su questioni fondamentali come il numero di garibaldini ubriachi o sul colore delle mutande di Daniele Manin.

  4. GRoversi says:

    Ottimo articolo, i miei complimenti.

  5. oskar54 says:

    noto che quando si va sul pratico, come nel caso di questo bell’articolo, la discussione latita

  6. gibuizza says:

    Questo è proprio il difetto della Lega Nord in Italia. va bene stare sul territorio per star vicino alla gente (anche se si tengono aperte le sedi locali 2-3 ore alla settimana) ma occorre anche dare alla gente la possibilità di informarsi, di conoscere, di rispondere agli attacchi degli avversari e la Lega Nord cosa fa? permette la lettura del suo unico giornale solo a pagamento, sui suoi siti nazionali e locali presenta quattro notizie in tutto con articoli lunghi non più di 10 righe, e mai sponsorizza i suoi risultati e presenta dati numerici di raffronto.

    • sciadurel says:

      purtroppo gli unici risultati ottenuti dalla Lega Nord sono le cadreghe e le poltrone … non vedo cosa avrebbero da pubblicizzare

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