Roma? Disgrega il Paese, meglio Pontida. Parola di Zagrebelsky

italiadi STEFANIA PIAZZO – La Fondazione Agnelli non va ricordata solo per l’analisi del residuo fiscale o per aver pubblicato, 11 anni
fa in tempi non sospetti, “La Padania, una regione italiana in Europa”. Non meno importante è lo studio “dedicato a ”La capitale reticolare”, edito sempre nel ’93. «Il problema di allargare l’«effetto capitale», vale a dire trasferire in altre città parti considerevoli delle funzioni dello stato (e del parastato) centrale, si sta ponendo in Europa in modo concreto. (…). L’esperienza europea propone numerosi esempi di disseminazione delle funzioni di capitale tra numerosi poli, chiamati a dar vita a una rete diffusa di competenze di rango nazionale, a una capitale, appunto, reticolare».

 

Così scriveva nel 1993 Marcello Pacini, di fatto confermando come non sia stata un’eresia la proposta, lanciata tempo fa dal segretario del Carroccio, di considerare Milano capitale, di trasferire alcune competenze, istituzioni e produzioni (a partire da una rete Rai) nel capoluogo lombardo, proponendolo anche come sede del futuro Senato federale. Ma nessuno è profeta in patria, nonostante l’Europa, per una volta, insegni. «In Gran Bretagna il decentramento inizia nel 1963, con lo spostamento da Londra verso il resto del paese di trentaduemila posti di lavoro, con ulteriori decentramenti di trentunomila addetti nel 1973 ed altri diciassettemila nel 1990. Le delocalizzazioni hanno riguardato le strutture di interi ministeri: il Dipartimento per il Lavoro e l’occupazione ha la sua sede principale
a Sheffield, il Dipartimento per la Sanità e la sicurezza sociale si divide fra Leeds e Newcastle….» (*).

 

Oltralpe la musica non cambia: «In Francia (…) si è provveduto a spostare anche le sedi di funzioni non strettamente ministeriali: dopo aver portato in grandi e medie città di provincia le sedi di numerose attività di ricerca, sono stati interessati a trasferimenti anche settori delle «grandes écoles»: le nuove sedi hanno costituito il nucleo di numerosi tecnopoli che si sono innestati su una vasta area del territorio
francese. Non solo: la struttura direzionale delle ferrovie è stata in parte portata a Lione, la compagnia aerea di bandiera si è decentrata su Nizza, l’Ecole nationale d’administration è stata trasferita a Strasburgo. Migliaia di posti di lavoro sono stati spostati al seguito di funzioni quali l’Agenzia per l’ambiente, le amministrazioni dei monopoli di stato…. (…). Sono state riservate a città intermedie sedi di
attività europee e internazionali: Lione per le sedi centrali dell’Interpol e di Euronews, Grenoble per la sede delle ricerche nucleari europee, Tolosa per le attività spaziali dell’Esa: il tutto mirato alla creazione di poli nazionali di eccellenza nelle  metropoli regionali».

La Germania non è da meno. «I casi più famosi di decentramento sono la Bundesbank a Francoforte, la Corte federale di giustizia a Karlsruhe, l’Istituto centrale di statistica a Wiesbaden e l’Istituto federale per il commercio estero a Colonia». E Mario Rey sul «quaderno» della Fondazione al capitolo «Decentramento e centralismo in Italia: tendenze e strategie», scrive: «Roma viene comunemente associata a una cultura mediterranea più che a una cultura europea di tipo industriale o postindustriale. Le aree economicamente e socialmente trainanti del paese sono altrove (…). Roma è quindi ancora fortemente caratterizzata nei suoi connotati economico-sociali dalla presenza di una burocrazia centrale, alimentata dalle regioni centro-meridionali. Non è certo da quest’area del paese che derivano i migliori esempi di costume, funzionalità e innovazione amministrativa, come dimostra anche la ben
diversa tradizione, in termini di ruoli e responsabilità, degli enti locali centro-settentrionali e meridionali (…). non si possono tacere le tensioni che tale stato di cose ingenera, specie quando una parte del paese vede la propria capitale risentire troppo degli influssi dell’altra metà: è difficile che in questo clima possa essere riconosciuto a Roma un «primato», un «ascendente», una «leadership» che dir si voglia». (…)

Di seguito: «La centralizzazione del sistema tributario (degli anni ’70) costituisce a mio avviso una delle dimostrazioni più palesi del divario tra le dichiarazioni di intento da un lato e dall’altro le operazioni che effettivamente sono capaci di incidere sulle realtà istituzionali, sociali ed economiche. Sostengo che, a fronte dei conclamati programmi di decentramento dei quali si dicono sostenitrici le forze politiche, burocratiche, economiche, sociali e sindacali del paese, l’arrière pensée effettivo di tutte questi componenti porta alla centralizzazione. Si pensi che nell’arco di meno di dieci anni sono state promosse nel nostro paese riforme istituzionali (…) orientate nel senso del marcato trasferimento di responsabilità funzionali dallo stato alle regioni e agli enti locali.

 

(…) La riforma tributaria ha attuato in tal senso una delle più drastiche manovre di centralizzazione (…). Vi è stato un colludente concorso di componenti animate fondamentalmente da varie motivazioni: per i grandi comuni, per la DC meridionale e per il PCI il tentativo, riuscito, di dissociare il potere di spesa dalla responsabilità di reperire i mezzi di copertura; per le burocrazie centrali, lo sforzo di aumentare il controllo sui flussi di spesa statale e di evitare il confronto non sempre favorevole con gestioni tributarie decentrate; per le forze economiche e sindacali, la maggiore capacità di esercizio di attività lobbistiche consentita dalla concentrazione delle scelte finanziarie in poche sedi decisionali». Spetta infine a Giuseppe Gario, scrivere nel capitolo “Reinterpretare il sistema urbano italiano”: «In Padania, ad esempio, si può constatare l’esistenza di una molteplicità di capitali storiche, che rendono complesse le regioni stesse e rimangono importanti riferimenti per le culture locali. In Piemonte la configurazione presabauda ha lasciato tracce rimarchevoli, mentre in Lombardia l’istituzione della città metropolitana milanese sembra aver ridato vigore a un antagonismo che lascia senza parole gli studiosi del territorio. In effetti, la Padania è stata reiteratamente segmentata in senso nord-sud, quasi a incanalare il settentrione europeo verso la strettoia a imbuto della penisola italica».

 

Nel capitolo finale, “Il significato della questione costituzionale della capitale”, Gustavo Zagrebelsky (che in futuro diventa presidente
della Corte Costituzionale, ndr) scrive che «la capitale in senso proprio e pieno, sempre dal punto di vista costituzionale, è contemporaneamente capitale politica, economica e culturale. Quando uno di questi tre aspetti inizia effettivamente a mancare o
quando, nella percezione collettiva e nei processi psicologici sociali, non si riconosce più la legittimità della funzione di “capitale” in
uno di questi tre settori, allora nasce il problema costituzionale perché la capitale, da elemento di integrazione, si trasforma in
elemento di disintegrazione dell’unità della vita collettiva. Il momento storico che viviamo in Italia (…) dimostra proprio questo:
Roma capitale non è più elemento di integrazione, ma è divenuto elemento di disintegrazione o di divisione potenziale».

 

E Zagrebelsky conclude in modo esplosivo: «Una capitale ci deve essere, ma la Costituzione non ci dice in cosa debba consistere la capitale né quale città debba esserlo.(…) In altri termini, Roma non ci è imposta, anche se il suo ruolo di capitale pare un dato indiscutibile, a meno che si pensi, come alternativa, a Pontida».

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1 Commento

  1. Giancarlo says:

    I N F O R M A Z I O N E :
    ” VISIONI ITALIANE”

    OGGI, il giornale L’ARENA di Verona in prima pagina e a pagina 3 riporta quanto emerge dall’ultimo rapporto della RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO sulla spesa statale regionalizzata. Insomma ciò che lo stato concede ad ogni regione per le spese correnti come le voci di: stipendi,acquisti di beni e servizi, trasferimenti ad amministrazioni ed enti pubblici etc..etc… ebbene sapete quanto spende pro-capite lo stato per singola regione ?????????????
    Ridete per non piangere:
    BOLZANO 8.964 euro per abitante;
    TRENTO 7.638 ” ” ”
    VALLE AO.7.475 IDEM
    LAZIO 6.133 ”
    FRIULI V.5.203 ”
    SARDEGNA 5.101 ”
    SICILIA 4.282 ”
    MOLISE 4.241 ”
    CALABRIA 4.143
    etc….etc…
    al VENETO vengono date solamente 2.741 EURO PER ABITANTE
    e alla LOMBARDIA ad onor del vero ultima in classifica vengono dati solamente 2.265 EURO.—————–
    E’ UNO SCANDALO !!!
    Se questo non si chiama essere trattati come una colonia conquistata…..ditemelo Voi.
    E voi VENETI siete contenti di vivere in un paese dove ci vengono sottratti tanti soldi ??? ….per finire poi spesi, anzi rubati così malamente come ogni giorno ci capita di sentire e vedere ??
    Qualche veneto italianizzato, o qualche lombardo, perché no, mi sanno dire dove esiste il principio che tutti i cittadini sono uguali davanti alla Legge e alla costituzione????
    E’ solo una domanda pardiana ( perdinci bacco! ) !!!!
    WSM

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