Se i patrioti del Sud danno lezione ai padani: sono più uniti

nord sud1di GILBERTO ONETO –    Gli indipendentisti meridionali sono capaci di essere uniti, non conoscono la iattura del micro-nazionalismo regionalista, che da noi è una piaga deleteria quasi quanto il centralismo italiota. Ma non devono essere antipadani, non confodano l’Italia con noi. 

La differenza tecnica fra la secessione pura e semplice e il progetto di neofederalismo (frammentazione di un’unità esistente e rinegoziazione del patto di convivenza) consiste nella singolarità o coralità del processo. Se è una sola parte che se ne vuole andare è secessione, se tutte (o quasi tutte) le parti di uno Stato vogliono autonomia, è neofederalismo. Nel caso della Padania, la differenza è solo di opportunità politica perché il fine è l’indipendenza, sia da soli (secessione) che in compagnia (neo-federalismo). In realtà però ad avere lo stesso obiettivo e a non sopportare più il centralismo e l’oppressione romana ci sono anche gli indipendentisti sudtirolesi, sardi, siciliani, e – almeno in termini storico-culturali – toscani. C’è poi la più grande e popolosa comunità della penisola, anche lei (come la Padania) defraudata del nome: Napoli, Ausonia o addirittura Italia?

Anche lei spesso sminuita a una definizione geografica (il Sud, il Meridione) o a quella più appiccicosa di Mezzogiorno. Si tratta di una confusione antica, in qualche modo autoalimentata dalla denominazione di Due Sicilie (di qua e di là del Faro) che metteva assieme due parti che non si sono mai troppo amate. Eppure, al di là dell’indeterminatezza lessicale, è un’entità coesa, con una lunga storia unitaria, compatta per lingua e cultura.

Oggi c’è un solido indipendentismo meridionale che si ricollega all’antica tradizione statuale e che si innesta idealmente sulla gloriosa resistenza antiunitaria dopo l’invasione garibaldina. Quello meridionale è infatti il solo caso di indipendentismo (assieme a quello sudtirolese) che possa disporre di una chiara tradizione anti-italiana, è la sola parte della penisola che ha combattuto l’unità a lungo, con ampio consenso popolare e che lo ha fatto con evidente intento anti-unitario.

Se lo spirito identitario padano è per certa parte anche frutto dello sfruttamento e dell’oppressione dello Stato unitario, quello meridionale è precedente a ogni sciagura tricolore. Anche per questo dovrebbe essere l’indipendentismo più forte e invece si limita all’attività di piccole e agguerrite frange di intellettuali e di patrioti inossidabili. Questa debolezza può trovare una spiegazione nelle vicende storiche. Di fronte alla brutale aggressione sabauda i meridionali si sono dati a tre tipi di comportamento: c’è chi ha resistito gagliardamente, chi si è immediatamente accodato al vincitore, e chi ha subìto gli avvenimenti cercando di limitare i (propri) danni. I primi hanno combattuto con onore, sono stati massacrati, fucilati, imprigionati e costretti all’esilio. I secondi si sono subito vestiti da garibaldini o da piemontesi (alcuni lo erano fin da prima) e hanno gioiosamente cavalcato l’unità arraffando posti e potere, utilizzando il nuovo e più grosso giocattolo per i propri interessi.

Gli ultimi hanno vissuto passivamente tutta la vicenda, hanno fatto nulla per contrastarla e poco per favorirla, e si sono sentiti defraudati del poco che avevano. Si sono messi sulla difensiva cercando di trarre il massimo profitto dalla nuova condizione: «Ci hanno voluto – sembrano avere pensato – e adesso ci mantengano! Ci hanno derubato, adesso ci rimborsino con gli interessi!».

Sono tre atteggiamenti che ancora oggi continuano. Ci sono gli indipendentisti. Ci sono i prepotenti, la classe politica diventata iperpatriottica, le organizzazioni malavitose, le mafie e le massonerie che l’unità l’hanno fattivamente sostenuta. Ci sono infine tutti gli altri, che si sono incistati nella burocrazia, che cercano stipendi e pensioni; fanno i forestali, gli invalidi, gli statali; sono lo smisurato esercito dell’unghia del mignolo a paletta che fa poco e intende quello che prende (poco o tanto che sia) come una sorta di risarcimento
morale e soprattutto economico per i torti subiti nell’Ottocento. Sbandierano anche illustri motivazioni culturali: per decenni meridionali intelligenti (da Nitti in poi) hanno raccontato la storia quasi del tutto vera di un Meridione saccheggiato, di un avvenire glorioso e ricco stroncato sul nascere.

Sono di fatto diventati lo strumento più bieco dell’italianità, sono le vittime che rosicchiano parte del malloppo degli oppressori infierendo sugli altri oppressi. È l’atteggiamento poco nobile ma efficace che ha ingenerato certo antimeridionalismo. Assai più limpido è il comportamento degli eredi dei difensori della antica Patria. Verso la loro elite gli indipendentisti padani provano un po’ di invidia. Innanzi tutto perché hanno un sicuro riferimento unitario e non solo un’aspirazione all’unità come noi; hanno collegamenti culturali, storici, simbolici e identitari ampiamente condivisi e – soprattutto – non conoscono la iattura del micro-nazionalismo regionalista, che da noi è una piaga deleteria quasi quanto il centralismo italionico.

In secondo luogo, sono da invidiare perché mostrano una straordinaria vitalità culturale: hanno riviste e case editrici che pubblicano saggi di revisionismo storico a getto continuo. Due Sicilie e l’Alfiere sono bei periodici, la casa editrice Controcorrente pubblica libri straordinari. C’è un gruppo di studiosi, figli del grande Alianello, emuli di Zitara ed eredi del coraggioso Vitale, che scrivono sulla storia e sulla loro identità opere straordinarie per documentazione e slancio emotivo.

Un solo appunto può essere mosso a qualcuno di loro e con grande affetto: non dovrebbero confondere il loro giusto anti-italianesimo con un antipadanismo spesso identificato con il ricordo di un antico e giustificato anti-piemontesismo. Non è dei padani la colpa della loro condizione: i popoli padani hanno pagato l’unità come e più di loro. È vero che l’economia e i risparmi meridionali sono stati dissipati a vantaggio della nuova classe dirigente e della nascente industria settentrionale, ma i popoli padani non ne hanno avuto alcun beneficio. L’unità i padani l’hanno pagata in termini economici, identitari e umani: piemontesi e liguri sono stati dissanguati per mantenere una macchina bellica spropositata e per pagare guerre di conquista i cui vantaggi sono andati solo ai ricchi (massoni, italiani o inglesi) e non certo ai popoli padani (la tassa sul macinato, le boje, Bava Beccaris, le settimane rosse non ricordano nulla?).

In ogni caso, tutti (soprattutto i lombardo-veneti e i toscani) si sono ritrovati molto più poveri di prima. Le identità padano-alpine sono state cancellate, nella storia, nella lingua, nelle tradizioni: tutto macinato da scuole, caserme e televisione sotto uno strato di italianizzazione bavosa. Il prezzo in termini umani è stato – se possibile – anche più alto perché solo dei ciula come i piemontesi e i liguri potevano farsi mandare in giro per il mondo a farsi ammazzare per disciplina e stupido senso dell’obbedienza (i morti in Crimea corrisponderebbero oggi – ad esempio e fatte le debite proporzioni – a 60-70.000…), compresi quei poveri diavoli mandati in Meridione a sparare su contadini come loro. Non si saprà forse mai quanti siano allora stati i Gastaldi (il fante piemontese che si era ribellato ed era passato con i “briganti”) ma i patrioti padani ne sono molto orgogliosi.

Il Risorgimento non è stato un’invenzione padana. È stata una macchinazione organizzata altrove, progettata altrove, finanziata da fuori. È vero che tre dei quattro padri della patria sono padani (un piemontese e due liguri) e l’altro il figlio di un macellaio toscano. È però anche vero che gran parte della classe intellettuale che ha “inventato” l’unità era meridionale: Silvio Spaventa, Ruggero Bonghi, Francesco Crispi, Pasquale Stanislao Mancini, Carlo Pisacane, Francesco De Sanctis, eccetera. È anche vero che i peggiori nemici dei meridionali sono stati anche dei meridionali: a fianco di macellai come Cialdini e Lamarmora (che si erano prima esercitati prendendo a cannonate dei padani) c’erano Liborio Romano, Giuseppe Pica, Ferdinando Pinelli e altri, e gran parte della feroce repressione della resistenza popolare è stata fatta impiegando la manovalanza locale delle Squadre antibrigantaggio e della Guardia nazionale.

Apprezziamo l’ardore e la battaglia (che è anche la nostra) degli indipendentisti meridionali ma non devono confondere l’Italia con noi. Essere antipadani perché 170 anni fa c’erano dei padani a sparar loro addosso è molto peggio che essere antimeridionali perché oggi sono meridionali gli statali, i magistrati, i burocrati, le guardie e i ladri, e gran parte di quelli che ci opprimono. Il problema è l’Italia, non le sue vittime. Se i galeotti si accapigliano fra di loro, a goderne sono solo i secondini.

(da Il Federalismo)

Print Friendly

Related Posts

2 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Come suo solito sono SANTE PAROLE.
    Pero’ sebbene SANTE rimangono parole perche’ non c’e’ UNO CHE VOGLIA SACRIFICARSI PER OTTENERE QUELLO CHE LE CARTE INTERNAZIONALI DANNO: LA LIBERTA’, perche’ tutti nascono LIBERI..!
    Con l’arrivo della BANDA DEI QUATTRO tutto svanito e per avere unqualcosa bisogna baruffare..!
    …avanti un altro…

  2. Venetian guy says:

    Ma forse a chi ha scritto l’articolo non è chiaro che i meridionali sono furbi e ogni cosa che fanno ha l’unico scopo di continuare a ciurlare nel manico, inclusi loro pseudo-indipendentismi, che spesso si spengono immediatamente dietro la proposta di una maggiore quota di assistenzialismo dallo stato italiano. Fino a poco tempo fa continuavano a ripetere:

    “voi piemontesi ci avete invaso e colonizzato, ora manteneteci per sempre!”

    Ora che il Piemonte è diventata una regione di cassaintegrati, e i soldi per finanziare il meridione vengono prevalentemente da Lombardia e nordest, il mantra meridionale è diventato:

    “voi del norde ci avete invaso e colonizzato, ora manteneteci per sempre!”

    e c’è già qualcuno che ci prova anche con:

    “voi del norde-Europa ci avete imposto l’euro che ha distrutto la nostra economia, ora manteneteci per sempre!”

    a differenza dei popoli cisalpini, essi sono estremamente furbi sul piano politico e della comunicazione, d’altronde, gli serve per sopravvivere, visto che sono estremamente carenti di organizzazione e voglia di lavorare… nessuno di loro cerca indipendenze, autonomie, secessioni, uno stato differente nel quale essere sovrani su sè stessi, o anche soltanto, una adeguata perequazione fiscale… essi protestano contro lo status quo e fanno le vittime, semplicemente perchè vogliono conservarlo, vogliono che continui ancora a lungo lo status italianus nel quale possono godere di diritti (e soldi) a profusione, ma hanno quasi nessun dovere… è la cosiddetta “solidarietà a senso unico”.

    ps. piemontesi e liguri non sono padani, e non vogliono esserlo!!

Leave a Comment