Sciapi e infelici? Cacciamo questo Stato dalle nostre tasche

di ANGELO VALENTINO –stato centralista Di sicuro ce lo siamo dimenticati quel rapporto del Censis in cui l’attuale stato della società italiana veniva  sintetizzato come “infelice” e “sciapo”. O che dire di quel rapporto lontano di De Rita in cui si parlava di una società “mucillagine”? Parole così potenti dicono solo che non esiste più una struttura sociale solida e con degli obiettivi. Si vive senza meta.

Di certo c’è chi sta peggio, ma essere sciapi, cioè vuoti e privi di idee, e infelici, ovvero senza il senso della vita, non fa di questo Paese un modello. Nonostante Expo  e quanto Renzi dice in materia di potenzialità.

Forse abbiamo finito la resistenza, forse abbiamo terminato di uscire dalla scuola o dall’università con dei contenuti e dei metodi per affrontare la vita. Oppure, più semplicemente, ci siamo assuefatti alla cattiva politica.

“Negli anni della crisi – si leggeva in quel rapporto del Censis – abbiamo avuto il dominio di un solo processo, che ha impegnato ogni soggetto economico e sociale: la sopravvivenza. C’è stata la reazione di adattamento continuato (spesso il puro galleggiamento) delle imprese e delle famiglie. Abbiamo fatto tesoro di ciò che restava nella cultura collettiva dei valori acquisiti nello sviluppo passato (lo «scheletro contadino», l’imprenditorialità artigiana, l’internazionalizzazione su base mercantile), abbiamo fatto conto sulla capacità collettiva di riorientare i propri comportamenti (misura, sobrietà, autocontrollo), abbiamo sviluppato la propensione a riposizionare gli interessi (nelle strategie aziendali come in quelle familiari)”.

In altre parole, appunto, la sopravvivenza ha assorbito energie e riserve. “Circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa”. Nel prendere atto di questa disgregazione siamo diventari anche “infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali”.

Devastato il ceto medio, disoccupato il ceto medio, suicidato il ceto medio, con una politica che spinge solo se stessa, che rappresenta e protegge solo se stessa, che non trova mai colpevoli, l’unica via d’uscita ci sembra essere quella di riappropriarci dei nostri territori, della nostra autonomia. Se un popolo fosse messo davanti alla scelta di poter decidere se stare con il fisco di Roma, con il suo sistema, e con quello diverso e autonomo di Milano o di Venezia o di Bologna, quale strada sceglierebbe per uscire dalla depressione della sciapitudine nazionale?

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