Se il compagno Capanna difende il vitalizio di 7.950 euro al mese

di BRUNO DETASSIScapanna

Aveva già fatto clamore nei giorni scorsi la notizia del ricorso degli ex consiglieri regionali della Lombardia contro la legge regionale che ha tagliato loro i vitalizi e del 10%. Qualcuno di loro sui social si era giustificato affermando che difendevano il principio che i diritti acquisiti non si toccano. Certo, come i giudici della Consulta che avevano rigettato il taglio alle loro pensioni, rigettando però anche il referendum per abolire la legge Fornero che ripristinava la pensione agli esodati. Sempre questioni di principio, insomma.

E’ tutto un gridare allo scandalo contro i 50 ricorsi degli ex consiglieri lombardi. Il presidente dell’associazione che riunisce gli ex consiglieri Luigi Corbani ha detto durante una conferenza stampa a Palazzo Pirelli che ”presto ce ne saranno anche altri alla Corte dei Conti e al tribunale ordinario”. Corbani ha affermato che loro sono ”stanchi di essere descritti come quelli che hanno affossato lo Stato e le casse pubbliche” mentre i consiglieri in carica non sono delle ”vergini immacolate”.

A questo punto Corbani spiega che ”nel 1995 la nostra indennità, rivalutata al 2015, era uno stipendio netto di 3.650 euro, mentre oggi è di 7.950 euro”. ”Non c’e’ nessun attaccamento ai 100 o 200 euro, questa è una battaglia sui diritti acquisiti”, ha evidenziato Mario Capanna, ex consigliere e leader del ’68. ”Se passa il principio che si possono cambiare – ha continuato – si potrebbe poi metter mano a piacimento ai diritti acquisiti di lavoratori e pensionati”.

Caro Capanna, lo hanno già fatto. Forse sarebbe stato il caso di dire quanto portano a casa, netto, gli attuali consiglieri regionali, quanto sia ambita ancora oggi quella cadrega, da tutti, da destra a sinistra. E quanto guadagnino gli ospiti dei consigli di amministrazione degli enti nominati dalla politica. Regionale.

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2 Comments

  1. ernesto says:

    Caro Detassis, anteponendo un “caro” al Capanna lo si eleva ad uno stato che non merita. Chi conosce la storia di Capanna, e sono tanti, può, anzi deve riconoscere che i suoi “diritti acquisiti” furono un errore, una mistificazione, un regalo e una frode dei politicanti a carico dell’erario e quindi ai danni dei contribuenti tutti. Lo stesso Capanna non si può permettere di porsi sullo stesso piano dei lavoratori e dei pensionati (sempreché questi ultimi non siano del tipo cui lo stesso appartiene). E’ interessante notare come il cofondatore di un movimento che fu chiamato “democrazia proletaria” (ad esclusione di tutto il resto della società, che non era composta di soli latifondisti ed industriali guerrafondai) abbia assunto nel corso degli anni ’80 una metamorfosi esistenziale davvero interessante. Il titolo di onorevole nel parlamento italiano gli stava stretto (anche se gli emolumenti milionari andavano ben al di là delle sue iniziali aspirazioni di ragazzo senz’arte né parte). Decise quindi di frequentare il set internazionale in quel di Bruxelles, dove la vita era sì più cara che a Roma o Milano ma dove lo stipendio era raddoppiato e poteva fregiarsi del titolo di parlamentare europeo (che allora non era sputtanato) e cominciare ad ampliare la rete di contatti. Il salto di qualità, nell’apparenza, fu subito notato: quando si presentava in televisione sembrava un dandy, in netto contrasto con jeans e maglione rattoppati di qualche tempo prima. Ma sotto la giacca di cashmere, la camicia di sartoria e le scarpe di Rossetti e le calze lunghe si notava il ragazzo umbro che si era trasferito a Milano e che per darsi maggior tono era passato dalla Statale alla Cattolica (il provincialismo ha di queste espressioni). E da Bruxelles curava i collegamenti con Milano dove si era introdotto, non senza fatica, nella cerchia più marginale dell’entourage che poi verrà denominato radical-chic, con accesso facilitato a certi ambienti che contavano sia politicamente che socialmente. Quando, dopo qualche anno, ritenne che i tempi fossero maturi, rientrò in patria, dove intensificò i contatti che contano, persino con i socialisti, allora al potere e da lui in passato più volte accusati in televisione di ogni sorta di nefandezze. In quel periodo Milano era flagellata dagli sfratti resi esecutivi dal tribunale e migliaia di famiglie che non trovavano posto dove andare venivano ospitate in alberghi e pensioni a carico del Comune. E’ di quel periodo l’assegnazione (assessorato socialista) a Capanna di un appartamento di circa 150 metri quadrati in Via Dogana, via breve e chiusa al traffico ad un tiro di fionda dal Duomo. Difficile, ma non impossibile, immaginare per quali ragioni il destino abbia favorito Capanna e non uno delle migliaia di veri bisognosi che avevano bivaccato persino sulla strada in attesa di un appartamento. In quel momento SI’ sarebbe stato il caso di parlare di diritti, ma da parte degli sfrattati, dopo una vita di lavoro, e se Capanna fosse stato il democratico-proletario che un tempo amava definirsi avrebbe ceduto l’appartamento ad una famiglia di sfrattati. Ma non lo fece, forse perché anche lui teneva prole: un figlio ed una compagna. O forse perché gli sfrattati non potevano contare sulle giuste conoscenze nelle stanze dei bottoni. In seguito, a distanza di anni, quando qualcuno gli ricorda la cosa lui si limita a dire (intervista televisiva) che l’appartamento in questione era da tempo disabitato, pieno di ragnatele ed aveva i vetri delle finestre imbrattati di deiezioni dei piccioni che sostano in P.zza Duomo, appena fuori dalla porta di casa. E chi non avrebbe accettato una simile schifezza, a canone agevolato che anche un proletario avrebbe potuto pagare, in un bel palazzo signorile degli anni trenta nel cuore di Milano ? La natura umana, si sa, è volubile. Ed i politicanti non sono da meno. Però non devono esagerare e pensare che tutto quanto è passato, anche recente, vada dimenticato.

  2. Dan says:

    Chissà cosa dovrebbero dire tutte quelle esodate che avrebbero dovuto andare in pensione a 55 anni ed invece dovranno sperare di farcela entro i 67….

    Sono tutti comunisti con i soldi degli altri

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