Roma salvata oggi, ma finiremo per doverla salvare anche domani

di MATTEO CORSINI

Ignazio Marino ha rilasciato questa dichiarazione dopo aver ottenuto quasi 600 milioni dal Governo (leggi: dai contribuenti tutti) a copertura dell’ennesimo dissesto dei conti del Comune di Roma: “Non abbiamo previsto nessun aumento di tasse perché in questo momento riteniamo che riducendo le spese, acquistando tutto il materiale con una centrale unica di acquisto, risparmieremo 280 milioni di euro che prima venivano sperperati… Non credo, al di là del referendum popolare, che sia necessario cedere la proprietà dell’acqua, di un’azienda al privato per farla funzionare meglio. Io penso che possiamo farla funzionare molto bene”.

Trovo piuttosto irritanti le parole di Marino, peraltro non troppo diverse da quelle di tutti i suoi predecessori, di qualsivoglia orientamento politico. Apprendiamo che Marino non intende aumentare le tasse, bensì vuole ridurre le spese. Un proposito certamente condivisibile, ma uno si attende di sentire dichiarazioni di questo tipo da un candidato durante la campagna elettorale, o al più dal neosindaco appena vinte le elezioni. Marino è sindaco di Roma da oltre otto mesi, e francamente non si capisce cosa gli abbia impedito finora di procedere a istituire “una centrale unica di acquisto” che, a suo dire, farebbe risparmiare 280 milioni.

Nei primi giorni di mandato si faceva riprendere e fotografare mentre girava in bicicletta con vigili al seguito e ha chiuso al traffico i Fori imperiali con una sollecitudine che, probabilmente, avrebbe fatto bene a dedicare all’andamento disastroso dei conti del Comune e della miriade di società da esso partecipate. L’altra cosa che si apprende è che Marino non ha intenzione di privatizzare Acea e altre società partecipate in tutto o in parte dal Comune di Roma. Società che sono autentici colabrodo, che contano più dipendenti (in minima parte necessari e altrettanto in minima parte assunti senza raccomandazione politica) che clienti/utenti e che non hanno mai funzionato bene. Anche in questo caso, il pensiero di Marino è quanto meno da accogliere con scetticismo, dato che, pur concedendogli di aver ereditato una situazione già disastrata, non risulta che in questi oltre otto mesi abbia almeno iniziato a far “funzionare molto bene” (e neppure benino o poc male) qualsivoglia di quelle società.

Ci sarebbe da scommettere che fra qualche anno saremo al punto di partenza, con l’ennesima richiesta (pretesa, sarebbe meglio dire) da parte del sindaco di Roma in carica (chiunque esso sia) di pagamento a piè di lista da parte dei contribuenti italiani. Ma si tratta di una scommessa che nessun bookmaker sano di mente quoterebbe.

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3 Comments

  1. Roberto Porcù says:

    “ci sarebbe da scommettere …” qui il condizionale è fuori luogo.
    Alla presa di Porta Pia, i romani erano quelli che se la passavano peggio, e ciò nonostante la loro “liberazione” è dovuta arrivare a spese, in denaro e sangue, di altri.
    Oggi i romani sono quelli che se la passano meglio, sono quelli che veramente si godono la loro bella città, quelli che il lavoro retribuisce, ma non li impegna gran ché.
    Sono così vicini al centro del potere che sono divenuti una cortina di benessere attorno ad esso.
    Che i quattrini per loro ne servano ancora è cosa certa.

    • Rodolfo Piva says:

      Mi dispiace per i cittadini di roma ma con l’ultimo decreto salva roma sono entrati a pieno titolo nel novero dei Parassiti Italioti

  2. egenna says:

    Questo è il sig. Marino…
    http://www.ilfoglio.it/soloqui/2967
    Cordiali saluti

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