L’ODISSEA DEGLI INSEGNANTI SICILIANI AL NORD

di REDAZIONE

Il mondo della scuola, lo sappiamo, versa in condizioni pessime, finanche miserabili. Come ha scritto il sito medeu.it “chi ha un po’ di familiarità con le scuola pubblica ha assistito, negli ultimi anni, ad una vera e propria “distruzione” dell’istruzione di stato; inefficienze di varia natura e soprattutto tagli su tagli, contrazioni su contrazioni hanno generato una scuola informe, amputata nelle sue parti più vitali, invivibile.

Che a farne maggiormente le spese fosse stato, tanto per cambiare, il sud di questo se ne parla un po’ meno. I tagli al bilancio dell’istruzione, sia ben chiaro, non hanno affatto risparmiato le regioni settentrionali ma nel nostro mezzogiorno hanno avuto ripercussioni più forti, sono stati più incisivi, hanno lacerato ancora di più i già fragili equilibri sociali e lavorativi del territorio.

Le prime vittime sono senza dubbio gli alunni (meridionali anch’essi, in primo luogo) i quali sono rimasti privi di strutture adeguate, privi di fondi per la didattica e di tutti quei servizi che dovrebbero garantire loro una adeguata formazione.

Vi è però un’altra categoria, quella degli insegnanti (e insieme a loro del personale ATA), che hanno risentito altrettanto duramente della contrazione della scuola. In pochi anni, infatti, decine di migliaia di docenti, molti dei quali tutt’altro che alle prime armi, sono rimasti disoccupati. Di questi la stragrande maggioranza (stavolta senza poterci allargare al corpo docenti del nord i quali, almeno gli abilitati, continuano quasi tutti a lavorare) è composta di meridionali.

Il dato che fa riflettere è che si tratta di laureati, specialisti in svariati settori, professionisti che hanno alle spalle percorsi formativi lunghi e spesso estremamente qualificanti.

Già! risorse professionali, risorse qualificate, risorse che potrebbero rappresentare la spina dorsale di una società e di un’intera economia si sentono dire, quasi all’improvviso, che il paese non ha bisogno di loro.

A prescindere dalle considerazioni sulle ricadute per l’economia nazionale e per quella meridione nello specifico visto lo sbarazzarsi di figure così specializzate emerge con non poca amarezza il rilevare un ulteriore implemento di un fenomeno antico, fenomeno che speravamo di dimenticare ma che già da anni è tornato in auge e colpisce un po tutte le categorie lavorative: l’emigrazione verso il nord Italia.

Sembrava un racconto che riguardasse più i nostri padri, i nostri nonni o nella peggiore delle ipotesi alcuni trai nostri amici. Un’eventualità che pensavamo evitata almeno per chi aveva già un lavoro, per chi insegnasse già da anni a casa propria e invece tra agosto e settembre dell’anno appena trascorso un lunghissimo esodo ha portato tra i 30 e i 40 mila insegnanti meridionali di ogni ordine e grado ad affollare le scuole di tutto il nord Italia, tra questi circa 10 mila i siciliani. Un vero esodo.

L’età media dei nuovi emigranti, 35 anni, è sensibilmente più alta di quella di altre categorie di emigranti e più alta anche degli stessi colleghi che, negli anni addietro, li hanno preceduto . Questi nuovi emigranti sono partiti sperando di ottenere il ruolo cioè di essere assunti dal Ministero dell’ Istruzione a tempo indeterminato, la maggior parte invece ha trovato una semplice supplenza fino a giugno; 1300 euro al mese in media per continuare a fare l’insegnante, il proprio lavoro, forse l’unico che dopo tanti anni di studi e di preparazione sapevano fare e per il quale vale bene spostarsi.

Cambiare aria di per se non è una tragedia, può essere un’esperienza stimolante, un modo per crescere professionalmente e umanamente; diventa pesantissimo invece per chi lascia in Sicilia degli affetti, per chi aveva dei progetti di vita, per chi lascia mogli e soprattutto figli, a volte anche neonati.

Una situazione difficile da accettare per molti; fidanzati, coniugi da poco sposati, molti padri ma non mancano nemmeno le giovani madri che hanno dovuto optare per questa scelta. Insomma le energie più fresche, coloro che per ragioni d’età sono più propensi a costruire nuovi nuclei familiari o a generare nuove vite si ritrovano costretti a ripensare tutto il loro percorso di vita.

Nell’anno scolastico in corso non c’è scuola del nord Italia che non abbia nel proprio organico docenti del sud che separati dai loro coniugi, dai loro figli, dai propri affetti più intimi non facciano i pendolari con l’aereo quasi ogni week-end. Una vera e propria armata di genitori part-time, coniugi e fidanzati emigranti che si dedicano alla famiglia e agli affetti solo la domenica, se e quando possibile”.

Una riflessione che meritava di essere riportata integralmente.

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2 Comments

  1. MTC says:

    le Università più stupide d’Italia sono a Camerino e Urbino…non mi sembra siano al Sud!!! Iscriviti a Lettere alla Federico II di Napoli, poi ne riparliamo.

  2. Domenico says:

    Beh forse avrebbero dovuto considerare le prospettive di lavoro in un paese che fa sempre meno bambini. Magari sarebbe stato bene anche programmare la formazione del numero di docenti necessario alle regioni di appartenenza, invece di contare su un lavoro al nord dove erano già in esubero gli insegnanti locali. Magari confidando in votazioni ben più larghe di quelle in uso al nord per passare davanti ai docenti indigeni… Senza parlare del valore di tante lauree prese al sud….

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