La rivoluzione deve partire anche dal linguaggio

di FRANCO FUMAGALLI

L’Italia è il Paese del “cambiamento continuo”, della “rivoluzione  permanente”, almeno nel linguaggio! A dimostrazione consideriamo i continui cambiamenti del lessico, della lingua che parliamo ogni giorno. Antiquati termini vengano trasformati in gagliarde innovative locuzioni (lasciando sempre inalterata la sostanza, vedi “operatore ecologico). Di parole straniere sono infarciti i giornali, radio e televisione e ripetuti, anche a sproposito, milioni di volte, quasi sempre stravolgendo i loro significati originali ( ognuno da di questi vocaboli stranieri l’interpretazione che più gli aggrada). In tale settore, possiamo dire con cautela, che la rivoluzione “culturale” è iniziata e procede spedita. Non è cambiamento questo? E lo respiriamo tutti giorni.

Diciamo che per gli aspetti estetico – folcloristici non siamo secondi a nessuno nell’adeguamento alle mode. Altra musica è il cambiamento della realtà lessicale per la politica. In questo settore siamo, a dir poco, ottocenteschi. Prendiamo ad esempio, la parola “onorevole” è un vocabolo che deriva dal latino ed ha un preciso significato: “persona onorata, che gode alta reputazione”. Tutti i mezzi di comunicazione continuano a chiamare così i frequentatori del Parlamento. Ma che “onorevoli” sono costoro? Da più di 60 anni, sono piccoli dittatori, senza responsabilità, che hanno portato il Paese al dissesto! E ci si ostina a chiamarli “onorevoli”? Tragico sintomo di servile adulazione generata dalla condizione di sudditi? Un sottinteso, diffuso, espediente per catturare la benevolenza del soggetto? Un’altra gigantesca e diffusissima mistificazione lessicale politica, è il  termine “Stato”. La sua moderna definizione è, o dovrebbe essere: “Una comunità politica costituita da un popolo,  stanziato in un determinato territorio, organizzato unitariamente con un sistema, autodeterminato, di leggi e titolare di un potere sovrano”. In poche parole lo “Stato” sono, (dovrebbero essere), i cittadini nel loro complesso. In realtà, in questo Paese, vige ancora, nell’immaginario collettivo, un’accezione storica, quasi medievale, del termine, in cui per “Stato” si è sempre individuato e si individua, l’insieme dei governanti e dei burocrati, come “corpo separato”, distinto dalla massa del popolo.

Ciò poteva essere vero quando il “potere” era esclusività, dell’imperatore, del re, del dittatore e delle loro congreghe, i quali avevano diritto di vita e di morte sui loro governati, i sudditi appunto, e tutte le loro azioni politiche erano rivolte a consolidare esclusivamente i loro interessi particolari. Questa definizione, questo concetto di “Stato” non può sussistere in un’istituzione definita “democrazia”. In “democrazia”, deve esistere solo una “funzione pubblica”, in cui alcuni cittadini sono chiamati ad espletare determinati incarichi affidati loro dagli altri cittadini, che diventano i loro datori di lavoro, per svolgere servizi ad esclusivo interesse dell’insieme dei cittadini stessi. I compiti svolti da questi incaricati devono essere disciplinati dalle stesse regole e responsabilità che valgono per gli altri lavoratori privati. Ad esempio, per i parlamentari deve essere possibile, da parte dei cittadini, con idonei strumenti, la revoca dell’incarico. Per i burocrati il loro licenziamento, in presenza di mancanze ( non essere all’altezza dei compiti richiesti), omissioni (non raggiungimento degli obiettivi per i quali sono stati nominati o assunti) o, peggio ancora, di reati. Ne consegue l’inaccettabilità di “burocrate” a vita.

L’insieme dei  parlamentari, il governo, la magistratura, i funzionari pubblici, in una parola, la burocrazia, non possono né ritenersi né appellarsi “Stato”. La vera rivoluzione culturale e politica deve incominciare dando significato adeguato all’etimologia dei termini.

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3 Comments

  1. ingenuo39 says:

    Sarebbe veramente bello e corretto se i ciechi, i sordi, gli andicappati, ecc- venissero chiamati con il loro nome e venissero rispettati moralmente e fisicamente e sopratutto aiutati nei loro bisogni reali e non chiamandoli con dei titoli (che io chiamo fantasdiosi) solo per far notare di piu la loro differenza poi lavarsene le mani. Questo dovrebbe essere il compito principale del ministro e sopratutto dei ministri di Dio che, visto che sono tutti e due di nuova nomina, possano insegnare al popolo e ai nostri giovani quel modo di comportamento che la nostra generazione conosceva ma non è stata capace di insegnare.

  2. Giuseppe says:

    Ottimo! Veramente interessante e teoreticamente ineccepibile.

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