Sanità in Sardegna, più dirigenti che abitanti

di Adriano Bomboisanita

I dati sono eloquenti, dalla montagna di 3,2 miliardi di euro l’anno, la nostra sanità regionale verrà decurtata di soli 135 milioni di euro. L’assessore Arru e la Giunta Pigliaru si apprestano così a prendere per i fondelli i contribuenti, fingendo di ridurre una spesa pro-capite che fin dal 2010 si attestava, secondo l’ISTAT, a 1.634 euro, un euro in più, pensate, della Lombardia. Il raffronto con le altre Regioni svela inoltre che la bassa incidenza demografica dell’isola, e le sue caratteristiche economiche, non giustificano neppure il record sardo del numero di dirigenti sanitari, uno ogni 3.023 abitanti, che assieme a Liguria e Val d’Aosta rappresenta la media più alta della Repubblica. Del tutto condivisibili quindi le proteste dei sindaci del Mandrolisai contro la Regione, perché viene difficile credere che la fetta più consistente di questa spesa sia generata da ospedali minori, come il San Camillo di Sorgono.

In questo quadro si amplifica il fragoroso silenzio della dozzina di movimenti autonomisti e indipendentisti sardi, i quali, teoricamente, rappresenterebbero il primo baluardo di opposizione ad una politica dedita ad onerosi appalti e numerose clientele. L’approssimazione politica, o “sa mandronia” (la pigrizia), sono probabilmente le causali principali con cui spiegare un ambiente politico che non si occupa più di fare politica, delineando un vuoto democratico ampiamente coperto dal ceto dirigente di centrodestra e centrosinistra che ha la piena responsabilità per la drammatica incidenza della spesa pubblica regionale.

Questo vuoto di rappresentanza politica si è manifestato anche in occasione della recente protesta di oltre 1700 docenti sardi, che per scelte del governo dovranno abbandonare l’isola per trovare assunzione in altre Regioni. L’istruzione sarda si trova così privata di un capace interlocutore politico che avrebbe potuto alimentare una dialettica di equilibrio fra due fattori: in primo luogo sarebbe stato necessario spiegare che non esiste l’illusione di un diritto al lavoro ma il dovere di un diritto al mercato del lavoro, perché quest’ultimo include anche l’elemento della mobilità.

Bisogna infatti superare quel brodo ideologico che, come suggerisce ironicamente Luciano Capone, per anni ha fatto credere ai nostri dipendenti pubblici, e forse anche privati, di poter avere tutti un posto sotto casa, pena “l’incostituzionalità”. In secondo luogo si sarebbe potuto tamponare questo limite ricorrendo al primo elemento di specificità con cui tenere in Sardegna numerosi docenti: la lingua sarda. In Alto Adige le lingue minoritarie sono riconosciute nello Statuto Autonomo, e danno luogo al patentino linguistico che consente al personale locale di operare nel proprio contesto. Sfortunatamente a Cagliari abbiamo una Giunta che si è occupata solamente di insularità, ignorando completamente il tema della valorizzazione linguistica (ma anche storico-archeologica), e della riforma statutaria.

Rimane inoltre aperto il nodo Abbanoa. Proprio mentre la stagione estiva appare in lieve ripresa turistica, a fronte di una crisi dei trasporti tutt’ora irrisolta, possiamo star certi che a Siniscola ed altre località dell’isola non troveremo più turisti disponibili a soggiornare presso strutture ricettive o seconde case dai cui rubinetti sgorga acqua ad alto rischio di colera.

…Tutto questo mentre nei mesi scorsi i vertici dell’ente idrico finivano sotto le lenti della Magistratura per aver stornato fondi destinati alle manutenzioni verso altri capitoli di spesa. Pure in questo caso l’indipendentismo appare come l’assente per eccellenza, e forse uscirà dal letargo solo alle prossime elezioni, quando ci sarà da recriminare per i bassi consensi popolari ricevuti.

Forse per timore di passare per avversari della green economy non si è osato contestare neppure il progetto regionale di avviare una rete ciclabile di 2.700 km. La spavalderia del nostro indipendentismo si è infranta nel momento in cui sarebbe stato necessario denunciare come ridicolo lo stanziamento di soli 8 milioni di euro per un’opera che, per essere realmente realizzata, costerebbe qualche miliardo di euro (ben pochi Stati al mondo possono permettersi un’edificazione integrale). Né si è avuto il coraggio di dire che contrarre mutui per realizzare opere pubbliche e mettere in sicurezza il territorio dal rischio idrogeologico richiederebbe l’ausilio di manufatti idraulici piuttosto che di soli operai stagionali dediti a tagliare canne lungo gli argini dei fiumi.

Nel frattempo il ceto politico-accademico che amministra l’isola ha celebrato il trionfo della conservazione presso la direzione “nazionale” del PD. Pensate, commentando i drammatici dati Svimez sul mezzogiorno, Pigliaru ha saputo dire no all’assistenzialismo che ha danneggiato tutto il meridione italico. Naturalmente nessuno ha avuto l’ardire di ricordargli il volume e i criteri di spesa pubblica raggiunti dalla sua Giunta nel capitolo della sanità e delle infrastrutture, solo per citare alcuni settori. E d’altronde nessuno si aspettava che questa facoltà venisse esercitata dagli indipendentisti, chiaramente occupati a prendere il sole (forse troppo).

La strada per le prossime elezioni regionali è già spianata, Anthony Muroni, Mauro Pili, Cumpostu e pochi altri, appaiono gli unici oggi sensibili a captare i malumori popolari attorno ad una rivalsa del territorio. Ma il vuoto politico rimane, dovremmo parlarci. L’isola non può ulteriormente attendere giorni, mesi ed anni in cui, pezzo per pezzo, la sua economia ed il suo tessuto sociale vengono progressivamente demoliti da una generazione di politici falliti.

(fonte: http://cagliari.globalist.it/Detail_News_Display?ID=123013&typeb=0&quell-indipendentismo-in-ferie)

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