Urge una riforma fiscale che non leda i diritti di proprietà

di PAOLO MARINI

Servirà a nulla che il Governo si prenda cento(!) giorni per revisionare la normativa fiscale in materia di immobili. Sono le riformette di cui il Paese non ha bisogno, anche se non se ne rende pienamente conto. Sono buone a cambiare il nome alle cose e a modificare gli assetti redistributivi – in funzione delle categorie di cittadini che hanno al momento il privilegio di essere un punto di riferimento (i proprietari di prima casa, i percettori di redditi medio bassi, gli amici di Tizio, i questuanti di Sempronio, i leccapiedi di Caio, ecc.).

Da decenni l’ordinamento fiscale è ispirato al medesimo criterio di una rapina (legale, si intende, ma solo perché perpetrata con lo strumento della legge): prendi i soldi dove costa meno (in termini di consenso). Si ha voglia di parlare di ‘nuovi diritti civili! Con la stessa arma della legge e segnatamente della decretazione d’urgenza (ma non solo) si è erosa gradualmente la certezza del diritto e, al centro, del diritto di proprietà. Sono i diritti fondamentali che cementano una qualunque collettività ad essere apertamente precari, privi di qualsiasi tutela.

Nessuno di noi ha più garanzie sul fatto che i propri beni immobili e anche mobili (tra cui primariamente le liquidità dei conti correnti bancari) non possano subire (ulteriori) tagli o perdite di valore in conseguenza di atti sempre più palesemente arbitrari e violenti dello Stato. Nessuna seria pianificazione, nessun programma di vita è alla portata degli individui, né l’incertezza fa sconti a chicchessia: riguarda la casalinga come l’imprenditore, il piccolo come il grande proprietario.

Una revisione profonda, strategica dell’ordinamento fiscale è il corollario di un nuovo assetto costituzionale che chiuda la stagione di questo vilipendio della ragione e del buon senso – oltre che, naturalmente, del diritto – e riapra le porte a vincoli seri, autentici contro gli abusi e i soprusi perpetrati in danno della proprietà. Senza i quali, nessuna solidarietà tra i cittadini è possibile vedere germogliare, perché lo Stato con la sua strategia piratesca li divide tra “buoni” e “cattivi”, li punisce o li salva, li manda in rovina e/o li tiene a galla, senza che possa opporre un criterio inoppugnabile – come sarebbe doveroso quando si tratta di esporre a sacrificio i diritti individuali. Primo perché un criterio in tal senso non esiste, in senso assoluto. Secondo, perché il criterio invalso, nei fatti, è oggi quello di cassa! Che è il peggiore di tutti i quanti i criteri possibili.

Ho capito in questi anni, rivalutando idee e teorie, che il rapporto fiscale è uno dei cardini – se non ‘il’ cardine – dell’identità, del volto di un Paese per ciò che riguarda il rispetto dei diritti individuali. Lo spiega troppo bene Pascal Salin nella sua leggendaria opera dal titolo “La tirannia fiscale”. Ma il punto è che un nuovo rapporto fiscale non è concepibile senza un diverso assetto istituzionale. Politiche pur volenterose di ridimensionamento fiscale (sconosciute in Italia, peraltro) sono destinate a fallire se non operano a monte – su ciò che spinge lo Stato alla sua incontenibile pretesa di ricchezze.

La citata revisione dell’ordinamento fiscale può avvenire efficacemente solo a partire dall’instaurarsi di una cultura dei diritti individuali. Deve partire dalla formulazione di nuove norme di rango costituzionale che, nel fissare limiti inaccessibili alle maggioranze di turno, restituiscano ai cittadini la fiducia nel ruolo originario dello Stato – ruolo servente e non di ‘padrone’ che, se non mi ricordo male, non contemplava comunque la sistematica rapina. Sono nella attuale Costituzione, di questa “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1, comma 1), le origini di molti – e neppure tanto oscuri – mali collettivi ed è là che occorre incidere.

Non ho alcuna speranza che questo avverrà. Che si potrà uscire da questo sistema neo-feudale, dove siamo tutti sempre più simili ai servi della gleba. Molti cittadini si lasciano ancora incantare dai messaggi urlati – oltre che da quelli subliminali o indiretti – lanciati quotidianamente dal potere. Senza un presa di coscienza individuale del problema nessuna rivoluzione è visibile all’orizzonte. Solo sfiducia e miseria crescenti, per tutti i produttori.

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2 Comments

  1. gigi ragagnin says:

    l’itagliaseddesta te la farà subito, sconfessando se stessa.

  2. Dan says:

    Se stiamo ad aspettare che questa riforma cada dall’alto proprio da coloro che hanno tutto da guadagnarci dallo status quo e perderci dalla riforma, facciamo notte… del 2061…

    L’unica strada per arrivare a questo punto è far si che i cittadini non paghino più una tassa, rifiutandosi di riconoscere qualsiasi forma di imposta, addizionale e accisa. I soldi sottratti dalle fauci dello stato devono essere poi necessariamente rimessi in circolo (non accumulati come stanno facendo adesso con le banche con i LTRO) comprando e dando lavoro (le aziende devono dirottare tutti i contributi direttamente ai loro dipendenti rifiutandosi di versarli all’inps).

    Solo un’azione collettiva di questa portata obbligherà il moloch a ridurre le pretese ed a tornare a fare la propria parte ovvero garantendo servizi e diritti “giusti” invece di quelli “acquisiti”

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