SARKOZY E HOLLANDE PARLANO DI TASSE. E I FRANCESI SCAPPANO

di CLAUDIO PREVOSTI

Nei giorni precedenti le drammatiche vicende di Tolosa, Nicolas Sarkozy, impegnato in una dura campagna elettorale per tornare all’Eliseo, si è lanciato  all’attacco dell’esilio fiscale. Sulla rete televisiva TF1, il presidente francese ha proposto una “tassa legata alla nazionalità”. Ogni persona che lascia la Francia con il solo scopo di evadere il fisco dovrà dichiarare all’amministrazione francese le imposte pagate all’estero.

“Se sono inferiori a quelle previste in Francia, dovrà pagare la differenza”, ha dichiarato Sarkozy, per il quale è innanzitutto una questione di moralità: “Il denaro non permette e non giustifica tutto”, ha affermato il presidente, candidato alla propria successione. Questa tassa, prelevata sui redditi di capitali, verrebbe imposta a tutti i cittadini espatriati? “No. Sarkozy ha fatto una chiara distinzione tra i francesi inviati all’estero dalla loro azienda e gli esuli fiscali “, spiega Claudine Schmid, candidata dell’UMP, il partito della maggioranza governativa, per rappresentare i francesi residenti in Svizzera nel Parlamento francese.

L’idea di introdurre una tassa per gli esuli fiscali era in pista già da alcuni anni. A formularla era stato il socialista Dominique Strauss-Kahn nel 2007, poco prima di trasferirsi a Washington per dirigere il Fondo monetario internazionale (FMI). Jerome Cahuzac, l’influente presidente socialista della commissione delle finanze dell’Assemblea nazionale, aveva ripreso la proposta nel 2010. Il suo “contributo di solidarietà” mirava a tassare gli esuli fiscali con un reddito annuo superiore a 200’000 euro.

Il progetto si ispira chiaramente al modello americano: Washington sottopone al fisco tutti i cittadini americani, ovunque si trovino sul pianeta. “Tassare i francesi espatriati vorrebbe dire rinegoziare le 120 convenzioni di doppia imposizione fiscale stipulate dalla Francia con gli altri paesi”, rileva Eric Ginter, avvocato a Parigi presso lo studio Partners STC. Con un piccolo non indifferente particolare: che negli Usa il prelievo fiscale è inferiore a quello francese.

“Si tratta di un compito enorme. Gli Stati Uniti, che applicano questo principio dalla guerra di secessione, un secolo e mezzo fa, dispongono di grande esperienza e di un arsenale amministrativo considerevole. Cose che non si possono improvvisare in fretta”, aggiunge Ginter.

Il tema dell’esilio fiscale sta agitando la campagna elettorale, ma le soluzioni proposte sono molto difficili da attuare. Il candidato socialista Francois Hollande ha lanciato un “appello al patriottismo” all’indirizzo degli esuli fiscali. Nel contempo, ha proposto di far pagare ai contribuenti benestanti il 75% del reddito superiore a 1 milione di euro. Più a sinistra, anche il candidato sostenuto dal Partito comunista, Jean-Luc Mélenchon, vuole scoraggiare gli esuli fiscali. “Pagherete in Francia la differenza delle tasse che sperate di risparmiare”, ha minacciato.

L’anno scorso, per alimentare le casse dello Stato, Sarkozy aveva deciso di introdurre una “exit tax”, una tassa imposta al momento della partenza verso l’estero. I contribuenti che hanno lasciato la Francia dal marzo dell’anno scorso dovrebbero pagare un’imposta del 19% sul plusvalore risultante dalla cessione, effettiva o potenziale, delle loro partecipazioni in aziende francesi.

Questa tassa avrebbe dovuto arginare le delocalizzazioni fiscali e avrebbe permesso allo Stato francese di incassare circa 200 milioni di euro. Un anno dopo la presentazione del progetto, questo sistema non è ancora entrato in vigore. Il decreto di applicazione non è stato finora pubblicato. Come mai questa lentezza dell’amministrazione? Già nel 1999, il ministero delle finanze, allora guidato da Dominique Strauss-Kahn, aveva concepito una tassa simile. Il progetto era però miseramente fallito: attaccato dinanzi alla Corte di giustizia europea (CGE), il dispositivo era stato finalmente cancellato.

“Questa tassa era contraria ai principi della libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea”, ricorda Ginter, che aveva guidato la lotta dinanzi alla Corte di giustizia.

La tassa proposta in questi giorni sembra più concretizzabile. Ma il suo impatto sui contribuenti tentati dall’esilio è incerto. “La ‘exit tax’ potrebbe costituire, in tempi normali, un ostacolo all’esilio fiscale”, ritiene Pierre Dedieu, avvocato specializzato in questioni fiscali internazionali presso la società CMS Bureau Francis Lefebvre. “Ma oggi, il desiderio di partire ha il sopravvento rispetto a queste limitazioni, almeno per alcuni contribuenti.”

Da un mese, si osservano grandi movimenti, soprattutto verso la Svizzera, aggiunge Pierre Dedieu. “Se la proposta di nuova tassa del 75% avanzata dal candidato socialista François Hollande fosse applicata, i danni potrebbero essere notevoli. Non partirebbero solo dei cittadini, ma anche le sedi di aziende, francesi o straniere”.

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