Scioperi che non stanno né in cielo né in terra. Fiumicino detto “Feeumeesheeno”

aereo

di ROMANO BRACALINI – Ma l’Italia è un Paese civile? Aerei bloccati sulle piste, mentre vi parlo ne avranno già cancellati un trecento. Treni con pidocchi, come nel Bangladesh. Vai a Piacenza? Consigliabile l’antitetanica. Un’informazione telefonica? Ti risponde un nastro. Nessuno ti richiama. L’autostrada? Peggior che andar di notte. A Melegnano sei già in colonna. Dieci centimetri di neve paralizzano il Paese delle palme e del caffè. L’Italia delle corporazioni e dell’arbitrio legalizzato funziona a meraviglia. Consiste nel rispondere alle legittime proteste del pubblico con un argomento di sicuro impatto
sociale: “Non me ne frega un cazzo”. Può capitare questo e altro quando perdi l’indirizzo della storia.

Avevamo Radetzky e gli abbiamo preferito Mastella. Avevamo la wienerschnitzel e l’abbiamo scambiata con le sarde a beccafico. Dovremmo rifare le Cinque Giornate all’incontrario e richiamare Metternich, che dar par suo, come se avesse visto nella sfera di cristallo, aveva sentenziato: «L’Italia è un’espressione geografica». Non poteva discenderne che un simulacro di nazione. Può funzionare un’azienda che si chiama Alitalia?

Che il popolaccio italiano fosse il più cinico dei popolacci, l’aveva già rimarcato Giacomo Leopardi, suddito papalino con pratica di mondo, che spiegava: «Niuna vince né uguaglia in ciò la nazione italiana. Essa unisce la vivacità naturale (maggiore assai di quella de’ francesi) all’indifferenza acquisita verso ogni cosa e al poco riguardo verso gli altri cagionato dalla mancanza di società, che non li fa curar gran fatto della stima e de’ riguardi altrui…».

I grandi ingegni sono sempre profetici, oltre che liberi. Nell’Ottocento papa Gregorio XVI, Gregoriaccio,
come lo chiamava il popolino, chiedeva a un cardinale quale fosse lo spirito pubblico dei romani. Ed egli con un sorriso: «Ognuno frega l’altro, Santità». Esattamente come oggi. Più di una quarantina di anni fa, Ennio Flaiano, scrittore satirico e anticonformista, pubblicò su l’Espresso del 30 luglio 1972 (occhio alla data!) il diario scherzoso (ma serissimo) di un americano giunto a Roma con la famiglia per una vacanza di una settimana.

Una cronaca di esilarante attualità: «Lunedì. Siamo arrivati stanotte io, mia moglie Gail e mia figlia Susan da Paris (France) con molte ore di ritardo a Feeumeesheeno, che in italiano si scrive Fiumicino. Feeumeesheeno è un brutto piccolo aeroporto, che sorprende per moltre cose, ma soprattutto per il suo stato di leabbandono e di sporcizia. All’arrivo abbiamo avuto l’impressione di essere stati dirottati a nostra insaputa in Siria o qualcosa di simile. C’erano molti siriani non sbarbati che stavano attorno al nostro aereo e ridevano. C’era uno sciopero dei tecnici addetti all’assistenza a terra, per cui siamo dovuti scendere dalla carlinga per le uscite di sicurezza, molto sportivamente, lasciandoci scivolare su un telo. E portarci da noi i bagagli sino all’edificio dell’aeroporto, lontano un miglio. Il nostro comandante ha pregato un conducente degli autobus aeroportuali di far salire almeno le signore anziane, ma quello ha risposto: “Non mee eemporte un katzo”, cioè a dire che non era interessato a quel trasporto. Katzo è una locuzione molto usata dagli italiani e significa “poco” o “nulla”, secondo i casi… ».

Dalla mancanza di una società, che in Italia, a differenza delle altre nazioni europee, non ha fatto in tempo a formarsi, è derivata la tribù di specie italiana che ignora le più elementari norme di educazioni civica. La convivenza diventa una lotta degli uni contro gli altri, una lunga e estenuante guerra civile. Lo sciopero non è più un diritto da esercitarsi nei limiti della legge e del decoro ma uno strumento politico di pressione e di ricatto, come avviene in Cile o in Argentina, piuttosto che nel mondo anglosassone dove si ricorre allo sciopero sindacale (non politico) con parsimonia e misura. Il fatto è che un’intera generazione di statisti (salvo forse Cavour) ha sottovalutato che gli italiani non avevano consapevolezza di nazione, né dei doveri che essa impone alla collettività. È stato sottovalutato il fatto che gli italiani sono inadatti alla democrazia e che come i cinesi, i russi, i balcanici, dai quali purtroppo ci separa un braccio di mare, siano inevitabilmente portati alla dittatura. Ci si convincerà guardando alla storia turbolenta di questi Paesi. L’Italia non fa eccezione.

Non è nemmeno vero che il Fascismo si stato imposto alla maggioranza del Paese virtuoso. Un tiranno non governa senza il consenso del popolo e il tiranno non dispiace agli italiani. Sotto il Fascismo i treni viaggiano in orario ed erano più veloci e puliti di quelli d’oggi. Qualcuno sa spiegarmi perché? Nel biennio rosso 1919-20, il sindacato dei ferrovieri era capace di bloccare la partenza di un treno se solo vi saliva un ufficiale, i viaggiatori erano trattati da intrusi e dovevano attenersi al regolamento d’arbitrio dei ferrovieri. Una statistica inglese attribuiva all’Italia il primato mondiale degli scioperi tradotto in milioni di giornate di lavoro perdute. A Prato e Loreto alcuni sacerdoti per ottenere i miglioramenti richiesti si erano rifiutati di dire messa. Gli studenti delle scuole secondarie scioperavano per ottenere la promozione senza esame, in anticipo sul 6 politico del ’68. I disordini sociali finirono per spaventare la borghesia e propiziare la voglia di autorità e di disciplina.

Gli scioperi d’oggi hanno il medesimo intento politico strumentale di ricercare lo scontro di piazza e ottenere il risultato negato dal voto elettorale. La logica è da Paese totalitario. Solo che nei Paesi totalitari lo sciopero non è permesso. Lo Stato democratico deve far rispettare le regole senza trascendere in metodi brutali ma non può nemmeno permettere che se ne faccia impunemente strame. Oggi la sola dittatura imposta a milioni di cittadini è quella dal sindacato corporativo che gode dell’appoggio dei partiti di riferimento della sinistra. Si osserverà, per puro godimento, che sono gli stessi partiti che ambivano a un sistema in cui il
diritto di sciopero non solo non era contemplato ma punito con la deportazione e il carcere duro.
Succede che i partiti che fomentano lo sciopero politico pretendano e facciano uso delle garanzie democratiche che loro stessi avrebbero abolito. Si farà qualche esempio.

Giustino Fortunato, liberale meridionale, diceva che l’Italia è il Messico d’Europa. Aveva ragione, aveva torto? Per la risposta rimandasi allo sciopero molto selvaggio di “Feeumeesheeno”.

 

 

abbandono

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