Savoia e camorra, plebiscito all’italiana

pisquani 2di GIUSEPPE REGUZZONI

Sono giorni sempre più caldi per l’indipendenza. Spaventa, tanto che la politica vi gira attorno con promesse, da carota e bastone, tipiche del sistema romano più che di quello “padano”. Segno che i tempi sono cambiati, da un bel pezzo, e che più che la verità conta la propaganda e il potere, l’accordo per le poltrone.

Il Veneto, da sempre, ha una marcia in più. Ce l’ha perché ha una storia con un popolo che si sente tale e con  una borghesia più coraggiosa rispetto a quella di Lombardia, rammollita. Ha una storia perché ha avuto una Repubblica che ha salvato l’Europa dall’invasione dei turchi, perché ha battuto i Savoia l’altro ieri nella battaglia di Lissa. Tutto, invece, attorno al catafalco Italia va a pezzi. Il Titalic è lì da vedersi.
In questi giorni sfogliando vecchie rassegne stampa, mi è balzata agli occhi la celebrazione in pompa magna, nel 2001, dell’allora Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, quando intervenne a Palazzo Carignano, Torino, in occasione della cerimonia celebrativa per i 140 anni dell’unità e, a proposito della politica delle annessioni al Regno di Sardegna, fece la seguente affermazione: «Per la prima volta, milioni di italiani erano stati chiamati a votare – a suffragio universale, quella prima volta! – per l’adesione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele. I plebisciti furono un’esperienza indelebile per quella generazione e, non a caso, i risultati delle votazioni avrebbero dovuto essere iscritte nel colonnato del Vittoriano, secondo il progetto originario del Sacconi». Il delirio.

Giuseppe Sacconi è l’architetto cui si deve il progetto di quell’orrendo monumento nazionale a Vittorio Emanuele II, comunemente noto, appunto, come il “Vittoriano”, ma che molti Romani chiamano, meno retoricamente, “la macchina da scrivere”. Per costruirlo, un intero quartiere medievale fu sventrato, furono abbattuti la Torre di Paolo II e i tre chiostri medievali del Convento dell’Ara Coeli. La nuova Italia mostrava il suo volto demolendo quella antica. Il trionfo della retorica risorgimentale si imponeva su secoli gloriosi di arte e cultura, celebrando la propria vacuità. Alla Roma dei Papi e del Rinascimento si sostituiva la nuova Roma, poi tanto esaltata dal fascismo. Per legittimare questo progetto politico, deciso e condotto contro i popoli d’Italia, ci si appellava ai “plebisciti”, i cui risultati avrebbero appunto dovuto essere iscritti nel colonnato di quello che, in seguito, divenne l’Altare della Patria: una scelta simbolica, che avrebbe dovuto, anche architettonicamente, testimoniare il fondamento legittimo della Nazione. L’Unità fu realizzata mediante un gioco complesso e, a tratti, persino fortuito di azioni diplomatiche, trame massoniche, intrallazzi indicibili e iniziative militari, non senza l’innegabile adesione sincera, e forse ingenua, di molte persone.

Sul piano giuridico i plebisciti – dove e quando furono tenuti – erano indicati come lo strumento per interrogare i popoli, teoricamente sovrani, circa l’assetto politico che intendevano dare ai loro territori. Spiace per il Presidente Ciampi, che nel suo intervento a Torino, parlò anche di prima esperienza di “suffragio universale”, ma i documenti e la storia dicono un’altra realtà, ormai documentata persino sui manuali scolastici. La pur moderata Wikipedia, in proposito, così sintetizza: «Il plebiscito, che prevedeva forti limitazioni censitarie, si differenzia sostanzialmente dal referendum: in particolare, le consultazioni plebiscitarie per l’unificazione si svolsero senza tutela della segretezza del voto». In effetti, le liste dei votanti furono compilate in maniera alquanto oscura, al punto che in alcuni plebisciti il numero dei voti favorevoli all’annessione al Regno di Sardegna risultò superiore a quello degli iscritti.

Per non parlare delle procedure di voto, che cambiarono da stato a stato e da città a città: schede di colore e di formato diverso per il sì e per il no, schede precompilate distribuite prima delle votazioni, consegna diretta agli scrutatori o inserimento in due ceste differenti, una per il sì e una per il no, ovviamente in presenza di agenti piemontesi ben armati e meglio istruiti sul da farsi. Le cronache scritte di quel che avvenne realmente sono molto carenti, ma qualche notizia è comunque trapelata. Di sicuro si sa che molto spesso ci scappava il morto, a monito di tutti gli altri votanti. Al Sud, in particolare, le modalità di voto furono particolarmente vergognose e violente: non solo il voto era palese e, anzi, spesso non esistevano neppure le schede per votare No, ma all’interno di ogni seggio chi votava aveva a che fare con i militari piemontesi o con la camorra (con la quale i conquistatori si erano subito trovati d’amore e d’accordo). La falsificazione dei voti fu tale che persino l’ambasciatore inglese, Elliot, il 10 novembre 1860 così relazionava al proprio governo (che pure era stato il vero regista della campagna di aggressione e di conquista del Regno delle Due Sicilie): «I risultati delle votazioni in Napoli e in Sicilia rappresentano appena il diciannove per cento tra i votanti designati; e ciò ad onta di tutti gli artifizi e le violenze usate».

Vuol dire che al Sud non mancò una resistenza “legale”, basata sul non collaborazionismo, che affiancò quella armata, che sui nostri manuali ufficiali è chiamata con disprezzo “brigantaggio”. Il plebiscito napoletano, quello che ebbe appunto il minimo di partecipazione popolare, era stato indetto da Giuseppe Garibaldi che, tra le tante sconcezze giuridiche, aveva decretato che potessero votare anche gli stranieri, per il fatto che, combattendo per la libertà del Sud, avevano acquisito sul campo questo e altri diritti. Difatti i Garibaldini a Napoli a votare ci andarono, alcuni anche più volte, così come votarono i 50.000 soldati piemontesi fatti nel frattempo sbarcare per “presidiare” la città. A dimostrazione della stima reale che gli stessi vincitori avevano per quello strumento di legittimazione del potere, stanno le dichiarazioni di Giuseppe Garibaldi, quando a organizzare il plebiscito fu la Francia nella sua natia Nizza, ceduta da Cavour, insieme alla Savoia, in cambio del sostegno militare di Napoleone III. In un suo intervento al Parlamento Subalpino l’Eroe dei Due Mondi contestò il plebiscito di Nizza e dichiarò che quel voto popolare non aveva nessun valore a causa «della pressione sotto la quale si trova schiacciato il popolo di Nizza, per la presenza di numerosi agenti di polizia, le lusinghe, le minacce senza risparmio esercitate su quelle povere popolazioni; la compressione che impiega il Governo per coadiuvare l’unione alla Francia; l’assenza da Nizza di moltissimi cittadini, obbligati ad abbandonarla pei motivi suddetti; la precipitazione e il modo con cui si chiede il voto di quella popolazione». Garibaldi, indignato per la risposta di Cavour che richiamava gli impegni internazionali sottoscritti dal Regno di Sardegna, ricordava che lo Statuto prevedeva il voto delle Camere per le variazioni del territorio dello Stato e chiedeva a gran voce l’intervento della Russia o la protezione degli Stati Uniti.

Due pesi e due misure, diremmo noi oggi; e, in ogni caso, una prova evidente di quanto anche gli esponenti del cosiddetto Risorgimento “democratico” fossero davvero democratici e di quale considerazione avessero per i popoli della Penisola.

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