Salario minimo, un obbrobrio economico della demagogia al potere

di GIOVANNI BIRINDELLI

Il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, ha recentemente affermato che «“si potrebbe fare finalmente una legge sul salario minimo”, che preveda per i datori di lavoro il carcere “per chi non la rispetta”». Una “legge” fiat sul “salario minimo”, con tanto di sanzione penale per i trasgressori, sarebbe un obbrobrio giuridico ed economico, almeno quanto lo sono l’articolo 18 e tutta quella serie di privilegi che rendono il cosiddetto “mercato del lavoro” (per non parlare di quello della moneta e del credito) semplicemente un non-mercato.

Sul piano giuridico, questa “legge” sanzionerebbe coloro che non hanno fatto altro che concludere uno scambio volontario senza violare alcuna Legge, cioè alcuna regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo. L’obbrobrio giuridico è sempre lo stesso: quello della legalità che, grazie al positivismo giuridico, umilia la legittimità.

Su un piano economico, questa misura sarebbe semplicemente l’ennesima follia di una classe politica strutturalmente irresponsabile. Creando immediatamente sovrabbondanza di offerta di lavoro e scarsità di domanda, innalzando una vera e propria barriera all’entrata nel mercato del lavoro per i disoccupati, essa colpirebbe duramente questi ultimi e condannerebbe gran parte di essi alla disoccupazione perpetua. Inoltre produrrebbe ulteriori delocalizzazioni e chiusure di imprese: e quindi sempre più decrescita, disoccupazione e decivilizzazione.

Mises scriveva che «La scienza economica, in quanto tale, appare fin troppo di rado nelle seducenti immagini dipinte dagli Utopisti. Essi immancabilmente spiegano che, nello stato idilliaco delle loro fantasie, piccioni arrosto in qualche modo voleranno nelle bocche dei compagni, ma omettono di mostrare come questo miracolo possa avvenire»[1]. Questo miracolo accade quando viene creato valore, cioè quando le persone, all’interno di regole generali e negative di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo (e cioè della Legge), scambiano beni e servizi liberamente, cioè senza essere vincolati nelle loro scelte da nessuna coercizione o minaccia di coercizione.

Alla base del fatto che un sistema di scambi liberi crea necessariamente valore economico sta il fatto che il valore economico di un bene o di un servizio è puramente soggettivo ed è espresso da quanto della sua proprietà (in un particolare luogo e momento) un individuo è effettivamente disposto a cedere per ottenere in cambio altri beni e servizi. L’esistenza stessa di uno scambio libero fra due individui implica necessariamente che per entrambe le parti ciò che è stato ottenuto grazie allo scambio abbia un valore economico maggiore di ciò che è stato ceduto e quindi che entrambi (per ragioni che conoscono solo loro) hanno guadagnato da esso: altrimenti quello scambio non sarebbe avvenuto. L’esistenza di uno scambio libero implica quindi necessariamente la creazione di valore per entrambe le parti. Nel momento in cui, come nel caso del “salario minimo” (ma la stessa cosa avverrebbe nel caso di un “salario massimo”, di un “affitto minimo” o di un “affitto massimo” per esempio), si ricorre alla coercizione per limitare quello scambio (p. es. col fine di avvantaggiare nel breve periodo una delle due parti a scapito dell’altra) si distrugge il processo economico che porta alla prosperità diffusa e alla civilizzazione: quello basato sugli scambi liberi. Solo attraverso un processo basato sugli scambi liberi è possibile utilizzare e ottimizzare quella conoscenza individuale, anche di tempo e di luogo, che è dispersa capillarmente fra le persone e che nessun decisore o pianificatore centrale può possedere.

Perché i collettivisti distruggono sempre di più il processo che crea valore e diffonde prosperità? Perché essi si sforzano in ogni modo di creare miseria, soprattutto, nel lungo periodo, per coloro che sono già economicamente più fragili?

Lasciando da parte in questa sede la ragione più comune, e cioè l’azzardo morale (il fatto che così facendo essi riescono a depredare di sempre più risorse la parte produttiva della società), essenzialmente per due ragioni.

La prima è semplicemente la loro totale ignoranza della scienza economica. Questa profonda ignoranza, espressa in questo caso dalle parole del viceministro per l’economia, è generalmente prodotta in primo luogo dalle facoltà universitarie di economia (allo stesso modo in cui l’ignoranza di cosa sia la Legge è prodotta in primo luogo dalle facoltà universitarie di giurisprudenza), le quali generalmente evitano accuratamente anche solo di menzionare la Scuola Austriaca: l’unica scuola di economia che coerentemente vede la scienza economica nel suo complesso come lo studio dell’azione umana e che dimostra i benefici di un argine legittimo, coerente e non arbitrario alle dimensioni e alle funzioni dello stato.

La seconda ragione, in parte conseguenza della prima e in parte a mio parere espressione di un oggettivo limite intellettivo individuale («Coloro […] che non riescono a concepire nulla che serva gli scopi dell’uomo che non sia stato razionalmente disegnato sono quasi necessariamente nemici della libertà. Per loro libertà significa caos[2]»), è l’incapacità dei collettivisti di concepire un processo, e in particolare un processo sociale spontaneo. L’unica cosa che i collettivisti riescono a concepire sono le situazioni che corrispondono ai loro desideri: in questo caso il livello di salario che corrisponde alla loro idilliaca visione del mondo, la quale è totalmente avulsa sia dalla realtà dei processi produttivi che dalla teoria che in modo coerente ne studia le dinamiche. Ignari del fatto che ciò che tende a produrre situazioni simili (e invero superiori) a quelle desiderate è il processo spontaneo e anarchico degli scambi liberi (il quale ha i suoi tempi e le sue dinamiche che sfuggono a qualunque controllo centralizzato), essi vogliono ottenere quelle situazioni immediatamente in modo meccanicistico, cioè ricorrendo alla coercizione: e la ‘legge’ fiat è ciò che consente loro di farlo. Essi non si rendono conto che, così facendo, segano il ramo sul quale sono seduti coloro che essi vorrebbero avvantaggiare (mentre naturalmente si rendono conto benissimo che rinvigoriscono il ramo della pianta parassita sulla quale sono seduti loro).

Anche senza considerare il modo in cui già alle prossime elezioni verrebbe usato come strumento di politiche redistributive (cioè predatorie), il “salario minimo” avrebbe da subito degli effetti così disastrosi sul livello di occupazione (già ai minimi) che probabilmente perfino un governo dello spessore intellettuale del governo Renzi (o di quelli che lo hanno preceduto) riuscirebbe a evitare di farlo approvare. Il problema tuttavia è la “cultura” che ha partorito questa proposta: quella avversa al libero scambio, al capitalismo, alla Legge e alla libertà. La stessa “cultura” che ha prodotto la riserva frazionaria e la stampa di moneta fiat da parte delle banche centrali (pare che a Cernobbio “economisti” e finanzieri si siano letteralmente esaltati per la «Draghinomics» e la «Renzinomics»). È questa “cultura” infantile, capricciosa, incapace di guardare al di là dell’immediato e idiota, che guarda alle situazioni e ignora i processi, che, in ultima analisi, produce decivilizzazione e miseria crescenti. Di essa è pregno non solo questo governo (non meno di quelli che lo hanno preceduto, né meno delle opposizioni tutte), ma a monte la costituzione: il collettivismo è inscindibile dal positivismo giuridico che la costituzione ha imposto e che quasi nessuno mette in discussione.

Sapremo che avremo smesso di avanzare verso forme sempre peggiori di totalitarismo, di decivilizzazione e di miseria quando coloro che detengono il potere politico non potranno adottare provvedimenti per conseguire situazioni che a loro paiono desiderabili; e non potranno farlo in quanto troveranno un ostacolo insormontabile nella Legge intesa come principio e nel processo degli scambi liberi che ne sono l’altra faccia della medaglia (quella economica).



[1] Mises, L., in Hayek, F. A., ed., 1956, Collectivist Economic Planning (Routledge and Kegan Paul, London), p. 88, traduzione mia.

[2] Hayek, F. A., 1999, The Constitution of Liberty (Routledge, London & New York), p. 61, traduzione mia.

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5 Comments

  1. Giorigo Azzalin says:

    Io puro liberista ,baratterei il salario minimo ,con carcere per chi non lo rispetta con:
    1)Carcere per chi si finge malato e non si presenta al lavoro
    2) carcere per i dipendenti pubblici che sono pagati di piu’ di un dipendente privato che ha la stessa funzione
    3) carcere per i politici che assumono ( per finta ) un parente che poi ci rimane sul groppone
    4) carcere per chi prende sussidi dallo stato
    5) carcere per chi non ha una redditivita minima sul lavoro
    vado avantii??
    Questi personaggi non sanno quanto e’ pericoloso usare la tolleranza zero solo per una parte…..

  2. eridanio says:

    E’ triste rilevare che delle persone cosi tronfie d’orgoglio annuncino delle banalità e dei non-sensi giuridici
    ed economici pensando di favorire chi stanno condannando alla esclusione.

    E’ un peccato che nessuno faccia di fatto osservare che, il combinato disposto delle leggi assistenziali e previdenziali costituisca una gabbia di minimali retributivi la cui inosservanza è già pesantemente sanzionata. I minimali retributivi sono di fatto il frutto dell’applicazione dei minimali contributivi in sinergia con i minimali contrattuali.
    Già ora non versare i contributi a carico dei dipendenti costituisce fattispecie penalmente rilevante di appropriazione indebita.

    Tanto per gradire

    Ma da dove li hanno paracadutati sti bolscevici!!!!

    • eridanio says:

      PS: bolscevici!!!!(sic) bolsceviciavetescassatolauallera. noblesse oblige.

    • Botta says:

      Bravo Eridanio,

      personalmente sarei per dare la libertà ai dipendenti di ricevere tutta la loro busta paga e di destinare quello che ritengono opportuno come accantonamento previdenziale o simili. Perchè costringere anche loro a forme vessatorie di contribuzione (tipo Inps) ?
      Inoltre: un’azienda che ha dipendenti (collaboratori) validi, secondo voi si pone il problema del salario minimo o li gratificherà secondo criteri meritocratici?
      Naturalmente parlo del privato, perchè per il pubblico probabilmente valgono altre regole…
      Saluti

      Botta

  3. pippogigi says:

    Su questo argomento mi trovo fortemente in disaccordo.
    Buona parte degli Stati europei hanno il salario minimo legale e campano benissimo.
    Ultima la Germania che lo ha fissato a 8,50 euro all’ora. Facciamo due conti, l’orario in italia è di 40 ore settimanali pari a 160 mensili (in Francia l’orario settimanale è più corto e campano anch’essi benissimo….). 160 ore x 8,50 euro = 1.360 euro. Immagino che sia la paga netta e non lorda. In Germania hanno paghe più alte del 20% rispetto all’italia ma la vita costa meno, quindi i consumi continuano ad esserci ed infatti la Germania avendo una domanda interna non ha avuto contrazione del PIL ma una espansione.
    Immaginiamoci la cosa in italia: prima si farebbe una grande campagna propagandistica sull’introduzione del salario minimo poi questo verrebbe fissato a cifre ridicole, tipo 600 euro al mese, insufficienti per vivere. Quindi prima di bocciare una misura si dovrebbero vedere le cifre.
    Mi ricordo un imprenditore che quando c’era ancora la lira si lamentava che non trovava ingegneri, mi raccontava che aveva fatto un colloquio con un neo laureato, gli aveva offerto 1.800.000 al mese, all’epoca un laureato che guadagnava 2 milioni guadagnava poco, quell’ingegnere ovviamente aveva rifiutato visto che trovava ben altri stipendi altrove.
    Prima dell’euro con 2 milioni al mese si campava bene, oggi con 1.000 euro si è un poveraccio. La spiegazione è semplice: dal 2002 gli stipendi sono rimasti fissi, mentre prezzi e tasse sono aumentati considerevolmente. Paghiamo la luce il 20% più che in Francia, la rc auto il 50% in più, le medicine costano il doppio, sempre rispetto alla Francia, nei supermercati i prezzi sono più alti che in Germania, e lasciamo perdere benzina ed autostrade oppure le banche.
    Facciamo un esempio: si introduce il salario minimo legale a 7,0 euro all’ora pari ad euro 1.120 netti al mese, però contemporaneamente si abbassano al livello del 2002 tutti i prezzi e le tasse. La gente camperebbe benissimo, le paghe sarebbero più basse che in Germania, la riduzione delle utenze e delle tasse favorirebbe gli imprenditori. Supponiamo che non sia possibile far abbassare i prezzi: allora il salario minimo legale verrebbe fissato non a 8,5 euro all’ora ma a 9 – 9,5 per tenere conto del maggior costo della vita. Sono certo che ben presto ci sarebbe la corsa per abbassare prezzi e tariffe e denunciare, boicottare quelli che non lo fanno.
    A mio parere il salario minimo legale non deve essere uguale dappertutto, per esempio la vita a Milano città costa molto più che in un paesino del Monferrato. La vita sulla costa ligure costa molto più che nell’entroterra. Quindi il salario minimo le gale deve essere legato al costo della vita di ogni singola città. Se una città ha abitazioni costose, prezzi elevati, tasse comunali alte le aziende ben presto si trasferirebbero in comuni vicini ma con prezzi più bassi e quindi salari minimi legali più bassi. L’abbandono di aziende e cittadini provocherebbe una diminuzione di prezzi delle abitazioni e nei negozi, quindi i salari minimi legali diminuirebbero e le aziende tornerebbero.
    Questo fenomeno, tipico di una economia liberista non accade oggi: le aziende scaricano le tasse e le tariffe mostruose sui prezzi e risparmiano sui salari. In condizioni normali una azienda che risparmia sui salari sarebbe costretta alla chiusura: solo i dipendenti peggiori rimarrebbero oppure non rimarrebbe nessuno, quelli più bravi andrebbero a lavorare altrove. Diminuendo la capacità dei dipendenti l’azienda avrebbe dei prodotti con qualità inferiore alla concorrenza, dovrebbe abbassare i prezzi aprendo una spirale che la porterebbe alla chiusura. In italia questo non accade per l’immigrazione: gli immigrati si accontentano di salari molto bassi (ma più alti che da loro) fanno concorrenza sleale ai residenti. Supponiamo che invece ci troviamo in un paese normale, con leggi molto severe sull’immigrazione e salari minimi legali: a quel punto le aziende invece che scaricare i loro problemi sui consumatori e di dipendenti si riunirebbero e protesterebbe con il governo per la tassazione ed i prezzi. Non ottenendo risposte allora farebbero in modo di ottenere le giuste condizioni con l’indipendenza.
    Prendiamo la Fiat, condotta da incapaci: paga meno i dipendenti della Wolkswagen e vende a prezzi alti. La Wolkswagen è in utile la Fiat è in perdita. Cosa fa la Fiat? Trasferisce la sede in Olanda. Pensate se invece avesse deciso di rimanere, sostenere l’indipendenza al fine di avere tassazione e burocrazia svizzera da noi, pensate con i suoi soldi ed i suoi giornali cosa poteva fare. Oggi la Fiat sarebbe ancora a Torino ed il Piemonte indipendente.
    Ecco perché quello del salario minimo legale è un falso problema, se ce la fa la Germania possiamo farcela anche noi, basterebbero poche regole, salario su base comunale, abbandono della contrattazione collettiva, poche regole uguali per tutti (lavoro festivo pagato il doppio, tredicesima, tfr, licenziamenti facili, stesse regole per co.co.co, false partite iva, ecc. leggi severe e riduttive sull’immigrazione e sull’assunzione di stranieri), il problema reale sono le tasse, la burocrazia ed il livello dei prezzi.
    I dipendenti sono un fattore della produzione: se comperate un macchinario cinese lo pagate meno di uno tedesco ma probabilmente lavorerà peggio e spesso sarà rotto. I dipendenti, oltre che essere vostri consumatori, devono essere pagati il giusto, se li pagate poco otterrete una qualità di produzione corrispondente. A quel punto i vostri prodotti saranno al livello di un prodotto vietnamita o cinese: siete già fuori mercato.

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