In campagna elettorale abbonda la retorica sulla scuola italiana

di CLAUDIO ROMITI

Era inevitabile che, all’interno della più surreale campagna elettorale della storia repubblicana, un posto d’onore fosse riservato alla retorica dell’istruzione pubblica da potenziare. Passi per il Partito democratico, da sempre contiguo agli interessi dell’immenso carrozzone della scuola e dell’università di Stato, ma spiace annoverare tra i sostenitori di un siffatto sistema anche il mio amico Michele Boldrin di Fare, a cui ho deciso di dare il mio sostegno elettorale. Tuttavia, l’idea del prestigioso professore veneto, ribadita nel corso delle sue ultime apparizioni televisive, di aggiustare dall’interno il mondo dell’istruzione mi trova in totale disaccordo. Così come non mi convince il proponimento, da qualunque parte giungesse, di rendere più funzionali ed efficienti le attuali strutture pubbliche, senza ridurne significativamente il perimetro e la varie competenze.

In particolare, proprio nel mondo dell’istruzione nulla potrà cambiare nella sostanza se permane l’attuale monopolio dello Stato sul piano dell’offerta complessiva, inclusi gli standard d’insegnamento. Ciò si concretizza in grandi linee, a parte qualche isolato fortino d’eccellenza, con un sistema scolastico ed universitario di livello bassissimo, così come tutte le più autorevoli agenzie di valutazione internazionale confermano. Ed all’interno di questa immenso purgatorio culturale si incontrano perfettamente due spinte provenienti dalla società: da un lato quella di chi ambisce ad un posto fisso, insegnanti e personale non docente, a prescindere da qualunque criterio basato sul rendimento; dall’altro lato la propensione delle famiglie ad ottenere per i propri figli una qualunque forma di riconoscimento burocratico – una sorta di bollino di Stato – a prescindere dalle effettive capacità acquisite durante i lunghi percorsi scolastici ed universitari. In estrema sintesi, si potrebbe dire che l’enorme carrozzone dell’istruzione pubblica funziona a pieno regime come fabbrica di stipendi e di diplomi.

Tanto è vero che a fronte dell’infimo livello, la scuola italiana spicca in Europa per il più basso rapporto tra personale e popolazione scolastica. Secondo alcune stime, dato che nessuno sembra conoscere l’immensa pianta organica della scuola pubblica medesima, vi è un insegnante per meno di 9 discenti, contro i quasi 20 di Germania e Francia.

Ora, pur trattandosi come si è visto di chiacchiere al vento, il programma della famosa discesa in campo del Cavaliere del ’94 – ispirato in gran parte da quel poco coraggioso liberale di Antonio Martino – risulta, proprio sul piano dell’istruzione, ancora assai più innovativo di qualunque proposta attualmente in circolazione. In sostanza, mutuando dal Canada l’idea del cosiddetto buono scuola, si pensava di rivoluzionare il mondo dell’insegnamento, mettendo in reale concorrenza il pubblico ed il privato, abolendo il valore legale del titolo di studio e conferendo piena autonomia ai singolo istituti scolastici. Autonomia da ambo i lati ovviamente, e non come quella attualmente invocata dal partito di Bersani, i cui costi finali sono sempre coperti dal solito Pantalone. Col buono scuola, al contrario, ogni comprensorio scolastico dovrebbe basare i propri costi, assunzioni in testa, sul numero degli studenti, quest’ultimi incentivati ad iscriversi laddove si presume migliore la didattica. Ovviamente, al pari delle aziende che competono sul libero mercato, in un siffatto sistema l’idea del posto di lavoro trasformato in una rendita vitalizia finirebbe immediatamente nella soffitta del nostro fallimentare collettivismo all’amatriciana. Altrettanto ovviamente, dato l’enorme numero di persone interessate a mantenere in piedi il soviet della pubblica istruzione, non mi aspetto alcuna seria proposta, né prima e né dopo il voto, per fermare l’inesorabile declino dell’immenso carrozzone che chiamiamo scuola.

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3 Comments

  1. Roberto Porcù says:

    Condivido con l’autore, ma la situazione non è sanabile e non lo sarà sino al default dell’Italia.
    Non è sanabile ora da alcun partito, vecchio o nuovo che sia.

  2. Tere says:

    E’ risaputo che i dipendenti pubblici, statali e parastatali sono il bacino elettorale della sinistra. Anche la Fornero ha avuto un occhio di riguardo nei loro confronti. La clientela si esercita anche in questo senso, ma fino a quando può durare ?

  3. Il segretario della Cisl, Francesco Scrima «Bisogna ricordare che i lavoratori della scuola rendono un servizio immenso. Servono 7 milioni e 700.000 alunni, il 13 per cento della popolazione all’interno di oltre 40.000 istituti sparsi per tutta la penisola»

    costoro sono irrecuperabili, le solite cifre che in assoluto non significano niente se non rapportate ai clienti della scuola, gli studenti.

    I docenti della scuola italiana sono 1.000.000, la loro età media è 50 anni, più di 800.000 (81%) sono donne.
    La quota di insegnanti di oltre 50 anni supera il 55%
    Vanno poi sommati i docenti delle scuole private il cui numero complessivo può essere stimato in almeno
    80.000.
    Per contro la popolazione scolastica è scesa sotto i 9 milioni nel 1978, e sotto gli 8 milioni nel 1993.
    Nel 2000 si è toccato il minimo di 7 milioni e mezzo di studenti.

    Con questi “voti” di persone col “posto di lavoro” garantito a vita i partiti devono fare i conti, per cui tutti ZITTI e PROMESSE a spese di pantalone.

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