Risorgimento, dove sta l’imbroglio

garibaldidi GILBERTO ONETO – Non passa giorno che qualche autorevole signore ci ricordi che il cosiddetto Risorgimento costituisce un
valore condiviso. Di Risorgimento hanno riempito libri di scuola, strade e piazze, e ci si riempiono la bocca. Quando qualcosa non funziona (cioè sempre) si tirano fuori uomini e ideali del Risorgimento. Il Risorgimento è così una sorta di gigantesca foglia di fico che copre tutto: al Risorgimento si rifanno i liberali storici, i nazionalisti, i fascisti, le sinistre e da un po’ anche i cattolici cui logica e storia consiglierebbero altri riferimenti.
Il Risorgimento è per definizione bello, popolare, e ovviamente patriottico: la parola stessa vuole indicare un intero popolo e una nazione che sono risorti dallo sgabuzzino maleodorante cui li avevano rinchiusi la storia e un destino cinico e baro.
Si sventola il tricolore e si canta “La bella Gigogin” e tutto diventa bello e pulito: gli eroi sono fulgidi, i combattenti impavidi, i “Padri della Patria” ispirati e disinteressati. I termini di Italia e Patria si coniugano all’unisono dal Volturno a Caprera, da San Martino a Porta Pia.
Tutto un popolo – ci dicono – s’è desto e dell’elmo di Scipio s’è cinto la testa (la rima funziona solo al femminile ma la sostanza patriottica è la stessa). Da qualche tempo però storici guastafeste stanno smascherando il grande imbroglio nazionale, tirando fuori strani finanziamenti, lo zampino di potenze straniere molto interessate, le porcherie, le violenze, le ruberie, l’inizio di un andazzo che continua gloriosamente fino a oggi. Anche i numeri vacillano sotto il revisionismo, anzi ne sono diventati uno degli strumenti.
Della tragica messinscena dei plebisciti si sono già occupati in molti, e ormai neppure più Ciampi osa rievocarli. Tutti ormai ammettono
che si sia trattato di elezioni truccate, di numeri taroccati. Ma la maggioranza della gente – tuonano con garibaldina baldanza i patrioti al
nichel-cromo – era comunque favorevole e solo una piccola minoranza di codini e reazionari era contraria: si sono un po’ gonfiati i
numeri ma lo si è fatto a fin di bene, per dare più enfasi a un giorno di gloria e a un gesto di grande portata storica e morale. Il popolo non era maturo ed ha avuto bisogno di un piccolo aiuto. Alla faccia.

 

Ma era poi così maggioritario il movimento italianista o non si trattava invece di una piccola spudorata minoranza di esagitati amica
di potenti? Vediamoli un po’ questi numeri. Quanti sono stati i combattenti, i volontari, gli eroi che sono andati a farsi ammazzare per la
patria? Garibaldi non ha mai avuto ai suoi ordini nelle guerre di indipendenza, a Roma, a Mentana e sull’Aspromonte più di 5.000
uomini. C’era uno zoccolo duro che lo seguiva ovunque con un po’ di comparse a rotazione.
Al Volturno, alla fine della sua “travolgente” campagna di “liberazione” delle Due Sicilie, comandava circa 21.000 uomini, dei quali
8.000 erano calabresi e siciliani al servizio di latifondisti e mafiosi (i volontari siciliani veri, quelli indipendentisti, se ne erano andati da
un pezzo quando si erano accorti della fregatura sabauda e molti di loro passeranno alla resistenza), molti stranieri (soprattutto inglesi
e ungheresi) e quasi tutti gli altri erano soldati sardi (fatti disertare a comando e poi regolarmente amnistiati). Sintomaticamente i Napoletani erano rappresentati da un solo ussaro disertore. Il nucleo dei patrioti per libera scelta era dunque rappresentato da non più di 2-3 mila volontari fissi, fra cui il centinaio di “uruguayani” che avevano seguito Garibaldi nel 1848.

 

Sullo stesso numero dei Mille ci sono interpretazioni molto diverse: quelli sbarcati a Marsala sono ufficialmente 1.089 ma le fonti
oscillano fra 1.044 e 1.170. E non dovevano essere un granché, visto che lo stesso Garibaldi li ha definiti in un discorso il 5 dicembre
1861 al Parlamento di Torino: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche
nel letamaio della violenza e del delitto». Nel ’59 li aveva accusati di «una vita effeminata e non abituati a un’attività virile». Anche
peggio dovevano essere quelli del ’66. Giuseppe Nuvolari riferisce che l’Eroe dei due mondi li avrebbe descritti come «bricconi e avanzi d’osteria». Un bel rapporto fra il Capo e i suoi baldanzosi giovanotti… Che assieme a uno smilzo gruppetto di idealisti duri ci fosse un’accozzaglia di avventurieri e di delinquenti, lo dimostrano le accoglienze sempre riservate loro: nel ’48 la Repubblica romana non li
vuole fra i piedi, nel ’59 Cattaneo dice che venivano accolti con sospetto e freddezza, nel ’66 erano i contadini trentini a sparare loro addosso.

 

Oltre a questa massa di manovra “militare” e manesca c’era un gruppo di intellettuali, politici e faccendieri che ammontava a qualche
centinaio di persone, forse poche migliaia, che sono poi quelli che si sono spartiti cariche, soldi e affari per qualche decennio. Una piccolissima minoranza che ha occupato le pagine dei libri di storia ufficiale e le dedicazioni stradali.
Fino alla riforma DePretis-Zanardelli (1882) alle elezioni aveva diritto al voto solo meno del 2% della popolazione e dopo il 6,9%. Si
diventava deputati con qualche decina di preferenze: bastava una loggia. Si diventava senatori su nomina del re, che premiava i suoi
più teneri sodali. Nel processo unitario non c’è stato il popolo né il suo consenso. Nel 1859 i contadini allagavano le risaie per non fare passare i Francopiemontesi, l’intera Brigata estense ha seguito il suo sovrano in Austria, non meno di 30.000 soldati napoletani e pontifici sono stati deportati e gran parte di loro sono morti di stenti, nella cosiddetta guerra del brigantaggio i morti ammazzati dall’esercito italiano sono stati ufficialmente 73.875, in realtà più di 300.000 mila e forse anche molti di più.

 

Il consenso popolare all’unità non è cresciuto col tempo: nella guerra del ’66 sono stati 12.269 i disertori e 4.633 sono passati al nemico
Fra il 1861 e il 1915 più di 15 milioni di cittadini sono stati costretti a emigrare all’estero. Nelle varie rivolte a Genova, a Torino, in Sicilia, a Milano, nelle insorgenze padane de “La boje”, i ribelli (e le vittime) si sono contati a migliaia. Per contro nelle guerre coloniali i volontari sono stati poche manciate e anche nella prima guerra mondiale (gabbata come l’ultima guerra risorgimentale), su 5.038.809 arruolati i volontari sono stati solo 8.000, a fronte di 325.527 denunciati, 101.665 condannati per diserzione, 2.022 per passaggio al nemico, e di un numero enorme di renitenti. I condannati a morte sono stati 4.028, i decimati e quelli passati sommariamente per le armi decine di migliaia. In questo lungo e patriottico cammino verso l’unità, da che parte stava il popolo? Perché insistono a contrabbandare il Risorgimento e l’unità come valori condivisi.
Condivisi da chi?

(da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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