Sciopero delle maestre, le vere ragioni del caos

Studenti-immigratidi SERGIO BIANCHINI – Basta leggere un po’ qua e là articoli su precariato, concorsi, graduatorie, abilitazioni per essere trascinati nel gorgo normativo che travolge la scuola italiana. La lentezza dei provvedimenti legislativi, le norme transitorie, gli automatismi delle sentenze nazionali producono labirinti insuperabili.

Ultima vicenda, che sta assumendo toni quasi drammatici, quella dei diplomati nelle scuole ed istituti magistrali prima del 2001/2002. Alcuni sindacati hanno proclamato lo sciopero per l’8 gennaio 2018.

Si ribellano contro la sentenza con cui il 20 dicembre 2017 il Consiglio di Stato a sezioni riunite ha deciso in via definitiva che gli insegnanti in possesso di un diploma magistrale conseguito entro il 2001/2002 dovranno essere esclusi dalle graduatorie a esaurimento.

Ancora una volta la mancanza di una chiara e coerente azione di governo produce l’eterna lotta per il riconoscimento ope legis dei titoli e delle supplenze svolte nelle scuole a vario titolo. Produce continuamente ricorsi ed aggiornamenti legislativi spesso altalenanti e contradditori. Ma adesso c’è una sentenza definitiva e non se ne esce, pare. Sarà così?

Sembra che una petizione contro la sentenza lanciata il 21 dicembre abbia già raccolto 30mila firme. Drammatici i toni della Cgil. “La vicenda dei diplomati magistrali, con la sentenza dell’Adunanza Plenaria — scrive la Flc — segna una pagina terribile della storia della scuola e del reclutamento in Italia, con il Consiglio di Stato che smentisce una serie di pronunciamenti precedenti, un’evidente disparità di trattamento tra docenti che hanno avuto sentenze definitive e altri che oggi vengono esclusi dalle Gae e la politica, che invece di fare delle scelte coraggiose e tali da risolvere questa vicenda, lascia alla magistratura il compito di decidere”.

Mi chiedo anch’io: cosa ne sarà di quegli insegnanti che acquisirono il titolo di studio abilitante entro il fatidico 2001/2002? Insegnano come precari da anni ma non potranno diventare di ruolo ope legis, visto che devono essere esclusi dalla graduatoria per le immissioni in ruolo che è anche la prima graduatoria per le supplenze.

Il 2001/2002 è una data cruciale per gli insegnanti delle scuole materne ed elementari (infanzia e primaria). E’ l’anno finale dello scioglimento delle scuole e degli istituti magistrali che per 80 anni avevano prodotto gli insegnanti della fascia di età 3-11 anni.

Per insegnare nella scuola materna bastava un titolo di studio di tre anni dopo la media ed in quella elementare un corso di quattro anni. Il primo si conseguiva nella scuola magistrale, il secondo nell’istituto magistrale. Entrambi i titoli erano abilitanti cioè consentivano, senza ulteriori passaggi, la partecipazione alle assunzioni statali.

Negli anni 70-80 la scuola fu attraversata da fortissime turbolenze. Per materna ed elementare non vi fu tanto un aumento delle iscrizioni, ma una fortissima riduzione del numero di alunni per classe che decretò un quasi raddoppio del personale. La preminenza cattolica, sia culturale che politico-occupazionale, nei primi otto anni di vita scolastica fu messa in discussione. Nel ’68 nacquero le prime scuole materne statali ed iniziò la crisi delle scuole non statali. Crisi che ancora oggi procede rapidamente, nonostante alcuni importanti interventi concettuali e legislativi sulla parità.

Il diploma di maestro/a elementare conseguito in quattro anni contro i cinque necessari per gli altri diplomi, dotato del privilegio abilitante e con l’accesso al percorso universitario è stato uno dei principali tormentoni della scuola italiana.

Sarebbe bastato uniformare a quattro anni di corso tutti i diplomi di scuola superiore, come accade in Europa, e si sarebbe evitata l’insuperabile e in gran parte strumentale diatriba sui diplomi di diversa durata e diversa potenza. Uno scontro che portò all’eliminazione di scuole di grande qualità, che avevano inciso positivamente e universalmente per quasi un secolo nella vita del paese. Ma le cose andarono diversamente. La laurea fu dichiarata indispensabile per l’insegnamento a qualunque livello (ce n’era davvero bisogno ad esempio alle materne?) e l’accesso all’università fu uniformato per tutti i diplomi di cinque anni. Infatti con la legge 919/1969 (legge Sullo) si stabilì che fino all’attuazione della riforma universitaria — che fu varata 21 anni dopo con la legge 341/1990 —, potevano iscriversi a qualsiasi corso di laurea non solo i diplomati degli istituti secondari di secondo grado di durata quinquennale, ma anche i diplomati degli istituti magistrali e dei licei artistici che avessero però frequentato con esito positivo un corso annuale integrativo.

Con il decreto interministeriale del 10 marzo 1997 si dette attuazione alla legge 341/90 che prevedeva l’istituzione di uno specifico corso di laurea, articolato in due indirizzi, per la formazione degli insegnanti della scuola materna e della scuola elementare. L’articolo 1 del decreto prevedeva anche, dall’a.s.1998/99, la soppressione dei corsi di studio ordinari (triennali e quadriennali) rispettivamente della scuola magistrale e dell’istituto magistrale e la soppressione, dall’a.s. 2002/2003, dei corsi annuali integrativi che si svolgevano negli istituti magistrali. Gli ultimi maestri diplomati furono sfornati quindi nell’anno 2002.

Le ricadute giuridiche di queste pluridecennali, tormentate vicende non sono ancora terminate.

Un concorso nazionale, veloce e periodico, risolutivo di tutti i problemi non si riesce a fare. Basterebbe fare concorsi distrettuali o di istituto, e tutto verrebbe enormemente accelerato. Ma non si vuole perché il concorso nazionale ha valenze  non scolastiche ma ben note a tutti seppure indicibili.

Si potrebbero anche eliminare gli onerosi e logoranti percorsi della chiamata supplenti con le conseguenze psicologiche, temporali e giuridiche, indesiderate ma insopprimibili, che generano da decenni. Come? Esternalizzando le supplenze e lasciando allo Stato solo i dipendenti di ruolo. Con le supplenze esternalizzate si creerebbe rapidissimamente una serie di aziende, associazioni, cooperative, partite Iva esterne alla pubblica amministrazione ma operanti in benefica simbiosi operativa con essa ed in semplice collegamento con i laureati intenzionati ad insegnare.

Purtroppo non si riesce a fare nulla di tutto ciò. Cui prodest?

per gentile concessione dell’autore, da http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2018/1/6/SCUOLA-Sciopero-delle-maestre-le-vere-ragioni-del-caos/800469/

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2 Comments

  1. sergio bianchini says:

    ho molte volte illustrato la necessità di concorsi di istituto(100-120 dipendenti) o distrettuali (2000 dipendenti) uguali a quelli comunali con titolarità similcomunale e senza più trasferimenti nazionali.
    La non trasferibilità è un passaggio chiave per garantire stabilità del personale e territorialità.

  2. lombardi cerri says:

    Quando si arriverà ai concorsi regionali, con regole dettate singolarmente da ogni Regione?

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