Roma, un acaro gigantesco che vive sulle spalle altrui

di GILBERTO ONETO

Ricordate le immagini dei festini in costume da antichi romani cui hanno partecipato la Polverini e alcuni dei suoi sodali politici riempiendo schermi e giornali? In molti hanno ironizzarono sulla cosa ma sempre in misura molto contenuta e facendo attenzione a non confondere l’indignazione per lo spreco di denaro con le modalità estetiche dello stesso. Tutti ricordano le giuste camionate di sarcasmo sui camuffamenti e i “giochi di ruolo” del bunga bunga berlusconiano ma nessuno, proprio nessuno si è permesso di svillaneggiare i costumi da vestali e da pretoriani che  questa allegra comitiva indossa nei suoi baccanali di partito. Figuriamoci,  Roma non si tocca!  Elmi, corazze e tuniche fanno parte del più amato parafernale patriottico, sono il cuore della più cara iconografia su cui si è costruito tutto il castello della  retorica  unitaria italiana del “Roma doma”, “Sole che sorgi”, “Colli fatali” e tutto il resto della patriottica fuffa  da cui viene inquinata la nostra vita da troppo tempo. Qualcuno si è semmai indignato  perché si è fatto un uso irrispettoso delle sacre icone e dei venerati orpelli, perché si è commesso un reato di “lesa romanità”, di “vilipendio alla patria paccottiglia”.

Invece di quella robaccia si è fatto il solo impiego coerente, perché Roma e la romanità (imperiale o italiana fa lo stesso) è proprio solo declinabile in volgarità, corruzione, spreco e strafottenza. Quella è la vera Roma del potere, quella è la vera Italia patriottica! Quei cialtroni che gavazzano vestiti da “Caio Gregorio guardiano del Pretorio” sono i degni e coerenti eredi di Mazzini che giocava a fare il Tribuno, di Elvira Donnarumma che si avvolgeva in pepli tricolori, di Mussolini che si faceva ritrarre in pose cesaree,  di tutto i grottesco repertorio di fasci, aquile, prefetti e questori da cui è circondata la nostra quotidianità di sudditi.  Questa è la Roma (intesa come luogo di potere) di sempre, una ininterrotta sciagura che collega gli antichi “Panem et circenses” e il mercimonio delle indulgenze a Starace e alla “Roma capitale” di Alemanno. Non serve Edward Gibbon per descriverla ma  Ettore Petrolini.

È un gigantesco voracissimo acaro che vive alle spalle del prossimo, che esso sia l’Impero, la Cristianità o lo Stivale poco importa. È  il simbolo stesso, la metafora della corruzione, del parassitismo, del potere inteso come fregatura del prossimo: la perfetta sublimazione del vivere a sbafo, completato dalle due ciliegine della cafoneria e dello sberleffo. Questi sono molto peggio dei delinquenti generici e anche dei mafiosi che taglieggiano le vittime ma non le umiliano, non le insultano e deridono perché sono la loro sorgente di reddito. Questi “Civisromasussum” del lella  invece si fanno beffe di chi è costretto a mantenerli, sghignazzano di tutti quelli che lavorano e pagano le tasse per la loro eterna dolce vita, per i loro festini imperiali, auto di lusso, cene a base di ostriche e gessatini da tamarri. Il travestimento da antichi romani non è  solo un gioco, è l’abito che fa il monaco, la giusta e riconoscibile mise del parassitismo storico e ideologico.

Non c’è lotta alla corruzione che tenga, non servono moralizzazioni o spending review, non servono indignazioni o grillismi anti casta. C’è un solo modo per liberarsi: andarcene! Uscire dal campo d’azione della “grande Babilonia” di Lutero, mettere fra noi e quella sbrodolata di “colli fatali” almeno un paio di linee di demarcazione. Non servono i coccodrilli nel Fosso del Chiarone e neppure il filo spinato sulla Linea Gotica: è sufficiente dividere le casse, farci il nostro Unico e spendercelo a casa nostra, gestirci il nostro otto per mille come ci pare.  Loro vogliono vestirsi da Scipione l’Africano: lo facciano con i loro soldi e non con i nostri!

È  certo che qualcuno obietterà che anche noi abbiamo i nostri birichini, facendo la lista dei mascalzoni indigeni. Ci mancherebbe: i furbastri esistono in tutte le comunità. L’importante è che restino a livello fisiologico e che si sia in grado di tenerli sotto controllo e – se occorre – terminarli. Se oggi siamo messi male è perché il venticello della corruzione che arriva da altre parti ha riempito le nostre terre di miasmi foresti, di abitudini pelasgiche. Il Trota ha i riccioli come Caligola, Penati ha un cognome pompeiano, chi ci opprime è autoctono ma si chiama Silvio, Romano o Mario (manca solo Silla), Belsito sembra la versione mignon di Er Batman: tutta gente che starebbe benissimo sui triclini delle feste romanesche.  Per taluno di loro sarebbe anche un riavvicinamento alle terre di origine.

Qualcuno dirà che non sono esteticamente più eleganti quelli che si tingono la faccia di blu, si vestono da guerrieri medievali e indossano elmi con le corna. La differenza è che lo fanno pagandosi il travestimento con i loro soldi. E per noi poveri barbari polentoni che viviamo in terre fredde e nebbiose non è una differenza da poco. È la differenza.

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