SCOZIA, REFERENDUM VERSO UN NUOVO STATO

di ANDREA MARCHESETTI

Edimburgo è una città con tre parlamenti pur non essendo la capitale di alcuno stato. Questa situazione si appresta a cambiare con un referendum indipendentista che potrebbe presto fare della Scozia un nuovo stato sovrano.
Tra il 2014 e il 2016, gli scozzesi saranno chiamati a decidere se vorranno creare un nuovo stato o quale forma di indipendenza si vogliano dare. Può stupire che cinque milioni di abitanti di una regione alla periferia dell’Europa improvvisino discussioni di autogoverno, ma in realtà il referendum è il prodotto di tre secoli di indipendentismo, del fallimento di riforme federaliste e di un’ardita scommessa della più recente generazione di politici scozzesi.

Tre parlamenti e la storia di una nazione
La storia dell’indipendentismo scozzese è ben riassunta dalla bizzarra presenza ad Edimburgo di tre parlamenti, ciascuno testimone di una diversa fase della coscienza nazionale scozzese. Parliament House fu la sede del parlamento del Regno di Scozia fino alla sua dissoluzione e all’unione volontaria con il Regno d’Inghilterra nel 1707; oggi vi si trovano i più alti tribunali civili e penali scozzesi, dove si continua a praticare un diritto distinto dalle leggi inglesi.
Per tre secoli la Scozia fu amministrata da governi a 500 km di distanza e rappresentata da un parlamento eletto da scozzesi in concorso con inglesi, gallesi e irlandesi. Un ricordo di questo lungo periodo di governo da Londra e di numerosi falliti progetti di autogoverno è New Parliament House, un edificio neoclassico su una collina centrale che fu riadattato nel 1979 per ospitare una nuova assemblea scozzese ma rimase vuoto per decenni a causa del fallimento per mancato quorum di un referendum sulla devoluzione di poteri legislativi.
Il terzo e ultimo Parlamento Scozzese è un’assemblea legislativa a sovranità limitata, ricostituita dal primo governo di Tony Blair nel 1999 nella speranza di chetare i nazionalisti e indipendentisti con la creazione di assemblee regionali in Galles, Irlanda del Nord e Scozia.
Le diverse nazione del Regno Unito
L’equivoco linguistico per cui si chiamano “inglesi” tutti gli abitati del Regno Unito induce a sminuire il carattere multinazionale dello stato britannico. Nel Regno sono per l’appunto “unite” quattro home nations o home countries – Inghilterra, Scozia, Galles e Nord Irlanda – con vari gradi d’autonomia, sistemi giudiziari separati (in Scozia e N Irlanda), minoranze linguistiche (in Scozia e Galles) e forti tradizioni e orgogli nazionali.
Il processo di devoluzione di poteri legislativi dal centro alle nazioni non-inglesi attuato dai laburisti negli Anni Novanta ha reso esplicito la natura composita dello stato britannico, variamente descritto come un ordinamento policentrico, federalista o multinazionale. La devoluzione in Gran Bretagna ha creato un federalismo “asimmetrico“, in cui a ciascuna regione è accordato un livello variabile di responsabilità e autonomia – più poteri al parlamento scozzese, meno all’assemblea gallese e pochi, condizionati alla pace in Irlanda del Nord.
L’entusiasmo laburista per le riforme costituzionali nacque con l’intento di chetare gli spiriti più indipendentisti con la concessione di forme limitate di autogoverno. Il risultato inaspettato è che in tutte le regioni è emerso un appetito per forme di autogoverno più forti. Mentre la devoluzione non è riuscita a fiaccare i nazionalisti gallesi e scozzesi, è stata però capace di creare un nazionalismo inglese di reazione. 5 milioni di scozzesi, 3 milioni di gallesi e 2 milioni di irlandesi del nord convivono con 50 milioni di inglesi in un’unione che è sempre più percepita come ineguale.
Tutte le nazioni britanniche hanno assemblee regionali, tranne l’Inghilterra, che mantiene uno dei governi più centralizzati d’Europa con il 13% delle spese decise dal  governo centrale (superata solo da Grecia, Portogallo e Francia). I nazionalisti inglesi lamentano non solo la mancanza di un parlamento inglese, ma il fatto che i deputati scozzesi nel parlamento di Westminster possano votare su leggi che riguardano i soli inglesi, mentre il parlamento centrale si astiene dal legiferare su materie devolute ai parlamenti regionali.
Un’ulteriore stortura che l’attuale coalizione conservatrice-liberale ha promesso di correggere è l’eccesso di rappresentazione parlamentare degli elettori scozzesi, che eleggono al parlamento di Westminster più parlamentari per abitante degli elettori inglesi grazie a collegi elettorali di dimensioni irregolari e più piccoli della media inglese.
La geografia della spesa pubblica britannica contribuisce a creare ulteriori lamentele. I bilanci dei governi delle devolved nations si basano non su tasse proprie ma su trasferimenti del governo centrale, determinati con una formula di spesa storica che garantisce alla Scozia una maggiore spesa pubblica pro-capite. L’effetto più visibile di questa disparità è la sequela di inchieste strappalacrime sull’apparente generosità dei servizi sanitari scozzesi, gallesi e nord-irlandesi in cui non si applicano i ticket sanitari inglesi e sono disponibili trattamenti anti-cancro che in Inghilterra sono giudicati troppo costosi per gli ospedali statali.
Gli stessi limiti delle competenze dei governi “devoluti” sono arzigogolati: mentre il Parlamento Scozzese è autorizzato a legiferare su educazione, sanità, agricoltura e giustizia, il parlamento di Westminster mantiene la facoltà di annullarne le leggi ma se ne astiene per convenzione politica; alcune tasse potrebbero variare in Scozia, ma con meccanismo così complicato che i governi scozzesi hanno rinunciato a mantenere un’anagrafe dei possibili contribuenti scozzesi; la Scozia mantiene un’amministrazione della giustizia separata, ma il diritto scozzese è ora soggetto alla giurisdizione d’appello della corte costituzionale britannica, composta in prevalenza da giudici di diritto inglese.

Una nuova generazione di politici scozzesi
La conseguenza forse più importante di questo patchwork federalista non è la distorsione della rappresentanza politica, ma la frammentazione della politica britannica in dibattiti politici che riflettono le diverse esigenze locali e i diversi equilibri politici di ciascuna nazione.
In Scozia il divario tra sensibilità politiche locali e governi centrali cominciò già durante l’amministrazione di Margaret Thatcher, che perse seggi scozzesi a ogni elezione e governò il paese per 11 anni grazie a solide maggioranze inglesi. Dal 1997 la differenza scozzese si è rafforzata e i conservatori sono riusciti a vincere al più un solo seggio o nessun seggio al parlamento di Westminster. I conservatori, perdenti ormai abituali, hanno perfino considerato lo scioglimento della sezione scozzese del partito e la sua rifondazione con un nuovo nome e autonomia dal centro-destra inglese; mentre i laburisti, maggiori sconfitti alle ultime elezioni scozzesi, hanno concesso maggiore autonomia alle sezioni scozzesi.
L’arco politico scozzese si è riallineato a sinistra, con elezioni dominate da Liberal-democratici, laburisti e nazionalisti scozzesi, tutti con una piattaforma politica socialdemocratica di ridistribuzione del reddito e spesa pubblica. Questi risultati elettorali confermano l’impressione di un’autonoma sfera politica nelle “regioni devolute” in cui un legame troppo stretto con le forze politiche britanniche diventa un fattore penalizzante nella competizione elettorale.
La creazione di un mini-parlamento e di un dibattito politico precipuamente scozzesi hanno creato le condizioni per l’ascesa elettorale dei nazionalisti scozzesi, al potere in Scozia con un governo di minoranza dal 2007 al 2011 e partito di maggioranza da quest’anno. Ancor significativo dei risultati elettorali è stato l’effetto dei nazionalisti sul dibattito politico.
Se la politica è l’arte del possibile, il successo dei nazionalisti scozzesi può essere misurato nella loro capacità di determinare l’agenda politica e aprire nuove possibilità politiche: se nel 1999 la creazione di un parlamentino costituiva una grande vittoria, poco più di dieci anni dopo i nazionalisti sono riusciti a trasformare l’idea della piena indipendenza della Scozia in una possibilità politica concreta.
Il successo elettorale e ideologico del partito nazionalista deve molto al saggio uso dell’autonomia già acquisita e alla capacità del leader Alex Salmond di sfruttare dissonanze tra opinione pubblica scozzese e governo centrale per far avanzare la causa indipendentista.
Così, per esempio, il piano di governo presentato nel 2011 al parlamento scozzese usa i poteri esistenti per creare una forza di polizia scozzese unificando i vari corpi di polizia locali, introduce un curriculum di “studi scozzesi” di storia e tradizioni nel programma scolastico e delinea un programma economico alternativo ai tagli di spesa e dipendenti pubblici decisi da Londra, basato sulla realizzazione anticipata di infrastrutture pubbliche già programmate e sul congelamento degli stipendi pubblici per mantenere lo stesso numero di dipendenti.
Il dibattito che precede il referendum ha finora seguito la stessa strategia adottata dai nazionalisti per governare: massimo uso delle posizioni di vantaggio esistenti e graduale costruzione di consenso intorno agli elementi più ambiziosi e meno popolari dell’indipendenza.
La promessa di un referendum è rimasta vaga per un lungo periodo e i dettagli del quesito non sono stati ancora annunciati per evitare di esporre il governo a critica su fronti multipli. Nell’ignoranza dell’esatto testo del referendum, il governo scozzese ha solo annunciato che il referendum non sarà un quesito a risposta binaria – sì o no -, ma offrirà tre opzioni: status quo, una maggiore devoluzione o indipendenza come stato sovrano. Un referendum tripartito garantisce ai nazionalisti una maggiore probabilità di successo anche in caso di sconfitta dell’opzione indipendentista pura: se riusciranno ad ottenere una maggioranza cumulativa in favore o di maggiore autonomia o della secessione, il governo potrà vantarsi di avere un mandato popolare per negoziare maggiori poteri e avrà realizzato almeno un piccolo passo verso l’indipendenza.
Al contempo, i nazionalisti stanno cercando di smorzare timori e incertezze riguardo l’assetto futuro di una Scozia sovrana: secondo Salmond, lo stato scozzese manterrebbe la regina come sovrano (come Canada, Australia e altre nazioni del Commonwealth), sarebbe membro dell’Unione Europea e continuerebbe a usare la sterlina come moneta. Molte aree rimangono tuttavia poco discusse: non vi sono concrete proposte su come dividere i depositi di petrolio del Mare del Nord, il debito pubblico storico dello stato britannico o i fondi pubblici concessi per garantire la sopravvivenza di banche scozzesi e inglesi durante la crisi finanziaria.
La questione del valore legale del referendum è stato analizzata lungamente alla luce della complessità della costituzione non-codificata del Regno Unito, in cui un referendum indetto da un parlamento “delegato” non può pregiudicare la sovranità del parlamento di Westminster. Oltre la questione tecnica (sarà probabilmente un referendum consultivo, non immediatamente esecutivo), unionisti e separatisti sono pressoché concordi nel riconoscere il peso politico e negoziale che il referendum conferirà alla parte politica che ne emergerà vincitrice.
In attesa di una data precisa (“nella seconda parte del mandato 2011-2016” è stata la promessa) e di maggiori dettagli organizzativi, il governo scozzese ha manifestato la propria volontà di opporsi ai modesti poteri fiscali e potenziata devoluzione offerti alla Scozia dal governo centrale, ufficialmente perché potrebbero ridurre le entrate del governo scozzese, ma forse anche per evitare che offerte di maggiore autonomia possano confondere il campo e indebolire la forza del referendum.
L’esito del referendum non è scontato e il successo parlamentare dei nazionalisti non può essere interpretato come un’indicazione univoca dell’ascesa dell’indipendentismo, data la propensione al voto disgiunto che gli elettori scozzesi hanno mostrato nell’ultimo ciclo di elezioni scozzesi e britanniche.
Una società civile attiva in cui centri di ricerca e fondazioni organizzano dibattiti pubblici sulle forme possibili dell’indipendenza fa ben sperare che qualsiasi sia la deliberazione dei cittadini scozzesi e l’opportunismo dei governi di turno, non sarà una decisione presa alla leggera.

 

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7 Comments

  1. Huma says:

    la sicoza nel cuorecerto non si puo dire che sia una che ha viaggiato tantissimo, ma la sicoza mi e’ rimasta dentro.finora il piu bel viaggio della mia vita non ho visto da nessun’altra parte il cielo di un azzurro cosi puro e cristallino..mi basta sentire una cornamusa per farmi venire il magone.prima o poi ci ritornero

  2. Luca68 says:

    Domenico ha ragione, un popolo come gli Scozzesi (na anche i Gallesi, i Baschi, gli Irlandesi, i Catalani…) non si perdono in questioni di lana caprina e non aspettano che arrivi Babbo Natale a regalargli l'autodeterminazione. La loro coscienza nazionale e le loro rivendicazioni di bandiera le ostentano ogni giorno in mille aspetti della loro vita con chiunque. Chi visita quei paesi non ha mai dubbi di trovarsi nella "Terra degli Occupanti" bensi di trovarsi in una terra abitata da un popolo fiero ed indomito. Sarebbe ora che chi dice di volersi autodeterminare qua in Italia, come Ligure,Lombardo, Veneto o Padano dimostri almeno una parte dello stesso orgoglio. Che Unione Padana e Veneto Stato siano il nuovo inizio di questo cammino.

    • @le says:

      Concordo in tutto, tranne sull'ultimo appunto.

      L'ipotesi artificiale padanista ha fallito, cosi come ha fallito la lega nord.

      Bisogna ripartire dalle realtà istituzionali tangibili, pensiamo all'ente regionale lombardo, e da qui impostare fortmente un discorso linguistico/culturale ed economico che non è nient'altro che calato nella realtà vera e propria affinchè possa essere meglio compreso dai cittadini lombardi indipendentemente da origine e dal credo politico.

      Unire dunque scindendo temi fuorvianti e coalizzare la società in visione dell'opzione indipendentista, l'unica che pur nella sua difficoltà può assicurare un futuro.

      Questa è la strada scelta da pro Lombardia indipendenza, movimento del quale faccio parte.

    • Vishal says:

      comma 3 art. 83. Il Ministero dell’economia e delle fniznae e l’Associazione bancaria italiana definiscono con apposita convenzione, da stipulare entro tre mesi dall’entrata in vigore del presente decreto, le caratteristiche di un conto corrente di base.4. Le banche sono tenute ad offrire il conto corrente di cui al comma 3.5. La convenzione individua le caratteristiche del conto avendo riguardo ai seguenti criteri:a) inclusione nell’offerta di un numero adeguato di servizi ed operazioni, compresa la disponibilita’ di una carta di debito;b) struttura dei costi semplice, trasparente, facilmente comparabile;c) livello dei costi coerente con finalita’ di inclusionefinanziaria e conforme a quanto stabilito dalla sezione IV della Raccomandazione della Commissione europea del 18 luglio 2011 sull’accesso al conto corrente di base;d) le fasce socialmente svantaggiate di clientela alle quali il conto corrente e’ offerto senza spese.6. Il rapporto di conto corrente individuato ai sensi del comma 3 e’ esente dall’imposta di bollo nei casi di cui al comma 5, lettera d).7. Se la convenzione prevista dal comma 3 non e’ stipulata entro tre mesi dall’entrata in vigore del presente decreto, le caratteristiche del conto corrente sono individuate con decreto del Ministro dell’economia e delle fniznae, sentita la Banca d’Italia.8. Rimane ferma l’applicazione di quanto previsto per i contratti di conto corrente ai sensi del Titolo VI del decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385.9. L’Associazione Bancaria Italiana e le associazioni delle imprese rappresentative a livello nazionale definiscono, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le regole generali per assicurare una equilibrata riduzione delle commissioni a carico dei beneficiari delle transazioni effettuate mediante carte di pagamento.ComunismoIl Folletto

  3. Albert says:

    Beati loro.

    • Domenico says:

      Beati loro un tubo! L'hanno voluto fortemente e stanno per ottenerlo. Non sono mica pecoroni come noi. Chi pensiamo che ci venga a regalare la libertà e l'indipendenza se non cominciamo noi a lottare?

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