Rognoni, le ragioni della Padania 2/ Dopo il disincanto, serve un vento nuovo

 

padaniamapdi ANDREA ROGNONI –  Dopo la stagione settecentesca che ha visto la Padania al vertice della società europea, le vicende giacobine, napoleoniche, e soprattutto risorgimentali hanno fatto entrare in crisi la sua identità. Il pregiudizio risorgimentale, costruire una nazione che non ha mai avuto i veri requisiti per diventarlo, ha trovato un prezioso e perfido alleato nella massoneria internazionale e interna. Chi lottava per indipendenza e libertà portava spesso ideali e filosofie del Nord del futuro Paese, ma non conosceva neppure i reali tratti ambientali, sociali e culturali della parte della penisola posta a sud di Roma e del fiume Tronto.

La smargiassata garibaldina fece il resto, complice l’espansionismo illegittimo dei Savoia. E dall’unità d’Italia in poi, la Padania subisce una progressiva italianizzazione nel comparto amministrativo, scolastico e militare. Se i “piemontesi” sradicano il Sud tanto da favorire brigantaggio e reazione della mafia, il Nord perde progressivamente il suo volto originario, diventa oggetto di anonima immigrazione
urbana, cade nella trappola della vocazione industriale a scapito della coscienza geopolitica. Il Fascismo, nel corso del Novecento, rappresenta la ratificazione di questo processo inarrestabile, la centralizzazione forzata e fallocratica (vedi le belle pagine del lombardo Gadda sul maschilismo del Duce…) delle energie in nome di un nazionalismo che partiva già sconfitto per l’impossibilità di amalgamare culture diverse, tenute assieme solo con la forza. Infine la condizione postfascista è stata caratterizzata da un forte potere romano che ha gestito una sfiziosa assistenza a sfondo mafioso alle regioni del Sud, con il definitivo boom immigratorio al Nord che
ha tolto fiato alle nostre radici, complice un contesto massmediatico e televisivo votato all’omologazione di massa e un comparto scolastico retto direttamente o indirettamente da una classe meridionale o meridionalizzata, non disposta a comprendere le tradizioni e i gusti delle regioni padane. Ogni tentativo di Federalismo è stato sventato da parte del Governo e delle varie lobby (sindacati, confindustra, Fiat, neomassoneria) e la creazione delle stesse regioni (1970) ha dato spesso fiato solo alla partitocrazia. Soltanto grazie alla Lega è rinato in Italia un progetto di garanzia delle autonomie regionali e macroregionali.

 
LE RAGIONI ANTROPOLOGICHE E CULTURALI
Come illustrato da diversi studiosi autorevoli del passato e del presente la struttura antropologica, etnografica e culturale del mondo padano presenta dei tratti decisamente diversi rispetto al resto d’Italia. Il geografo friulano Biasutti, pur maturato scientificamente in
periodo nazionalista, ammetteva l’esistenza di un ceppo padano, distinguibile già etnicamente in padano-alpino, a struttura brachicefala, e padano-adriatico, di struttura dolicocefala, a fronte di un ceppo mediterraneo nettamente dominante a sud dei fiumi Arno e Tevere.
Tuttora il professor Cavalli Sforza, in sintonia con gli studi del Piazza, non può non riconoscere una caratteristica etnofisica piuttosto omogenea a nord degli Appennini, a dispetto perfino delle recenti ondate immigratorie da Sud.
Poichè agli occhi della nuova intellighenzia l’etnologia ha perso lustro e giustificazione razionale, cercheremo tuttavia di ricorrere ad argomenti che non riguardano la struttura strettamente etnica. Lo studio delle abitazioni rurali, dei canti popolari, dei legami di
parentela e delle strutture semiologiche (il materiale insomma che è oggetto di studio della cosiddetta “antropologia culturale”) porta infatti a risultati simili, che solo nelle grandi conurbazioni della Padania occidentale presentano fenomeni di indebolimento e ricomposizione con altre istanze antropologiche, la cui legittimità non viene affatto contestata, ma che potranno comunque venire riassimilati dai codici culturali della nostra area geografica a meno di una paventabile invasione di massa.

 

LE RAGIONI LINGUISTICHE ARTISTICHE
Sul piano linguistico la maggior parte degli esperti riconosce l’esistenza di dialetti cosiddetti gallo-italici nettamente diversi da quelli peninsulari e da sempre dominanti in Padania da una parte, nonchè dell’esistenza di un idioma italiano del Nord che continua a manifestare morfologia, lessico e stilemi autonomi nonostante la pressione della lingua televisiva ispirata per lo più alle linee espressive del Centro-Sud. Va ricordato peraltro che il processo di toscanizzazione (l’italiano altro non è che un dialetto che ha saputo imporsi a tutti gli altri) dell’area padana è iniziato nel tardo Medioevo per un serie di concause e ha dilagato con l’unificazione politica, finendo col fornire una posizione più forte all’italiano del Centro e del Sud proprio per maggiore affinità strutturale col fiorentino rispetto alle nostre parlate a fondo celtico, viste già dallo stesso Dante come “barbare”. In ogni caso, se da una parte la Padania ha il diritto di rilanciare e continuare a coltivare le proprie lingue locali, che hanno prodotto tra l’altro una letteratura ricchissima troppo spesso dimenticata nelle aule scolastiche, dall’altra l’uso dell’italiano a impronta padana non deve temere confronti con le scelte di ispirazione ausonica, anche attraverso un rifiorire di quegli autori che pur scrivendo in italiano hanno parlato di ambienti posti a Nord degli Appennini (Scapigliati, Gadda, Guareschi, Brera, Testori, etc. per rimanere solo a quegli scrittori contemporanei che son stati più letti dal pubblico delle nostre regioni) con orientamenti stilistici che non potremmo mai trovare a Roma o Palermo. Occorre allora una rivisitazione rigorosa della storia della letteratura, finalmente rispettosa delle valenze padane.
Discorso analogo per l’arte figurativa, che ha impiegato immagini, colori e stili che non si potrebbero comprendere se non studiando seriamente la cultura veneta, lombarda ed emiliana. Lo stesso Rinascimento artistico presenta tratti toscopadani più che genericamente italiani. E si veda più oltre la Controriforma barocca, di chiaro impasto borromaico. Ancora nel Novecento episodi come il chiarismo, il
crepuscolarismo, o il razionalismo architettonico, non possono essere intesi se non facendo prima un vero e proprio bagno di padanità.
LE RAGIONI DELLA MODERNITÀ SOCIOECONOMICA
Non cadiamo  nella trappola di valutare l’autonomia culturale delle regioni padane solo in chiave di puro tradizionalismo.
Esiste una Padania contemporanea, che pur avendo perso in parte le proprie radici profonde ha risposto alle sollecitazioni della modernità con una linea di ricerca tecnico-scientifica e con un’impostazione economico-culturale che ha dimostrato ancora una volta i suoi tratti specifici rispetto al mondo intero, promuovendo situazioni di forte emancipazione e vitalità grazie proprio a quegli stessi archetipi attitudinali che nei secoli precedenti avevano forgiato cristianità, arte e cultura. Si pensi ad esempio alla filosofia del lavoro, roccaforte estrema di nordica dignità.

 

LE RAGIONI A FAVORE DEL FEDERALISMO E DELL’IDENTITÀ CRISTIANA
Le ragioni della Padania coincidono in questa fase storica con le ragioni del Federalismo. Soltanto attraverso il sistema di garanzia del riconoscimento delle culture regionali che può venire attuata dalla Devoluzione, le regioni del Nord possono ritrovare il loro volto autentico, il ruolo effettivo da giocare all’interno dell’Europa e della comunità mondiale. Sotto il punto di vista della realtà culturale, non è possibile ora arrivare all’indipendenza attraverso altre vie, a causa soprattutto del pesante acculturamento centralista che è stato giocato nell’ultimo secolo da tutte quelle forze tese allo sradicamento e alla nazionalizzazione forzata: il disincantamento deve procedere in forma graduale, anche se ferma, risoluta e irreversibile, pena l’incomprensione da parte degli stessi abitanti della Padania. Al tempo stesso non possiamo non interrogarci sulla necessità di affiancare al raggiungimento di un nuovo sostanzioso livello di autonomia un deciso recupero dell’identità cristiana delle nostre terre, maggiormente sottoposte negli ultimi tempi , rispetto ad altre italiane ed europee, a un massiccio arrivo di persone, spunti, moduli di vita che appartengono a religioni diverse dalla nostra, troppo lontano da quel sacro culto che è proceduto nei secoli a difesa stessa delle tradizioni popolari, dei nostri generi di vita e delle nostre lingue locali.

LE “PADANIE” E LE LORO RAGIONI, UNA RICCHEZZA PER RISORGERE
Un’ultima considerazione. L’esistenza della Padania non contrasta con l’auspicata autonomia di tutte le “Padanie” che in essa convivono. Certo: Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia, Romagna, etc. devono continuare ciascuna per la propria via, parlare il linguaggio culturale di casa propria. Le nostre “nazioni” hanno raggiunto la contemporaneità ciascuna in una maniera diversa (anche a causa del “divide et impera” voluto da Roma), si sono riconosciute in una specifica temperie comportamentale, spesso illustrata simpaticamente con battute e definizioni caricaturali che nella loro grossolanità generalizzante riescono comunque a cogliere nel segno e corrispondono,
pur a livello più basso, alle figure offerte dai vari Bersezio, Porta , Goldoni e Govi. Ma oggi “Bugia nen”, “Bauscia” e “Brontolon” si riconoscono tutti ugualmente nella stessa battaglia di libertà. La Valle a cui appartengono, viziata in passato dalle mene di occupanti provenienti da ogni direzione della rosa dei venti, ha bisogno di aria nuova, di un vento che permetta di sentirci, noi padani, davvero a casa nostra. Altrimenti noi “abitanti delle nebbie”, come spesso veniamo dipinti dai meteorologi di stato, rischiamo di affondare, cioè far la stessa fine che vogliono affibbiare alla nostra capitale morale, la Serenissima, mentre i colli, quelli citati dal Va’ Pensiero (avete mai riflettuto bene sul destino di esilio dei protagonisti dell’aria verdiana?) si copriranno di moschee. A questo proposito non possiamo non concludere con un messaggio di speranza: Venezia risorga, risorga Venezia.

(2-fine)

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