Se il fisco ti stressa, puoi farti risarcire!

di ALTRE FONTI

Esiste lo stress da fisco, specie quando l’erario agisce in assenza di qualsiasi ragione. In tali casi, il contribuente va risarcito doppiamente, soprattutto se il “patema d’animo” è stato causato proprio dalla negligenza dell’Ufficio.

Questo principio risale a una sentenza di qualche anno fa, emessa dalla Commissione Tributaria provinciale di Roma [1]: in verità una delle poche che riconosca uno specifico danno al contribuente tartassato dalla esecuzione forzata illegittima. Pertanto, val la pena di riprendere in mano il precedente e portarlo di nuovo all’attenzione di tutti.

Nella vicenda, l’Agenzia delle Entrate aveva perseguito l’erede di una contribuente, in mora con il fisco, nonostante quest’ultimo avesse rinunciato all’eredità e ciò risultasse chiaramente dalla documentazione esibita.

Nei casi in cui il contribuente si trovi a vivere un vero e proprio calvario per via dell’esecuzione forzata illegittima, avviata dall’Agenzia delle Entrate o da Equitalia, nonostante la chiara illegittimità della stessa, gli possono essere liquidate due diverse fonti di danno (oltre, ovviamente, al rigetto della pretesa dell’amministrazione fiscale):

1) il risarcimento per tutti i danni subìti dall’illegittima pretesa [2]: per esempio, nel caso di ipoteca iscritta su un’immobile, si potrà provare che è sfumato un buon affare connesso a una vendita del bene. Ancora, nel caso di un fermo illegittimo sull’auto, si dovrà dimostrare di non aver potuto lavorare o di essere stati costretti a prendere in noleggio un altro mezzo. Insomma, il risarcimento, in questi casi, scatta per tutte le ovvie le ripercussioni di tipo economico e morali che hanno colpito il cittadino;

2) il risarcimento per lite temeraria: il codice di procedura civile [3] stabilisce che, se il giudice accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, condanna – su istanza della parte danneggiata – al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente.

I giudici, pertanto, oltre a rifarsi alla generale norma in tema di risarcimento materiale dei danni da fatto illecito [2], hanno voluto riconoscere al contribuente anche un danno morale connesso al “patema d’animo e allo stress” determinati dalla tenace resistenza delle Entrate.

Per l’esito della vertenza, infine, secondo la Commissione sono emersi evidenti profili di danno erariale tali da disporre la comunicazione della sentenza alla Procura regionale della Corte dei conti per il Lazio per le valutazioni di competenza.

Una pronuncia, questa, davvero significativa nel panorama del risarcimento del danno morale nel contenzioso tributario che trova un precedente nella sola sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano [4].

Lo specifico mezzo

Non bisogna dimenticare che l’ordinamento prevede, con una legge speciale [5] la possibilità, in capo al debitore-contribuente che si ritiene leso dall’esecuzione attuata illegittimamente dall’agente della riscossione, di richiedere il risarcimento danni nel caso quest’ultimo abbia posto in essere un esecuzione forzata (pignoramento mobiliare, immobiliare o di crediti verso terzi) senza averne diritto e purché l’esecuzione sia stata portata a compimento.

Si tratta di un’azione residuale rispetto ai mezzi che la disciplina prevede per rimuovere atti irregolarmente compiuti nel corso della procedura esperibile, in particolare, quando alla denuncia dell’irregolarità da parte dell’esecutato non è seguita la rimozione.

La legittimazione attiva compete a chiunque si ritenga leso dall’azione esecutiva intrapresa dall’agente della riscossione e la competenza a conoscere e decidere spetta al giudice ordinario.

Si tratta di una tipica azione di responsabilità “extracontrattuale” [6] con la conseguenza che è l’esecutato-attore che deve provare di aver subito un danno ingiusto che deriva, quale conseguenza immediata e diretta, dal comportamento doloso o colposo dell’agente della riscossione. Inoltre, il danno deve consistere nella lesione del diritto del debitore all’integrità del proprio patrimonio, sotto forma di danno emergente o di lucro cessante.

Alla luce delle considerazioni fin qui svolte, emerge quindi la possibilità per il contribuente, in presenza di un atto illegittimo, che in relazione all’attività di riscossione è identificabile principalmente con l’iscrizione di ipoteca, il fermo di beni mobili registrati o il pignoramento di crediti presso terzi posti in essere senza alcun diritto, di agire per l’annullamento o la sospensione della procedura in sede di commissione tributaria e/o di autorità ordinaria sia per il risarcimento del danno da richiedere con un’azione propria da proporre innanzi all’autorità giudiziaria ordinaria.

NOTE

[1] CTP Roma, sent. n. 52/26/08.

[2] Art. 2043 cod. civ.

[3] Art. 96 cod. proc. civ.

[4] CTP Milano, sent. n. 314/15/07.

[5] Art. 59 del Dpr 29 settembre 1973, n. 602.

[6] Art. 2043 cod. civ.

TRATTO DA: http://www.laleggepertutti.it

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