Troppe ore sui banchi, con una pletora di insegnanti

di SERGIO BIANCHINIscuola-pezzi

Uno dei luoghi comuni più diffusi è che il giovane studente sia un pigrone.

C’è chi lo attacca, chi lo difende ma la musica è sempre quella.
Si confronta la condizione giovanile odierna a quella del passato e si procede alla tranquilla deduzione.
Ma tutto cambia se il paragone si fa tra condizione adulta-giovanile del passato e condizione adulta-giovanile di oggi.

Quando nei luoghi di lavoro si lavorava 48 ore alla settimana le scuole elementari avevano un curricolo settimanale di 24 ore, per decenni. Nel ‘72 l’orario( dopo il famoso contratto dell’autunno caldo del ‘69) di lavoro ordinario passò a 40 ore settimanali e nel pubblico impiego pervenne alle 36 ore settimanali.

L’orario di scuola invece non solo non diminuì come sarebbe stato giusto per mantenere la proporzione del 2/1. Questa proporzione è universale e vige in tutto il mondo perché si presume giustamente che dopo le lezioni ci sia il lavoro di studio personale.

Invece di diminuire l’orario delle lezioni, solo in Italia aumentò. Nel silenzio generalizzato e furbesco sulla quantità, sulla durata del tempo scuola, mentre eravamo assordati dai dibattiti sul metodo e le finalità del “grande ed importantissimo lavoro educativo”, il curricola settimanale obbligatorio corse verso le 30 ore settimanali spinto dalla conseguente gigantesca assunzione di insegnanti e bidelli e ci sarebbe già arrivato se non fosse entrata in crisi la finanza.
Non solo, fino ad un tempo non lontano (1977) le lezioni iniziavano il primo ottobre e quindi lo studente, non rimandato in qualche materia per l’esame di riparazione, era in vacanza dal 10 di giugno per tre mesi e mezzo. Anche le vacanze di Natale e Pasqua erano lunghe ed alle elementari c’era il giovedì libero.

Un po’ diverso il discorso sui tempi della formazione tecnica e professionale che era vista come un livelli intermedio tra studio e lavoro. In quelle scuole circa 10 ore settimanali erano dedicate ad attività laboratoriali.

C’era dunque una grande attenzione ai processi di apprendimento reali ed alla salute mentale dei giovani. Di questa attenzione, ancora vigente negli altri paesi europei, ci giunge l’eco (vedi Francia) assolutamente smorzata dalla stampa e dai media.

Oggi gli orari più diffusi di lavoro e studio in Italia sono quindi di 40 ore di lavoro settimanale nel settore privato (salvo accordi di categoria molto diffusi sui lavori usuranti) e di 36 ore nel pubblico impiego cioè per 4 milioni circa di persone pari ad un quinto del totale della forza lavoro.

Per lo studio invece il baricentro quantitativo è vicino alle 30 ore settimanali (ad esempio tutta la scuola media) con oscillazioni tra le 32 nei tecnici e 27 ore in alcune classi liceali.
E le 30 ore, in una settimana che anche per la scuola tende ai 5 giorni, hanno prodotto il fenomeno mostruoso delle 6 ore consecutive di lezione dopo le quali gli alunni tornano a casa completamente storditi e depressi per la prospettiva ulteriore dei compiti e dello studio individuale.

E’ sorprendente come di fronte a questa realtà il pregiudizio sui giovani” da stimolare per fare di più” permanga con la sua tendenza stucchevole ad esortazioni retoriche fatte magari da adulti pimpanti in pensione da 20 o 30 anni.

 

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One Comment

  1. Riccardo says:

    Finalmente sull’Indipendenza si parla di scuola. Dove hanno sbagliato gli autonomisti in questi anni, in tema scuola ed educazione? Perché la Lega non ha mai fatto nulla? Le andava bene la Gelmini? Riccardo

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