Riforma pensioni: giornalisti esodati. E l’Inpgi crea nuovi poveri. L’inchiesta di Daniela Stigliano

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Bloccate le clausole di salvaguardia. Negata l’autonomia del Cda sull’aspettativa di vita. Mentre passano le misure Inps ma senza protezione pubblica. E il futuro dei giornalisti non è garantito

di Daniela Stigliano – Giunta Fnsi e Consigliera generale Inpgi

testo tratto dal sito di Unità sindacale, https://unitasindacalefnsi.wordpress.com/2017/03/06/riforma-pensioni-e-rischio-esodati-la-sconfitta-politica-di-inpgi-e-fnsi/#more-15238

Nessuna clausola di salvaguardia. Nessuna autonomia del Cda sull’aspettativa di vita. Nessuna garanzia sul futuro. E, soprattutto, il rischio – che è quasi una certezza – di creare decine, centinaia di esodati. La riforma delle pensioni dei giornalisti, entrata in vigore il 21 febbraio con il via libera dei ministeri vigilanti del Lavoro e dell’Economia, è la rappresentazione plastica del fallimento politico dell’attuale maggioranza di Inpgi e Fnsi.

I no e le sospensioni pronunciate dai due dicasteri pesano infatti come macigni. Perché vanno a colpire le poche, pochissime aree su cui il vertice dell’Istituto aveva differenziato le condizioni rispetto all’Inps e su cui il Sindacato si era impegnato con i giornalisti. Mentre nulla si conosce ancora delle condizioni e dei paletti che i ministeri hanno indicato nella lettera arrivata il 21 febbraio in via Nizza, che i vertici dell’Istituto si rifiutano di rendere pubblica.

Altro che cantare vittoria per una riforma che sovrappone la nostra previdenza a quella dell’Inps ma senza nessun ombrello protettivo pubblico! La presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, e il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, dovrebbero ammettere la sconfitta politica. Ecco perché.unità sindacale
Le nuove regole per la pensione
Mettiamo in fila le nuove regole per le nostre pensioni (per le altre misure, leggi qui):

  • pensione di vecchiaia con minimo 20 anni di contributi a 66 anni e 7 mesi di età, con una gradualità che prevede per gli uomini i 66 anni dal 2017 e i 66 anni e 7 mesi dal 2018 e per le donne i 64 anni dal 2017, i 65 e 7 mesi dal 2018 e i 66 anni e 7 mesi dal 2019. Anno in cui interverranno le norme sull’aspettativa di vita e sarà tutto ricalcolato all’insù (a partire dal 2020);
  • pensione di anzianità a 62 anni con 40 anni di contributi dal 2019 (nel 2017 ne bastano 38, nel 2018 ne serviranno 39), con l’applicazione dell’aspettativa di vita per entrambi i requisiti (anagrafico e contributivo) e ricalcolo a partire dal 2020. Ben sapendo, comunque, che si contano sulle dita di una mano, forse due, i giornalisti in possesso di contribuzione continuativa almeno dai 22 anni in poi, oggi e ancor più in prospettiva. Mentre all’Inps – dove servono al momento 63 anni di età e 42 anni e 10 mesi di contributi – sono tanti i lavoratori che hanno iniziato ad avere una posizione previdenziale in età molto giovane, dai 16 anni in poi;
  • possibilità di cumulo tra contributi Inpgi e Inps solo quando si può accedere alla pensione in entrambi gli Istituti, quindi seguendo i paletti più stringenti dell’Inps (questo almeno secondo l’interpretazione dell’Inpgi, contestata anche a livello parlamentare);
  • l’introduzione da gennaio 2017 del calcolo contributivo per i contributi versati;
  • mantenimento dei diritto alla pensione in qualsiasi momento per chi entro il 31 dicembre 2016 aveva già raggiunto i requisiti previsti dalle vecchie norme: 65 anni di età con 20 di contributi; 40 anni di contributi a qualsiasi età; almeno 57 anni di età e 35 di contributi con penalizzazione fino ai 62 anni.

In meno di tre anni saremo insomma perfettamente allineati alle regole Inps. Con una gradualità di cui beneficeranno pochissimi. E l’unico “vantaggio” dell’indennità di disoccupazione, che è stata però talmente ridotta e limitata da risultare quasi peggiore della Naspi, l’analogo ammortizzatore pagato dall’Inps.

Due i no dei ministeri senza possibilità di appello:

  • no al cumulo totale per chi era andato in pensione con la vecchia regola dei 40 anni di contributi a qualsiasi età e non ha ancora raggiunto l’età della pensione di vecchiaia (che nel frattempo si allontana): da ora in poi, questi colleghi si vedranno ridurre l’assegno mensile se hanno collaborazioni superiori a 22.000 euro l’anno, fino a una decurtazione massima del 50%;
  • no alla possibilità di non adeguare l’età pensionabile all’aspettativa di vita: dal 2019, la revisione sarà automatica, come all’Inps, spingendo all’insù i requisiti anagrafici. Senza alcuna possibilità di intervento da parte del Cda dell’Inpgi.

Proprio quest’ultimo era il punto su cui i propugnatori della bontà della riforma avevano speso fiumi di parole per rivendicare la difesa dell’autonomia dell’Istituto. Tutto falso, come volevasi dimostrare.

Salvaguardie, «misure di minore impatto»…
Per non parlare delle clausole di salvaguardia, quelle che il comunicato ufficiale dell’Inpgi definisce «misure di minore impatto». Riferendosi ovviamente agli effetti sui conti prospettici dell’Istituto, ma con ben poco rispetto per chi, su queste clausole, contava e conta per la propria sopravvivenza. Salvaguardie che avrebbero consentito per altri 12 mesi di andare in pensione con le vecchie norme a chi era disoccupato da tempo, già uscito o in uscita da aziende in stato di crisi.

Bocciate una prima volta nel febbraio 2016, la maggioranza le ha ripresentate, forse sapendo benissimo che non sarebbero state accolte. Fatto sta che i ministeri le avrebbero “sospese”, secondo le dichiarazioni dell’Inpgi, in attesa di approfondimenti sul loro impatto sui conti dell’Istituto. Ma le reali condizioni poste dai ministeri vengono tenute nascoste nei cassetti di via Nizza. Mentre decine di giornalisti – e soprattutto di giornaliste – potrebbero ora iniziare a sperimentare la condizione di “esodati”: persone senza più lavoro, senza reddito, senza pensione.

Quanti saranno gli esodati?
Quanti sono, i giornalisti potenzialmente esodati? Qualcuno li ha calcolati in circa 200 in tutta Italia. Considerando però forse solo chi il lavoro lo ha già perso o lasciato, con la prospettiva di raggiungere in tempi brevi il diritto alla pensione. Di questi, una grossa fetta è rappresentata dalle colleghe, rassicurate dalla riforma del 2012 che fissava fino al 2021 regole e deroghe, abbattimenti definitivi e transitori. Ma il numero potrebbe essere ben più alto. Tra le colleghe illuse nel 2012, per esempio, oltre 50 sono solo quelle nate nel 1958 e oggi senza occupazione, che erano rimaste fuori dalle clausole di salvaguardia ora “sospese” e cercavano una strada per rientrarvi. Quelle nate dal 1959 in poi avevano invece già perso ogni speranza.

Inoltre, c’è il capitolo ampio e aperto di chi lavora oggi in un’azienda in stato di crisi, che ha dichiarato esuberi strutturali, che magari è in attesa del finanziamento per i prepensionamenti (oggi la lista di attesa è di 276 posizioni) e che non potrà nemmeno ricorrere per gli altri 12 mesi previsti dalle clausole di salvaguardia alle uscite per pensionamento di anzianità. Alla fine dello stato di crisi, quanti colleghi potrebbero finire senza lavoro e senza la speranza di una pensione?

Il problema potrebbe diventare drammatico soprattutto se non dovessero arrivare nuovi soldi per i prepensionamenti o se dovessero cambiare in corsa le regole (leggi qui), con un aumento dell’età (oggi minimo 58 anni) e dei contributi (oggi almeno 18 anni), come qualcuno forse spera anche all’interno della Fnsi, pensando più all’Inpgi che alla tutela dei giornalisti. Allora sì che gli esodati diventerebbero tanti, percentualmente troppi per una categoria di poche migliaia di lavoratori.

Eppure sulle clausole di salvaguardia e su altre richieste di miglioramento delle regole la Giunta Fnsi, approvando la riforma (con il mio solo voto contrario), aveva finto di basare il suo parere favorevole. Nella delibera del 27 settembre (scarica il testo qui), al primo posto tra i punti si potevano leggere la «salvaguardia dei colleghi coinvolti in stati di crisi», poi «verificare ogni possibilità per evitare effetti traumatici sulle prospettive previdenziali delle colleghe giornaliste» e ancora «evitare che si creino anche nel nostro settore le problematiche dei cosiddetti esodati». La formula ovviamente non impegnava davvero nessuno. Ma faceva tanta scena.

Fumo negli occhi, in attesa del peggio
Tutto fumo negli occhi dei giornalisti, per il gioco (sulla pelle degli altri) della demagogia. Tanto che ora, dalla stanze della Fnsi, nessuno pronuncia una parola sullo stop alle clausole di salvaguarda e sugli esodati che questo creerà. Mentre tra le Associazioni si registra al momento la sola presa di posizione della Romana (leggi qui), in cui si parla esplicitamente di «rischio esodati», chiedendo alla Fnsi un’azione sul governo, e si ammette che la riforma «non blinda l’istituto».

Così come fumo negli occhi sono le dichiarazioni di esultanza per il «sì» risicato e limitato ottenuto dai ministeri. Ministeri a cui però certo non bastano le modifiche appena introdotte. Perché la legge impone loro di vigilare sulla sostenibilità a breve e a lungo termine dell’Inpgi, che la riforma non garantisce per nulla.

Triennio in profondo rosso
La dimostrazione è nel bilancio attuariale consegnato a supporto della manovra (leggi qui). E nei conti in profondo rosso calcolati per il prossimo triennio (leggi qui), nonostante i risparmi della riforma, le previste iniezioni di liquidità dalla vendita degli immobili (ferma al palo) e le molto ipotetiche (per usare un eufemismo) nuove entrate da migliaia di assunzioni che sono alla base dello stesso bilancio attuariale.

Che cosa chiederanno, e faranno, i ministeri di fronte a questo disastro dietro l’angolo? Le risposte sono con ogni probabilità quantomeno profilate nella lettera del 21 febbraio. Quella che l’Inpgi non pare intenzionata a rendere pubblica. Con buona pace della trasparenza e della serietà nei confronti della categoria.

Il nostro futuro
Per tutto questo, invece di cantare una vittoria di facciata, Macelloni e Lorusso dovrebbero chiedere scusa alla categoria. E trovare nuove strade – o, meglio, farle trovare ad altri – per mettere in sicurezza il futuro dei giornalisti italiani, prima di buttare via l’intero patrimonio accumulato in tanti anni e rimanere senza alcuna “dote” negoziale.

Un futuro – il nostro futuro – che oggi potremmo contrattare per ottenere perlomeno di non peggiorare ulteriormente le regole delle nostre pensioni. Domani, con le casse prosciugate dalla gestione dell’Inpgi dell’ultimo decennio, qualsiasi soluzione si tradurrà in nuovi, ancora pesantissimi, sacrifici e rinunce.

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