Riforme, in Regione Veneto Zaia vuole il voto di fiducia. Museruola o riforme rapide?

zaia incazzaodi ENZO TRENTIN-Luca Zaia vuole dotarsi della questione di fiducia: con questa convinzione è iniziato mercoledì 30 settembre, in commissione Politiche Istituzionali, l’esame del progetto di legge mirato ad introdurre anche in Consiglio regionale Veneto la possibilità per il Presidente e la sua Giunta di subordinare la loro permanenza in carica all’approvazione di un provvedimento ritenuto decisivo «ai fini dell’attuazione del programma di governo e dei suoi aggiornamenti o su questioni particolarmente rilevanti per la collettività regionale.»quorum

Sul piano costituzionale gli esperti, i professori Mario Bertolissi e Marco Olivetti, indicati all’audizione rispettivamente dal centrodestra e dal centrosinistra, non hanno fatto fatica a dare il loro parere favorevole, se non altro perché il governo non ha mai impugnato gli Statuti delle quattro Regioni che attualmente prevedono lo stesso istituto: Calabria, Campania, Liguria e Friuli Venezia Giulia.

Zaia sostanzialmente vuole due cose:

  • mettere la museruola alla sua maggioranza;
  • avere la certezza di approvare rapidamente le riforme che servono ai veneti.

Dice lui. Ma quali sono le riforme che vogliono i Veneti? I politicanti risponderanno: «Siamo stati votati su un programma di governo.» Altri osservatori notano che Luca Zaia ha ottenuto il 50,4% dei voti, mentre l’astensionismo ha sfiorato il 43%, considerato che i votanti sono stati

2.296.862 (57,2%) su complessivi 4.018.497 di aventi diritto; il Presidente della Regione Veneto ha quindi l’approvazione di circa un elettore su quattro.

«Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge.» È la posizione del liberale francese Alexis de Tocqueville, che nell’Ottocento studiò l’equilibrio fra la libertà individuale e il potere democratico nel saggio “La democrazia in America”, scritto fra il 1832 e il 1840, diventato uno dei testi alla base del pensiero politico occidentale. Quindi nemmeno la tirannia della maggioranza può essere richiamata.

 Il pentastellato Jacopo Berti, perplesso, si chiede: «Ma cosa vuol dire, che se in aula siamo meno di 50 e la fiducia non passa con una maggioranza relativa, allora il governatore resta in carica lo stesso?». Antonio Guadagnini di Indipendenza Noi Veneto, lista che sta in maggioranza, a corto di principi democratici confida ai media: «Francamente non capisco la differenza tra dimissioni del presidente ed effetto della questione di fiducia.» In questi giorni le opposizioni capeggiate da Alessandra Moretti (PD) insorgono, ma anch’esse non hanno forti arcoraggi alla democrazia, e non ne daremo conto in questa sede ritenendolo inutile.

Tralasciando lo svagato Antonio Guadagnini sedicente indipendentista, tutti gli altri inneggiano più o meno convintamente al federalismo. Non passa giorno che in qualche discorso il federalismo venga ammannito come si fa in cucina con il prezzemolo. Una cosa che purtroppo la Lega Nord (e dunque Luca Zaia) e tutti gli altri politicanti non hanno mai spiegato, è che il federalismo di basa due principi fondamentali:

1 – la sovranità che tramite il voto i cittadini conferiscono ai rappresentanti, è inferiore alla sovranità che riservano per se stessi sui fatti.

2 – Gli oneri che il “foedus” implica devono essere inferiori (o quanto meno uguali) ai benefici che se ne ricavano.

Se ci si pensa un po’, il primo è il principio cardine della democrazia, il secondo della «assicurazione» civica.

L’idea di regolare i rapporti fra individui su base contrattuale (su convenzioni nelle società animali) non appartiene neanche a Pierre-Joseph Proudhon (considerato il padre del federalismo moderno) che la descrive magnificamente nel capitolo VII di “Del principio federativo” (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Del_principio_federativo ), è una legge di natura, dicono i più importanti sociobiologi del terzo millennio. I rapporti da regolare sono:

  • fra individui;
  • fra individui e governo della comunità (o Stato);
  • fra comunità o Stati).

 

Se poniamo il contenuto del contratto come legge, letta, discussa approvata e sottoscritta dalla maggioranza dei cittadini responsabili che partecipano volontariamente alle scelte, abbiamo il toccasana per risolvere moltissimi problemi di cui discutiamo e che non possono essere diversamente risolti. Inutile credere di potersi sottrarre alle leggi naturali perché tre o quattrocento anni fa il Veneto (o la Toscana, o un’altra area, non fa differenza) aveva un governo diverso. Basta riflettete un momento: è una assurdità. Quel tempo aveva il governo forse adatto al suo secolo. Oggi le conoscenze e la tecnologia sono completamente diversi rispetto ad allora, come diversi sono i problemi. È necessario interiorizzare che il contratto, in politica, è sinonimo di federalismo che Bossi, Salvini, Zaia & Co. hanno tradito nella lettera e nello spirito.

Il M5s ed i suoi esponenti si riempiono diuturnamente la bocca di partecipazione dei cittadini attraverso la democrazia diretta; ma quando hanno avuto la possibilità di modificare lo Statuto comunale a Parma, non hanno brillato per comportamenti coerenti con le predette affermazioni. Per consentire l’effettiva partecipazione dei cittadini all’attività amministrativa si deve prevedere l’indizione e l’attuazione di referendum sia «d’iniziativa» sia «di revisione» tra la popolazione e per tematiche afferenti all’Ente.

Per «iniziativa», s’intendono azioni tese ad imporre al Presidente, Giunta e Consiglio regionale (come ai loro omologhi comunali), deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Per «revisione», s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione pubblica, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme. In ambedue i casi: «d’iniziativa» e «di revisione» i referendum debbono essere validi con qualsiasi numero di partecipanti al voto. Niente quorum, dunque! Siano pure escluse dal referendum le materie concernenti le norme statali o contenenti disposizioni obbligatorie per l’Ente e, per cinque anni, le materie già oggetto di precedenti referendum con esito negativo.

L’iniziativa dei referendum deve essere proposta da circa l’1% della popolazione afferente, similmente per quanto riguarda i referendum nazionali (necessitano di 500mila firme), e non come appare – per esempio – nello Statuto del predetto Comune di Parma che prevede la sottoscrizione di 10mila cittadini (su circa 188.000 abitanti). Le sottoscrizioni di tale proposta dovranno essere autenticate nelle forme di legge, ma con un ragionevole tempo per la raccolta, poiché minore è detto tempo, maggiori sono gli ostacoli che i “rappresentanti” – semplici delegati – illegittimamente frappongono all’esercizio della sovranità popolare.

A rafforzamento di quanto detto sopra, si tenga presente che:

  • Che la sovranità del popolo preesiste allo Stato: lo Stato italiano, in tutte le sue articolazioni appartiene ai cittadini italiani, e non viceversa.
  • Che a conferma di ciò l’Art, 1, comma 2, della Costituzione sancisce: «La sovranità appartiene al popolo…» non ai “rappresentanti” del popolo.
  • Che appartenendo la sovranità, a qualsiasi livello degli organi dello Stato, ai cittadini; gli eletti hanno sempre il dovere di uniformarvisi, qualunque essa sia, poiché essi sono delegati a rappresentare la volontà della maggioranza e non gli interessi dei partiti politici ai quali appartengono, e che ai cittadini, in democrazia, dev’essere sempre riconosciuto il potere di modificare le regole della delega, e di fare o di modificare direttamente le leggi nella libertà, e senza assurdi ed ingiustificati vincoli burocratici.
  • Che un Paese dove le leggi di iniziativa popolare non sono neppure prese in esame dal Parlamento non è una democrazia. Oltre seicentotrenta sono le proposte di legge, corredate ognuna da 50.000 firme, tutte inutilizzate, che giacciono da tempo immemorabile nelle cassapanche del Parlamento.
  • Che un Paese dove i cittadini non possono controllare la spesa pubblica dopo essere stati tassati fino alla persecuzione, non è una democrazia.
  • Che tutti i partiti si dichiarano favorevoli all’introduzione di un’organizzazione federalista nello Stato italiano. Ma hanno idee mistificanti circa l’applicazione del federalismo stesso.
  • Che uno dei principi federalisti indiscutibili è rappresentato dal fatto che la sovranità appartiene al popolo e che essa non può essere alienata, limitata, violata o disattesa, e che il popolo può delegare la sua volontà ma deve sempre restare libero di modificare le regole della delega.

 

Concludendo, con soggetti come quelli sunnominati, portatori di quella cultura politica sarà arduo per il Veneto, o qualunque altra area, ottenere l’indipendenza. E comunque a cosa servirebbe l’indipendenza se si avessero gli stessi suonatori che eseguono la stessa musica?

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1 Commento

  1. Carlo De Paoli says:

    Come non convenire con Enzo Trentin quando denuncia la totale assenza di programmi per il “dopo I-taglia”.
    Gli attori dell’indipendentismo si sbracciano a “sventolare” il Gonfalone di San Marco, ma nessuno di loro ci ragguaglia sul … “dopo”, di come intendano procedere nell’amministrazione della cosa pubblica: se debba essere, come ora, una RES NULLIUS in mano ad intrallazzatori e ladri o, effettivamente, RES PUBLICA, nel senso “ROMANO” del termine, ovvero, proprietà collettiva di tutti i cittadini e da questi, nel loro insieme, gestita e programmata.
    Trentin, da tempo, insiste citando filosofi e costituzionalisti di ogni parte del Mondo che sostanzialmente concordano tutti su come si debba gestire collegialmente la proprietà collettiva.
    Da questa disamina sembra che si possa individuare nel Paese “Svizzera” il luogo che maggiormente si conforma all’ideale di Paese nel quale vivere e che risponde alle teorizzazioni dei personaggi citati.

    A rafforzamento di quanto detto sopra, si tenga presente la citazione che afferma: la sovranità del popolo preesiste allo Stato: lo Stato italiano, in tutte le sue articolazioni appartiene ai cittadini italiani, e non viceversa.
    E ancora:
    Che un Paese dove i cittadini non possono controllare la spesa pubblica dopo essere stati tassati fino alla persecuzione, non è una democrazia.
    Ma c’è anche da noi una cittadina dove le istituzioni sembrano “avvicinarsi” a quelle della vicina Svizzera: Si chiama Sasselo.

    http://www.nocensura.com/2012/01/il-comune-di-sasselo-sv-istituisce-la.html

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