Scorrettissimo Quentin, se gli schiavi sono come i padroni

di PAOLO MATHLOUTHI

Buon sangue non mente. Ogni volta che un film di Quentin Tarantino compare nelle sale le polemiche lo accompagnano come Argo seguiva Ulisse, infuriando sui mezzi d’informazione per intere settimane e “Django unchained”, ultima impresa del genio maledetto del pulp movie, puntualmente, non ha deluso le attese. A dar fuoco alle polveri della diatriba, questa volta, ci ha pensato Spike Lee, icona liberal del cinema americano, incontrastato detentore della palma del politicamente corretto, che con il suo “Malcom X” aveva portato sugli schermi Denzel Washington nei panni del leader nero, ergendosi a cantore del “black power” e del riconoscimento dei diritti civili delle minoranze in un’America dilaniata, allora come oggi, dalle tensioni razziali, con buona pace di Obama. La colpa di Tarantino, a suo dire, consisterebbe nell’aver irriso beffardamente  la piaga dello schiavismo, scegliendo di rivisitare con i toni grevi dello spaghetti western una pagina così dolorosa della recente storia americana. Lì per lì interpretammo la piazzata del livoroso Spike come  il comprensibile fiotto di bile scagliato da un regista di recenti insuccessi all’indirizzo di un collega ora all’apice della fama. Ma poi, incuriositi da tanto clamore, ci siamo presi la briga di andare a vedere il film e dobbiamo ammettere che, forse, una volta tanto, il povero vecchio Lee ha colto nel segno…

Se in “Bastardi senza gloria”, descrivendo le gesta efferate di un reparto di cacciatori di nazisti di origine ebraica arruolati nell’esercito americano, Tarantino si era tolto la soddisfazione di dimostrare che in guerra non esistono buoni e cattivi, dato che le azioni riprovevoli sono compiute indistintamente da tutte le parti coinvolte e la differenza tra vincitori e vinti consiste solo nel fatto che  la vittoria assolve i primi dalle loro colpe, come a voler dire che le vittime di oggi possono diventare gli aguzzini di domani, in “Django” il regista, senza mai rinunciare al gusto per la parodia e la distorsione farsesca degli eventi che gli consente di affrontare temi politicamente spinosi, sceglie l’omaggio formale a Sergio Leone per fare le pulci ad un altro dogma del pensiero unico. Così a Candyland, rigogliosa piantagione immersa nel profondo sud degli Stati Uniti che sarebbe di sicuro piaciuta a William Faulkner, sullo sfondo di una principesca dimora in stile coloniale governata con capriccioso estro da un affettatissimo Leonardo di Caprio nei panni di Calvin Candie, vero e proprio Marchese de Sade trapiantato nella terra di Rossella O’ Hara, tra punizioni esemplari, fuggitivi dati in pasto ai cani e eburnei gladiatori aizzati gli uni contro gli altri in combattimenti mortali per il solo divertimento degli ospiti, come in documentario di Gualtiero Jacopetti si scopre che, dietro il velo di Maya delle apparenze, gli schiavi, lungi dall’essere vittime innocenti, sono in realtà protagonisti attivi e partecipi del complicato sistema di sopraffazione dell’uomo sull’uomo che governa la piantagione e ripropongono fra loro la stessa gerarchia ed il medesimo sistema di valori dei padroni bianchi, alla faccia del tanto decantato mito del buon selvaggio! Una fiaba noir dal sapore hobbesiano giocata sull’inversione dei ruoli dove nulla è come sembra e il vero regista occulto della tratta di carne umana si rivelerà essere il capo della servitù, un apparentemente inoffensivo (e falso invalido) Samuel Jackson, un nero che ha però scoperto, a proprio esclusivo vantaggio, da che parte (bianca) gli conviene stare. Se a questo aggiungiamo la scena in cui gli incappucciati cavalieri del Ku Klux Klan cavalcano sulle note del Dies Irae di Verdi fendendo l’oscurità con il lucore delle torce accese e quella in cui Cristoph Waltz, che avevamo già visto in “Bastardi senza gloria” nei panni del Colonnello delle SS Hans Landa, racconta a al suo compare Django la leggenda di Brunilde e Siegfrid, è facile capire perché Spike Lee abbia perduto il sonno.

 

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3 Comments

  1. Marco says:

    Quentin Tarantino ormai è super politically correct, nel senso che lo schema dei suoi film è dipingere una super squadra di cattivi – coglioni da fare a pezzi senza pietà per la vendetta assoluta dei “buoni e giusti”.
    E’, in un certo senso, la punta di diamante del “politically correct”.

    Nel caso di Django Unchained lo schiavismo è. ovviamente, solo un pretesto, che sarebbe stato magari anche accettabile se la trama e i personaggi fossero stati ideati e calibrati con un minimo di intelligenza, ma lo schema alla fine è solo un assemblaggio ignobile e offensivo per chi abbia un minimo di cervello; l’unica idea azzeccata del bolso Tarantino, che ha recitato (si fa per dire) una piccola parte nel film, è stata quella di farsi esplodere con la dinamite per mano proprio di Django (la D è muta).

    Sia chiaro che io ho apprezzato in precedenza i film di Tarantino, per me Pulp Fiction è un capolavoro, ma da Kil Bill in poi è stato un progressivo peggioramento; ormai Quentin è da manicomio.

  2. Max Scorrect says:

    Grazie a Dio per averci dato Quentin Tarantino, Spike Lee si fotta e con lui i “politically correct”

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