San Rocco di Camogli, oggi si premiano i cani eroi, quelli che ci salvano tutti i giorni!

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Oggi non vi scrivo di politica. Oggi si parla di animali, perché è San Rocco. Il santo eremita appestato, che aveva come solo compagno un cane. E vi ripropongo, anche se non è un fatto nuovo, un servizio che pubblicai su una rivista per animali anni fa, per ricordare Vasco, il mio cane eroe premiato a San Rocco di Camogli nel lontano 2003 per aver salvato la vita ad una sconosciuta. Ogni cane ha una luce nell’anima, è fatta da abnegazione, eroismo, dedizione senza fine. Per cui questa storia la dedico a tutti coloro che hanno animali o che desidererebbero averne. Buon San Rocco!

di Stefania Piazzo – C’è un evento che mi ha cambiato la vita, che l’ha resa fertile, che mi ha fatto evolvere in una direzione che ci restituisce la bellezza e l’utilità di una relazione antica. Accade quando Vasco, il mio beagle, il mio primo cane, sale da vincitore sul palco di San Rocco. Questo è il giorno più bello della mia vita.
Vasco era entrato nella mia casa di analfabeta cinofila che sognava da sempre di essere felice completando la propria esistenza accanto ad un cane.
Lui è un beagle ribelle, imperfetto, impertinente, adottato dopo lunghi abbandoni e rifiuti familiari, ma che sorprende l’Italia salvando un’anziana perduta nel bosco, una sconosciuta priva ormai di sensi. Vasco quel 16 agosto la sera entra nei titoli del Tg5 e del Tg2, dopo le notizie di politica, diventa ospite del salotto di Porta a Porta da Vespa e poi da Licia Colò. La sua foto finisce sul Corriere della Sera, sui quotidiani.

Un beagle è destabilizzante per temperamento, per tempra, per capacità di apprendimento. Ma Vasco sdogana, da ex orfano, e ormai da cane consacrato eroe anche poi dall’Enpa, tutti i pregiudizi su una razza spacciata per ingestibile, per distruttrice.

Vasco non arriva da scuole di salvataggio. Eppure esce dal sentiero, percepisce la presenza del bisogno, e si getta sull’anziana donna, per scaldarla, restando da solo nel grande bosco sopra Calco, nel lecchese, in attesa dei soccorsi, separandosi dall’allora sua piccola compagna, la Meghina. Resta, in solitudine, come il cane di San Rocco, appestato, e l’orso di San Gallo, emarginato dai valligiani.
(Fateci caso: i santi con gli animali hanno un rapporto preferenziale. E l’esistenza di certi cani oscilla tra l’eroismo e la santità).

Vasco resta accanto all’essere umano che è tra la vita e la morte, senza che nessuno glielo abbia insegnato. Salva una donna mai vista, mette a rischio la propria vita per un’estranea.

Questo colpisce la giuria. E questo rivoluziona per sempre la mia esistenza, alla ricerca del perché di una relazione di abnegazione d’amore e del come sdebitarmi verso tutti i Vasco che ci hanno permesso, in millenni di storia, di convivenza, di poterci evolvere avendo loro al nostro fianco nella difesa del nostro territorio, per darci il tempo mentre loro vigilavano e proteggevano, di inventare la ruota, di scoprire il fuoco, di diventare artigiani e agricoltori. Di essere quel che siamo, grazie a loro, cani del villaggio, cani di difesa degli armenti, predatori verso ciò che era indispensabile.

Grazie a Vasco, quel premio l’ho capitalizzato per restituire ai cani ciò che ci hanno donato: 180 inchieste giornalistiche sul benessere animale, al lavoro come membro della Task force contro i canili lager del ministero della Salute voluta da Francesca Martini, con Rosalba Matassa; anche io dopo anni salgo sul palco di San Rocco per una menzione al merito professionale. A Vasco ho restituito parte del mio debito. Anche come educatore cinofilo grazie alla scuola Fiba diretta dall’etologa Manuela Michelazzi, dell’Università di Milano. Un linguaggio di scienza e di rispetto, perché i cani non muoiono mai. Non è vero che la loro sia una vita breve. In realtà non se ne vanno. Ciao, Vasco!

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