Rimbambiti dalla tv

polonia tvdi SERGIO TERZAGHI – Oggigiorno, le tecniche di comunicazione hanno conosciuto uno sviluppo straordinario e, grazie a ciò, viviamo
l’era della comunicazione globale istantanea. Infatti, ciascuno, in qualunque parte del globo si trovi, può diffondere o trasmettere notizie, ma anche agire a qualsiasi livello, operando persino, con un semplice tocco di mouse, nel settore finanziario e borsistico. L’odierno sistema multimediale, in grado di diffondere lo stesso messaggio, in modo continuo e in diretta a tutto il pianeta, appartiene a pieno titolo al fenomeno della cosiddetta globalizzazione.

L’esempio più lampante è fornito dalla mondovisione di eventi sportivi, quali le olimpiadi, i mondiali di calcio o eventi musicali, quale ad esempio il LiveAid. L’impatto che detti eventi hanno sulle masse, e l’audience riservato loro, permettono di misurare lo straordinario potere dei media. I mezzi di informazione scelgono le notizie da mettere in risalto e quelle su cui non val la pena soffermarsi. I media possono screditare o elevare alle stelle in un istante su scala planetaria.

I mass-media hanno acquisito un potere talmente elevato che li legittima a indirizzare interi popoli verso idee degne d’essere accettate ma anche a bandirne altre non conformi al pensiero unico. I mass-media consigliano persino quali prodotti bisogna acquistare e quali spettacoli bisogna andare a vedere. Non è quindi esagerato dire che un simile potere va al di là delle capacità di propaganda di cui disponevano in passato i regimi totalitari.
Ne è d’esempio la campagna pubblicitaria d’una compagnia telefonica. Lo spot mostra la figura di Gandhi che, entrato in una capanna, pronuncia il suo discorso davanti a una webcam, la quale consente di trasmettere la sua immagine contemporaneamente in tutto il mondo. Il volto di Gandhi appare dapprima su un maxischermo installato in un’affollatissima piazza degli Stati Uniti, in seguito appare sul videofonino tenuto in mano da una coppia che si trova a Roma, ma anche su un Pc portatile di un gruppo di uomini d’affari, riuniti in un ufficio di Londra.

Le parole di Gandhi giungono simultaneamente, grazie a un telefonino con auricolare, anche all’orecchio di un asiatico che si trova nella confusione del mercato di una città orientale, mentre due masai, in Kenya, riescono a osservare Gandhi con il supporto di un Pc portatile. Al contempo, il messaggio del Mahatma rimbalza sul maxischermo posizionato in Piazza Rossa, nel cuore di Mosca. Il “carosello” si conclude con la frase: «Se avesse potuto comunicare così che mondo sarebbe?». Il problema sta proprio qui. Immaginiamo nello spot, al posto di Gandhi, Hitler o Stalin: che mondo sarebbe se anche costoro avessero potuto comunicare allo stesso modo? Invero, l’odierno sistema mediatico apre delle possibilità di propaganda o di condizionamento che i tiranni d’un tempo non avrebbero neanche immaginato.

Inoltre, l’odierno sistema mediatico veicola messaggi che non rispondono alla causa dei popoli, ma soggiacciono alla logica del profitto propria del mercato globale. Il mercato ha autorità su tutto ed è, secondo le regole del pensiero unico, il Leviatano, ossia il tiranno che regola i conflitti tra gli individui. Non a caso, l’odierna tecnologia genera enormi interessi economici e finanziari. In questo quadro si inserisce, inevitabilmente, il mezzo di comunicazione oggi dominante: la televisione. È presente in tutte le case: una sua assenza sconcerta psicologi e assistenti sociali. Chi non ne possiede una, o non ne gradisce i contenuti, viene considerato un caso clinico. In Brianza, due increduli genitori avevano ricevuto la visita d’un assistente sociale poiché loro figlio, alle elementari, aveva confidato alla maestra che tra le mura domestiche non vede la televisione. Del centralismo dell’apparecchio televisivo ne ha risentito anche l’architettura.

La TV rappresenta il trono del salotto, la cui disposizione si fa in funzione dell’apparecchio e non, come vorrebbe la nostra tradizione, per formare una cerchia conviviale onde facilitare la comunicazione interpersonale. Guardare la televisione costituisce oggi, per gli occidentali, la terza attività principale, dopo il lavoro e il sonno. Francesi e padani la guardano tre ore al giorno, gli statunitensi quattro: le viene dedicato molto più tempo rispetto al nutrirsi o al fare l’amore. L’adattamento alla televisione avviene sin dall’infanzia. Prima ancora di saper leggere, un bambino ha passato migliaia di ore davanti alla televisione.

La televisione influenza la gente a un punto tale che è diventata l’elemento centrale della vita politica. Il futuro di politico non dipende più dalle idee di cui è portatore, ma dall’indice di gradimento che ottiene in televisione: lì si gioca la vera campagna elettorale. L’influenza de  media è quindi altissima anche sulla vita politica: possono delegittimare l’avversario del momento, essere strumento di propaganda o di disinformazione. Inoltre, esiste una perfetta simbiosi fra il sistema dei media e l’ideologia dominante: essi si appoggiano l’uno all’altro, difendendo i rispettivi primati reciprocamente.

Non a caso, il grande Solzenycin, dopo aver passato alcuni anni in America, ha affermato: «Un tempo ho vissuto in un sistema dove non si poteva dire niente, sono arrivato in un sistema dove si può dire tutto e ciò non serve a niente. (…) Oggigiorno, per essere isolati o esclusi non servono gulag o camere a gas, basta togliere il microfono».

Ma v’è di più. Per mantenere l’egemonia, al sistema mediatico-ideologico basta diffondere un messaggio attraverso il tubo catodico: arriverà istantaneamente in miliardi di abitazioni. A riguardo, il filosofo francese Jean Baudrillard ha scritto che «la televisione è, con la sua presenza, il controllo sociale a casa propria». Inevitabilmente, la presenza della televisione tende a far scomparire le relazioni interpersonali poiché pone i telespettatori nella posizione dei consumatori passivi, isolati gli uni dagli altri, senza una forte vita di relazione.

Pertanto, è evidente come la televisione abbia ampiamente contribuito al processo di distruzione del legame di comunicazione e solidarietà che era proprio delle nostre comunità. Invece di uscire, di andare al cinema o a teatro, di incontrare il vicino di casa, di socializzare, si guarda la televisione. Con la Tv abbiamo un rapporto privato: lei ci guarda mentre la guardiamo. Così facendo, ci regala ciò che la vita reale non ci concede: sesso, lusso, avventura, viaggi ecc. Tutto ciò, inevitabilmente, ci invita a dimenticare le nostre convinzioni, fa sognare di vivere vite altrui, ci spinge ad abbandonare ogni sistema di riferimento.

Attraverso i mass-media vengono in continuazione lanciati messaggi di “uguaglianza globale” che spingono le persone a rinunciare
dalle rispettive appartenenze: nazioni, regioni, popoli, culture tendono a essere negate o squalificate. Ciò appartiene alla logica del pensiero unico il quale, per sua definizione, non può riconoscere una pluralità di prospettive tra cui le differenza socio-culturali esistenti tra i popoli che, invero, rappresentano la bellezza e la ricchezza del mondo. Non v’è quindi da stupirsi se persino molti sociologi vedano nella televisione una delle cause dei fenomeni d’immigrazione verso le nostre terre. I miti veicolati dalle “soap opera” e la facilità con cui certi show “nazionalpopolari” regalano cospicui premi, arrivando via etere o parabola sino alle abitazioni di Tripoli e Tirana, attirano innumerevoli immigrati, i quali, una volta giunti, si rendono conto che questo non è il paese dei balocchi.

Pertanto, scatenare nei Paesi islamici,   una “guerra mediatica”, portando loro la nostra televisione, pregna di falsi miti, significa omologarli a noi. Prima di fare ad altri quello che ci è stato fatto, progettiamo di ricostruire le nostre comunità, educhiamo i nostri ragazzi a essere più rispettosi dell’altro.  Spieghiamo loro che esiste, nel profondo di ognuno, un’identità che ci contraddistingue e ci accomuna al tempo stesso. Solo riscoprendola, ritroveremo il coraggio d’essere popolo. Ciò però comporta, tra le tante responsabilità, il dovere d’essere solidali e quello di abbandonare i falsi miti della società, in primis quelli televisivi. Solo così potremo far fronte alle ansie e ai timori che quest’epoca ci sta riservando.

(da il settimanale Il Federalismo)

 

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