Robert E. Howard: edizione in lombardo di “The Last White Man”

di PAOLO MATHLOUTHI

Dire che Robert Erwin Howard è uno scrittore di razza potrà forse sembrare a qualcuno un’espressione abusata, perfino sgradevole. Eppure, mai come nel caso del bardo di Peaster essa coglie nel segno. Il tema, spinoso e politicamente scorrettissimo, della consapevolezza etnica è infatti la chiave di volta della sua vastissima e multiforme produzione letteraria. Noto al grande pubblico soprattutto per il personaggio di Conan, granitico guerriero barbarico che all’inizio dei tempi si batte contro le forze del Caos e della dissoluzione, la breve esistenza dello scrittore texano, morto suicida a soli trent’anni, pare come segnata dall’ossessione dell’imminente epicedio delle stirpi indoeuropee ad opera di popolazioni allogene, forme di vita inevolute, dedite a culti osceni e perversi, manifestazioni plastiche di una materialità elementare, brutale e  animalesca, dinnanzi alle quali l’uomo bianco, colpevole di aver smarrito, in favore della Civiltà, lo slancio vitale delle origini, sembra inevitabilmente destinato a soccombere.

Questo il motivo portante di The Last White  Man, racconto del 1920 pubblicato in Italia dal sulfureo Franco Freda che ora Terra Insubre propone nella prima traduzione in lingua lombarda in seno ad un nutrito speciale interamente dedicato allo scrittore americano, apparso sull’ultimo numero della rivista omonima, in distribuzione in questi giorni. Con gli occhi preveggenti del poeta Howard, che a dispetto del sussiego della critica nostrana giganteggia tra i padri nobili del genere fantasy accanto a Tolkien e Lovecraft, aveva vaticinato un fenomeno, quello della scomparsa degli Europei, derubricato all’epoca come inerente alla fantascienza ma che oggi, meno di un secolo dopo, a fronte della dimensione biblica dei flussi migratori in atto, assume invece i contorni precisi di un’inquietante ineluttabilità. La stirpe è il risultato della complessa interazione di fattori storici, culturali, finanche genetici, che insieme costituiscono la fisionomia materiale ed etica, organica e spirituale, di un popolo, in una parola il suo patrimonio. Rinunciarvi significa per Howard abdicare a se stessi, votarsi all’annientamento. Pessimista spengleriano egli non crede nel progresso ma concepisce la Storia come ciclica ricapitolazione, inesausto inanellarsi di decadenza e rigenerazione. Se il tramonto è dunque inevitabile, perché connesso al destino tragico dell’Occidente, dalle pagine dei suoi romanzi egli ci invita comunque ad opporci ad esso,  ovviamente nelle forme e nei modi che lo spirito del tempo nel quale siamo costretti a vivere mette a disposizione. Solo così la memoria di ciò che è stato potrà essere trasmessa a coloro che verranno, diventando l’alba di un nuovo inizio.

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4 Comments

  1. Francesco Altavilla says:

    Perché a soli trent’ anni ? Non poteva pensarci prima ?

  2. Pedante says:

    Un buon motivo ci sarà perché le porte del Jerry Springer Show sono sempre aperte ai naziskin.

  3. Pedante says:

    “popolazioni allogene, forme di vita inevolute, dedite a culti osceni e perversi”

    Non sono d’accordo. Ogni razza rappresenta l’assetto di caratteristiche più idoneo a un determinato ambiente. Le differenze intergruppo vanno interpretate in un’ottica biologica non morale.

  4. Pedante says:

    Grazie dell’articolo, il nome mi era sconosciuto. Fin quando i media non la smetteranno di stigmatizzare l’identità caucasica (il licenziamento di Rick Sanchez ne spiega il perché), osannando al contempo quella di ogni altro gruppo etnico, i popoli di origine europea continueranno a subire in silenzio aggressioni a sfondo razziale.

    Quando morirà il mancato terrorista Nelson Mandela, verrà immortalato in innumerevoli film. Mai si farà il nome di Joe Slovo, e tantomeno quelli delle decine di migliaia di vittime bianche in seguito al passaggio alla democrazia. Cito il Sudafrica perché è il caso paradigmatico della violenza razziale a danno dei caucasici volutamente nascosta dai media.

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