Roma, nulla crea e nulla distrugge…

roma onetodi GILBERTO ONETO* – Dai giorni per qualcuno gloriosi del Risorgimento, la popolazione dello stivale è poco più che raddoppiata (di 2,24 volte). Nello stesso periodo, Napoli – che era a metà Ottocento la città più popolosa della penisola – aveva 416.000 abitanti: oggi (censimento 2001) ne ha 1.005.000 ed è perciò aumentata di 2,52 volte. Milano e Torino ne avevano rispettivamente 181.000 e 143.000 e oggi 1.302.000 e 905.000, con aumenti di 7,19 e di 6,33 volte. Nel 1853 Roma aveva 175.000 abitanti, oggi ne ha 2.460.000 ed è cresciuta di 14,05 volte, il doppio di Milano. Tutte le città si sono ingrandite molto più rapidamente in numero di abitanti rispetto alle percentuali complessive a causa del generalizzato inurbamento che ha caratterizzato la storia mondiale dell’ultimo secolo.

Sembra fare eccezione Napoli che non ha particolari attrattive economiche, che è salassata dall’emigrazione e il cui aumento sembra solo frutto dell’esuberanza testosteronica (con una sola erre) di cui i partenopei vanno notoriamente molto orgogliosi. Milano e Torino sono invece cresciute grazie al loro prodigioso sviluppo economico e alla grande richiesta di forza lavoro che, l’industria prima e il terziario, poi hanno espresso.

E Roma? A cosa deve la sua prodigiosa espansione? A Roma non ci sono industrie, non c’è offerta di lavoro (almeno nel senso stretto del termine), eppure la città è cresciuta più di tutte le altre e continua a farlo. Per secoli a Roma ci si andava solo a fare i chierichetti (i “cergeti” di un noto proverbio ligure), i preti e le “segnorine” necessarie per un pio ma esuberante mercato di singles.

Oggi la professione dei chierichetti è molto decaduta, la vocazione a fare il prete è in rapido calo (a fronte del vorticoso aumento dei cardinali) e anche le fanciulle più generose hannO cambiato status e variegato le formule della loro offerta professionale. Così oggi a Roma si va per fare le veline, per zampettare in Rai, a Cinecittà o nell’Alitalia, si va per fare i giornalisti, i portavoce, i giocolieri, i consulenti e gli impiegati ai ministeri, cioè di tutto, salvo che l a v o r a re .

In generale l’essere capitale rende (anche più del capitale): è successo a Parigi e a Londra, e più recentemente a Brasilia, Islamabad, Abu Dhabi e a Bujumbura. Ma Roma è la sola città che ha l’eterna vocazione a fare la capitale: dell’Impero, dei Papi e della gaia Repubblica.

 

La menata dura da 2.757 anni, e allegramente: la prima Roma aveva più di 200 giorni all’anno di feste, che non erano giorni di non-lavoro (cosa che non avrebbe costituito alcuna tangibile differenza) ma di distribuzione gratuita di grano e di gioiosi giochi circensi, molti dei quali non proprio commendevoli sul piano dei buoni rapporti col resto del mondo animale.

 

Neanche i Papi della seconda Roma si tiravano indietro: feste in piazza Navona allagata, bisbocce sacre e profane, raffinato collezionismo artistico e antiquario. La terza Roma non ha giustamente voluto essere da meno: drena soldi da tutte le parti come le altre due, senza però graziosamente trasformarli in monumenti, eserciti, basiliche, giubilei e indulgenze.

Se li mangia e basta, lasciando cadere qualche briciola verso Sud, giusto per tenere la gente tranquilla, come si usava al Colosseo. È una città che somiglia sempre solo a se stessa. Cambiano tempi e regimi ma lei resta un’efficiente idrovora di risorse che riesce a guastare tutto quello con cui viene in contatto. Tutti quelli, anche per bene, che ci sono caduti dentro – generali, barbari, cardinali ispirati, riformatori politici – sono diventati romani: l’hanno scampata solo quelli (Lutero, San Carlo e pochi altri) che se la sono squagliata per tempo.

 

Non si sono salvati i risorgimentalisti onesti, naufragati subito nella Banca Romana (Garibaldi ha scritto: «La corruzione dei pubblicisti, nei plebisciti, nei collegi elettorali, nella Camera, nei ministeri, nei tribunali (…) fu alzata a sistema di governo»), non i fascisti padani impaltati nel Tevere, non il Vento del Nord del 1945.

Oggi qualcuno si scandalizza perché si parla di “Roma ladrona”. È un’accusa (quasi) trimillenaria giustificata da un fare (quasi) trimillenario, che suscita reazioni (quasi) trimillenarie: ve lo ricordate il “ratto delle Sabine”?

Nel 968 Liutprando, vescovo di Cremo- na, spiegava all’imperatore Niceforo Foca come l’epiteto di “romano” fosse presso la sua gente il peggiore degli insulti, perché comprendeva «ogni idea di ignobiltà, avarizia, lussuria, menzogna e di ogni altro vizio» («quicquid ignobilitatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est»).

Non hanno detto di meglio Lutero (che la identificava con la Babilonia dell’Apocalisse) e i riformati (Ulrich van Hutten ha scritto nel suo Vadiscus che le sole ragioni per recarsi a Roma erano la vana curiosità, la lusinga del guadagno e il desiderio di condurre una vita licenziosa); Nathaniel Hawthorne ha descritto Roma come: «un luogo dove i delitti e le calamità secolari, le molte battaglie, il sangue versato con noncuranza e le miriadi di morti hanno corrotto tutto il suolo determinando un influsso che rende l’aria pestifera ai polmoni dell’uomo».

Nel 1910, su Lotta di classe, l’ancora socialista Mussolini scriveva: «Roma, città parassitaria di affittacamere, di lustrascarpe, di prostitute, di preti e di burocrati, Roma – città senza proletariato degno di questo nome – non è il centro della vita politica nazionale, ma sibbene il centro e il focolare d’infezione della vita politica nazionale (…). Basta, dunque, con lo stupido pregiudizio unitario per cui tutto, tutto, tutto dev’essere concentrato in Roma – in questa enorme città-vampiro che succhia il miglior sangue della nazione».

Sappiamo poi come è andata a finire (“Roma doma”): come tanti altri anche Mussolini, che pur veniva da un paese sano e ricco di anticorpi, è stato corroso dai miasmi dell’Urbe. Publio Fiori, Walter Veltroni e Francesco Rutelli ci sono nati.

(Da Il Federalismo del 13 aprile 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo).

Il settimanale Il Federalismo (registrato come Sole delle Alpi) visse dal 2004 al 2006, raccogliendo le firme di Gilberto Oneto, Romano Bracalini, Antonio Martino, Chiara Battistoni, Giancarlo Pagliarini, Carlo Lottieri, Leonardo Facco, Paolo  Gulisano, Sara Fumagalli, Roberto Castelli, Carlo Stagnaro, Gianluca Savoini, Arnaldo Ferrari Nasi, Piero La Porta e tanti altri autorevoli collaboratori. Questa esperienza, libera e indipendente, aperta al confronto politico, unica nel suo genere nei media di area leghista, spesso criticata per le interviste controcorrente o per i corsivi caustici di Oneto, venne interrotta per “calo delle vendite”.  I soci della  cooperativa giornalistica vennero sostituiti, e i contributi all’editoria, circa 420mila euro l’anno, che riceveva Il Federalismo, passarono ad un’altra testata, il settimanale Il Canavese, nella provincia di Torino, che trattava cronaca, sport e attualità.  Un cambio radicale di contenuti e obiettivi. A nulla valsero le preghiere della direzione e della redazione (il settimanale veniva realizzato da sole tre persone, il direttore, un redattore ordinario e un grafico) ai vertici del Carroccio, avvisandoli che avrebbero perso uno strumento per fare cultura politica e comunicazione senza veline. L’amministratore del Federalismo-Il Sole delle Alpi, trasmigrò con lo stesso ruolo a Il Canavese. Oggi, il medesimo soggetto si vede imputato a Milano in un processo in cui gli vengono contestati reati relativi alla destinazione dei contributi pubblici all’editoria per alcune operazioni legate all’amministrazione della testata piemontese. A distanza di tanti anni, speriamo sia fatta chiarezza su questa pagina di comunicazione. Politica.

 

 

 

 

 

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One Comment

  1. Albert Nextein says:

    E i leghisti ci sono arrivati.
    Essi mutuano un antico detto romano militare : “Hic manebimus optimae”.

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