Schiacciati dal troppo Stato e dal Liberismo illusorio. Serve ancora un socialismo padano per uscire dalla crisi?

di STEFANIA PIAZZO – In questi tempi bui in cui il futuro appare ancora più buio e incerto, perché vedremo come andrà a finire il post covid in autunno, c’è da chiedersi quale leva economica ci potrà salvare. Tempo fa avevo scritto su un ipotetico dualismo tra liberismo e “socialismo” padano.

Certo, non eravamo in guerra, ma oggi che ci siamo dentro fino al collo, la domanda è ancora valida? Io credo di sì.

Il liberismo che proclama l’efficienza e la concorrenza, non sta toccando l’apparato statale inefficiente. Sta toccando solo noi. So che i liberisti mi detesteranno per quanto scrivo. Ma non credo nelle bellezze del libero mercato né in chi professa con la pancia piena questa religione dell’economicamente corretto, che si sta esplicando solo nel pagare meno il lavoro ma col culo degli altri, che tradotto vuol dire: ti pago poco e con la fame che c’è sei costretto ad accettare qualsiasi condizione. Chi crede a Cappuccetto Rosso pensa anche che la meritocrazia entri negli stipendi. Non è così. Il libero mercato fa incontrare domanda e offerta, ma vince chi tiene bassa l’asticella in un sistema in crisi, in cui non c’è lavoro. Ti fai andar bene tutto. Figurati ora dopo il Covid.

La media degli stipendi, anche di lavori di responsabilità, direttori amministrativi, direttori di negozio, si aggira intorno ai 1.200 euro. Con qualifiche non corrispondenti alle mansioni. Chi lavora nel commercio lo sa bene. E lo sanno bene anche i giornalisti.

Il libero mercato è quello che ha benedetto la globalizzazione. Il consumatore potrà scegliere il meglio a meno. Così ci dicevano. E non è vero. Il libero mercato della globalizzazione è quello che ha portato il made in Cina a soppiantare il made in Italy, le nostre botteghe, il lavoro correttamente retribuito. Per stare al passo, ci si adegua, l’asticella liberista rimedia al ribasso il modo per concorrere. Il liberismo sta colpendo solo noi, non lo Stato. Questo in Italia. Tanto che i nostri giovani non accettano lo strozzinaggio imprenditoriale che si adegua al mercato delle tasse di Stato. E scappano. Fanno bene. Un direttore amministrativo viene retribuito  1.400 euro, a Zurigo prende 10mila euro.

Ti dicono: servono nuove figure professionali. Ovvero: periti aerospaziali, fresatori di precisione, operai specializzati in sistemi balistici, informatici antihacker.

La corrente liberista che vorrebbe liberalizzare lo Stato dal suo interno, liberandoci dai parassiti pubblici, afferma questioni di principio sacrosante. Ma per riuscire a smobilitare lo Stato serve una rivoluzione. E’ un liberismo da collezione, da biblioteca, quello che fa appello ai proclami. Ma questa libera concorrenza che non tutela il diritto ad esistere, il valore della persona, e va alla ricerca di chi costa solo meno, è il liberismo che tocca sempre e solo noi, innescando una guerra al ribasso tra poveri e senza lavoro.

Il problema è lo Stato?

Il liberismo operativo, quello della globalizzazione di cui sopra, è lo stesso che ci ha portato alle frontiere aperte, all’immigrazione che muove risorse e nuove braccia a prezzi modici. Ci hanno voluto far credere che il libero mercato fosse la panacea di tutti i mali, ed è così che chiudono le piccole imprese, esplode l’edilizia straniera in Italia, i negozi etnici, l’ambulantato straniero, il facchinaggio straniero. La manodopera a basso costo nei servizi, nel terziario, ha invaso il mercato. Non si chiama liberismo, si chiama speculazione, sfruttamento.

Il sistema delle tutele sociali è franato, ai lavoratori del Nord non resta che subire gli effetti di una liberatoria illusione dal centralismo e dallo Stato nell’economia.

Così abbiamo due cose: da una parte lo Stato che non cambia e costa più di prima e a pagarlo siamo noi, dall’altra c’è il mercato che premia ciò che costa meno. E siccome è colpa dello Stato se il lavoro costa troppo, paghiamo due volte.

Non è cambiato nulla, anzi. Le liberalizzazioni le hanno guadagnate i manager, non i dipendenti. Le pensioni non ci saranno più e ogni anno si sposta in là di un anno almeno l’attesa. Gli stipendi che un tempo bastavano per vivere, oggi bastano due settimane. La qualità del cibo è scaduta, quella di ogni cosa che acquistiamo è scesa e scende ancora di più perché si cerca di andare al risparmio, cinese. Non è vero che il liberismo ci rende liberi di scegliere il meglio. Dobbiamo accontentarci di quel che possiamo prendere.

La sinistra un tempo faceva la sinistra, difendeva i diritti dei lavoratori. Oggi non esiste più la sinistra, e neanche più i lavoratori. Esistono cittadini precari. In Italia. All’estero un po’ meno e la sinistra fa anche la sinistra che si incazza davanti all’immigrazione che non fa più pareggiare i conti della giustizia sociale.

La destra? Una volta quella che si chiamava destra sociale, percorreva – ricordate? – tutta questa sequela di diritti, nel senso che a ciascun cittadino spettava di diritto, per diritto naturale, una cintura sanitaria di tutele pubbliche, non in nome del comunismo ma in nome e per conto di uno Stato che doveva garantire una rete a difesa di chi era italiano. Quello che ha tentato di fare la Lega Nord senza rompere gli argini dell’assistenzialismo fonte di iniqua ripartizione delle risorse, quello che sta cercando di fare Salvini oggi con Noi con Salvini e il motto Prima gli italiani. Solo che lo spirito che trasuda rischia di scivolare in un nostalgico neofascismo economico.

Forse, oggi, il Nord, ha bisogno di altre garanzie, e di quella giustizia sociale che gli è stata finora negata. Servirebbe un “socialismo padano”, un ritorno ad una stagione dei diritti che non smania dietro ai sogni utopici del liberismo, ideologia dell’Ottocento che non si può strattonare all’infinito negli abiti della globalizzazione di oggi. Non si può neppure confiscare la casa, come fece il regime sovietico, per darla al soviet. Oggi la si dà ai prefetti che la girano ai richiedenti asilo.

Serve un orizzonte politico che ripristini le tutele che oggi lo Stato eroga solo a pochi, che metta al primo al secondo al terzo punto del programma i diritti acquisiti a prescindere alla Cina e dai mercati. Perché non sarà il liberismo a darci la libertà economica, la speranza di un lavoro,  il riscatto dall’assistenzialismo. Scuole, asili, case, ospedali. Serve solo una classe politica onesta, competente e questo è il problema.

 

Photo by Paweł Czerwiński

 

Print Friendly, PDF & Email

2 Comments

  1. Brava davvero.
    Quello che hai descritto tu é il modello Baviera.
    L’aiuto al miglioramento della propria posizione sociale attraverso un un’integrazione seria che non crei tensione tra gli ultimi, a seconda che siano indigeni o immigrati si crea con attenzione e serietà.
    Da noi c’è stato invece per anni il modello “il comune prende soldi dagli investitori e tiriamo su un bel centro commerciale che fa lavorare gli edili e i loro schiavi in nero (per anni è stato così) così poi ci saranno altri posti di lavoro per i giovani a libro paga di franchising stranieri”.
    E si é creata una giungla padana di cemento e ignoranza.
    Tessuto sociale distrutto.
    Non molliamo,serve sensibilità.

  2. Cara Stefy
    Il tuo articolo è un piccolo bigino di verità…e speranze… che temo non realizzabili; purtroppo vedo sotto di noi un baratro senza fondo…
    Un abbraccio
    WSM

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo precedente

SARS-COV-2 in allevamenti in Olanda. A quando ispezioni in Italia?

Articolo successivo

Election Day il 13 e 14 settembre?