Schiavitù individuale e schiavitù collettiva: leggere “Autodeterminazione”

di PAOLO L. BERNARDINI

Amari sono i tempi in cui occorre scrivere del principio di autodeterminazione dei popoli, e di un popolo in particolare: nel caso di specie, quello veneto, inteso estensivamente, e non etnicamente, come i cittadini residenti nella regione Veneto, in parte, ma solo in parte, coincidenti con il popolo veneto storicamente inteso.

Amari perché se dell’autodeterminazione occorre scrivere, vuol dire che di fatto, prima che di diritto, essa viene negata. Il principio, o diritto, di autodeterminazione di un popolo, come di un individuo, è auto-evidente. Negarlo vuol dire co-onestare la dittatura, ovvero la schiavitù di un popolo intero, o altrimenti l’istituto della schiavitù stessa, nel caso dell’individuo. La schiavitù dell’individuo è da tempo abolita in ogni diritto vigente. Vogliamo mantenere quella di un popolo? Un popolo è una collettività più o meno definita e definibile di individui – la “nazione” di Renan, ovvero “un plebiscito di ogni giorno” – e dunque “a fortiori”, ovvero a maggior ragione, se non si può negare la libertà all’individuo, non si la può negare ad un popolo!

Non sempre i popoli si sono ribellati in massa nei confronti delle dittature. I grandi movimenti di liberazione nazionale, a partire dalle Provincie Unite d’Olanda nel 1578, o le colonie americane nel 1776, sono stati guidati e rappresentati, almeno inizialmente, da poche persone. Tuttavia si vede bene come nel mondo attuale, dalla Catalogna che muove per la “Diada”, un milione e seicentomila persone, alla Scozia, e ora anche in Veneto, i popoli oppressi, le nazioni senza uno stato proprio, le colonie di varia formazione e storia, si muovono in numeri sempre maggiori per rivendicare il principio di autodeterminazione, peraltro auto-evidente, ma soprattutto l’applicazione normativa di tale principio. La sua realizzazione, insomma, nella libertà effettivamente ri-conquistata per Veneto, Scozia, Catalogna, Sardegna, Lombardia, Sicilia, Corsica, Bretagna, e quant’altre parti del mondo. La Bretagna, ad esempio, prima regno poi ducato, divenne una provincia del regno di Francia nel 1532, la Corsica nel 1768. Anche nello Stato che si ritiene a torto il più compatto e granitico del mondo, la Francia, covano legittimi sentimenti indipendentistici, con i relativi movimenti. E questo è ancor più vero per gli Stati Uniti. In America, come gli eventi di questi giorni dimostrano, mantenere il Super-Leviatano dello stato federale a stelle e strisce è, da sempre, e sempre più, un accanimento terapeutico per un malato terminale.

Per tornare in Italia. Il principio di autodeterminazione non può venire negato, pena farsi difensori del peggiore totalitarismo. Di questi giorni è la notizia della morte di Juan Linz, politologo spagnolo, nato nel 1926, deceduto il primo ottobre. Ebbene, Linz distingue tra regimi autoritari e totalitari, riferendosi a dittature del passato, da Franco a Hitler a Stalin, ma tutti i tratti che attribuisce sia all’autoritarismo sia al totalitarismo potrebbero essere attribuiti anche alle democrazie degenerate, come l’Italia.

Si fa ricorso alla Costituzione italiana per negare ai Veneti la possibilità di esprimersi sul loro destino. Ebbene, in questo modo si disconosce, con vilipendio e infamia, proprio lo spirito più genuino di quel tempo e dei Costituenti stessi, che in gran parte vollero prima di tutto tutelare l’Italia dal ricadere in dittature simili a quella, devastante, che era appena trascorse. Si ingabbia lo spirito di libertà in una lettera che, in questo modo, diventa lettera d’oppressione, carta liberticida. Non era stata concepita per essere così, la Costituzione. Al contrario. Ogni costituzione, perfino quella sovietica di Lenin, deve in qualche modo farsi garante di diritti individuali e collettivi (ad esempio il diritto di secessione nella prima costituzione sovietica!). I dittatori non scrivano costituzioni, che diverrebbero nel tempo il loro peggior nemico.

La lotta che Alessio, io e molti altri conduciamo, è una lotta per il diritto, prima di tutto. Per dare vita ad uno stato di diritto, dove le norme, e non solo le norme fondamentali, non siano continuamente disattese o violate. Proprio la negazione continua della Costituzione, o la sua ignoranza, ci dicono prima di tutto che lo spirito che diede vita ad essa deve dar vita ora ad altre carte, quella per il Veneto, ad esempio, che rispettino i diritti fondamentali dei cittadini, la loro dignità, la loro proprietà. E’ estremamente vile, ora che tutti i Costituenti sono morti, utilizzare la loro creatura, nelle intenzioni strumento di libertà e liberazione, per fini tirannici. Cosa penserebbe un Calamandrei, un La Pira, un Finocchiaro Aprile? Si pensi alle celebri parole pronunciate da Calamandrei nel gennaio 1955: “ …Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione “. E di questa Costituzione si vuol fare ora strumento di tirannia?

Quando parlo di “lotta per il diritto” il riferimento va naturalmente allo scritto di Rudolf von Jhering, del 1872, che parte da Kant: «non lasciate calpestare da altri impunemente il vostro diritto», e (come scrive Tommaso Edoardo Frosini) “si snoda lungo un percorso teorico di energica resistenza contro il torto per l’affermazione del diritto, quale dovere del soggetto verso se stesso e verso la comunità. Il significato più profondo dell’operetta venne individuato da Benedetto Croce, il quale ripropose coraggiosamente il testo al lettore italiano in pieno regime fascista, e lo presentò con queste parole: «Un alto concetto informa questo scritto di Jhering: la necessità di asserire e difendere il proprio diritto con sacrificio dei propri interessi individuali. Vale a dire, non soltanto perché l’utile maggiore è da preferire al minore, il duraturo al momentaneo e labile, il fondamentale all’occasionale, ma innanzi tutto per il dovere morale, che comanda di mantenere saldo l’ordinamento giuridico, condizione della vita sociale e umana».” Ma poi prevalse la negazione del diritto soggettivo, le oscure dottrine di Karl Larenz, il nazismo. Goebbels, Goering, e compagnia, dicevano infatti: “il diritto è quel che piace a noi”. La strada per Auschwitz era spianata. La negazione del diritto naturale viola non solo la sfera del diritto dell’individuo, ma quella di popoli interi in quanto insiemi variamente caratterizzati di individui. Il rovesciamento del principio di autodeterminazione, quello più radicale, è nello sterminio collettivo, estensione dell’omicidio individuale.

Il diritto di autodeterminazione diviene immediatamente esercitabile quando un popolo si accorga di averlo e lo rivendichi pacificamente. Allora rivendicarlo non è più solo un esercizio di un diritto naturale ma anche in gran parte positivo, ovvero riconosciuto dal sistema giuridico internazionale. Rivendicarlo diviene un dovere, poi, verso di sé e dei propri figli. Non possiamo abbandonare la nostra terra ad altri. La terra, la storia, la lingua, non sono cose. Sono realtà vive, fanno parte di noi come la nostra pelle, prima che come la nostra mente. Esiste un DNA di una terra, e il Veneto ne possiede uno, che risale a oltre 3000, forse 4000 o 5000 anni fa.

Negare il diritto di autodeterminazione è difendere l’indifendibile, e solo intellettuali e giuristi meschini possono servire uno scopo meschino. Fu ben chiaro, tale principio-diritto e la necessità del suo esercizio, perfino alle potenze non  italiane che costrinsero l’Italia, ovvero il regno sabaudo, a celebrare proprio il 19 ottobre (domani), nel 1866, un referendum-plebiscito farsa. Alla fine della terza guerra d’indipendenza, come scrive Beggiato, “che vide l’Italia sconfitta a Custoza e a Lissa,  un trattato internazionale (fra Austria e Prussia, 23 agosto a Praga) previde il passaggio del Veneto alla  Francia che poi lo consegnerà ai Savoja; nel successivo  trattato di pace di Vienna fra l’Italia e l’Austria del 3 ottobre si parla testualmente di un passaggio “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”: i veneti dovranno decidere del loro destino, è un riconoscimento internazionale a quello che oggi si chiama “diritto di autodeterminazione”.”

Negare ai Veneti la possibilità di esprimersi vuol dire, per la democrazia italiana nel 2013, rivelarsi inferiore, e proprio in termini di democrazia (!), rispetto all’Austria, alla Germania, e alla Francia, che nel 1866 erano tre imperi.

*Sintesi degli interventi tenuti a Montebelluna (18 ottobre) e Noale (25 ottobre), alle rispettive serate di presentazione del libro di Alessio Morosin, Autodeterminazione.

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8 Comments

  1. Roberto Porcù says:

    Mi pare che parlare di schiavitù di un popolo sia quanto meno esagerato.
    Se consideriamo il popolo italiano, ci sarà all’incirca il 70 % della popolazione che in un modo o nell’altro percepisce di che vivere da ciò che lo stato sottrae al 30 % che si affanna a lavorare.
    Si tratta di percentuali “fluide”, nella stessa famiglia capita convivano entrambi e ciascuno è teoricamente libero di passare da una parte all’altra.
    Se consideriamo il popolo veneto, il rapporto cambia sicuramente, forse saremo 50/50, ma sempre c’è una consistente parte della popolazione che è stato dipendente e stato ossequiosa.
    Fin che ci saranno lavoranti da sfruttare, qualunque cambiamento è impensabile ed improponibile.
    Ho detto 50/50 in Veneto, ma se un giorno il referendum del “si, no, forse” si dovesse arrivare a farlo, conteremmo la percentuale degli stato dipendenti/ stato ossequiosi e questa percentuale ho il sentore che sarebbe ancor più favorevole alle sanguisughe.
    Penso che tutto si aggiusterà solo con il default prossimo venturo, i politici possono dare a bere un’inizio di ripresa agli italiani, ma non agli altri stati che finiranno con il mangiarsi l’Italia. Nel magna magna e fuggi fuggi, forse i veneti sapranno ritagliarsi un fazzoletto di Libertà, ma dovranno vigilare molto bene affinché i parassiti locali non cavalchino sane aspirazioni per continuare la vita a sbafo alla quale si sono italianamente abituati.

  2. Sandrino Speri says:

    L’autodeterminazone non è una forma di conoscenza,ma l’espressione di un comportamento e di una scelta:si passa dalla conoscenza all’etica e da questa alla politica e al diritto.Il diritto internazionale non parla di “Veneticità”,ma individui concreti,che hanno diritti umani innati,quindi inviolabili,inalienabili e imprescrittibili.Questi diritti sono anche ricosciuti alle comunità umane che hanno il carattere di popolo,la sovranità originaria appartiene al popolo come soggetto distinto dallo Stato.Un comune patrimonio culturale e un comune progetto di futuro politico sono già sufficienti a che venga riconosciuto all’insieme dei Veneti il diritto ad autodeterminarsi.

  3. CARLO BUTTI says:

    Gli “insiemi variamente caratterizzati di individui” non possono né esprimere volontà né accorgersi di alcunché. Volere e sentire sono facoltà squisitamente individuali. Esiste un cavallo in quanto individuo, non esiste la cavallinità se non come concetto , ossia come referente mentale costruito attraverso un processo di astrazione; qualcuno parlava addirittura di semplice “flatus vocis”. I significanti linguistici vanno usati con delicatezza, se non si vuol correre il rischio di giungere a conclusioni logicamente zoppicanti; e forse val la pena di rileggere quelle pagine di storia della filosofia che parlano del problema degli universali. O siamo disposti a credere senz’ombra di dubbio che esiste nell’Iperuranio l’Idea eterna di Popolo Veneto? Io avrei qualche dubbio…

  4. Paolo L. Bernardini says:

    Segnalo post factum il grande successo di entrambe le serate.

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