Riforme: cronaca di un’ordinaria giornata da pollaio elettorale

di DANIELE V. COMERO

Ora si che la caccia al Porcellum è aperta, non ci sono più scuse. Mercoledì 25 luglio, ieri, ore 13,30  il Senato approva e cala il sipario sulla vicenda delle Riforme Costituzionali, che più volte ha visto sfiorare il grottesco, ma che purtroppo è costata e costerà molto cara da un punto di vista politico. Con 153 voti favorevoli contro 145, 138 contrari più 7 astenuti, il Senato ha approvato in prima lettura la riforma del Parlamento e della forma di Governo dello Stato, con la nuova formulazione attuata durante i lavori in Aula attraverso una serie di emendamenti. Le posizioni dei vari partiti sono le seguenti. Il senatore Del Pennino, eletto con il PDL ora PRI, nelle dichiarazioni di voto finali ha detto che “si tratta di una riforma improvvisata, pasticciata e contraddittoria, frutto di uno scambio politico all’interno della vecchia maggioranza per ottenere da una parte un Senato federale di cui non si capiscono funzioni, composizione e modalità operative e dall’altra un semi-presidenzialismo monco, soprattutto perché privo della necessaria riforma elettorale. Il tutto senza l’indispensabile revisione complessiva delle Autonomie locali oggi fonte di innumerevoli conflitti di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale”.

Anche Pardi, IdV, ha sottolineato che “il testo finale è stato ulteriormente peggiorato a seguito del baratto politico che ha portato alla ricostituzione della vecchia maggioranza di centrodestra intorno all’introduzione del Senato federale e del semi-presidenzialismo. Il risultato è una profonda alterazione di tutti gli equilibri costituzionali in ossequio al falso assioma che la Costituzione attuale non consentirebbe di governare; anche se in realtà la riforma non vedrà mai la luce e con essa verrà meno anche la diminuzione del numero dei parlamentari”. Contrario anche il sen. Valditara, che rileva che “alla fine questo tentativo è destinato a fallire con l’unica conseguenza di impedire la riduzione del numero di deputati e senatori”.

A favore Viespoli,  che però auspica l’istituzione di un’Assemblea costituente eletta insieme al prossimo Parlamento cui affidare il completamento del disegno riformatore. L’UDC ha duramente contestato la metodologia seguita dal PdL che ha fatto fallire il lungo lavoro svolto in Commissione che aveva portato ad un testo condiviso da una maggioranza superiore a quella dei due terzi. Peterlini, a nome delle componenti autonomiste, ha invece dichiarato voto di astensione.

Roberto Calderoli, Lega, ha dato un convinto voto favorevole sostenendo che “gli emendamenti della Lega sul Senato federale e del PdL sul semipresidenzialismo danno sostanza a una riforma altrimenti vuota e che anche la sinistra dovrebbe votare se si vuole evitare di eleggere un Capo dello Stato a scadenza, quale sarebbe il prossimo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento il giorno in cui entrerà in vigore l’elezione diretta”.

La senatrice Finocchiaro del PD aveva evidenziato, il giorno prima, che si era in presenza della restaurazione di un sinallagma tra PDL e Lega (cioè della ricostituzione di un negozio giuridico, un contratto). Chiude dicendo che “senza il tradimento dell’accordo tra le forze che sorreggono il Governo Monti operato dal PdL, oggi si sarebbe potuta votare una riforma contenente le riduzione del numero dei parlamentari, l’affievolimento del bicameralismo perfetto, la sfiducia costruttiva e l’aumento dei poteri del Premier, ed invece tutto viene travolto a causa di una forza politica inaffidabile che viene meno ad un impegno assunto dal suo stesso Segretario, dimostra di preferire un rinnovato feeling con la Lega Nord alla lealtà nei confronti del Governo Monti e rende quanto mai dubbia la prospettiva di modificare l’attuale legge elettorale”. Quagliariello del PdL ha sottolineato che “l’opzione presidenzialista rappresenta un fatto estremamente significativo per assicurare al Paese un’architettura istituzionale all’altezza delle terribili sfide dei tempi, nel segno del recupero di efficienza e credibilità delle istituzioni, poiché anche la pur necessaria riforma elettorale non avrebbe alcun vantaggio. Sottolinea che l’Aventino scelto dalla sinistra è una fuga dalla realtà, che il PdL è pronto al referendum confermativo anche in caso di approvazione con una maggioranza inferiore ai due terzi”.

Il Referendum confermativo nelle mani di un gruppo in disfacimento  implica una sconfitta certa, rimarrebbero solo spese e discussioni. A che pro? Forse per distrarre, non certo a sorreggere una riforma malfatta, attuata con un’operazione che fino ad ora non si pensava che fosse neanche ipotizzabile. Adesso che la via è tracciata c’è da aspettarsi di tutto, come l’acqua che si infiltra nella diga, quando trova il passaggio è difficile fermarla, con il serio rischio di un futuro deterioramento della struttura istituzionale. Molti commentatori e esponenti politici sono concordi nel dire che comunque questa riforma non avrà futuro, che alla Camera il ritrovato “sinallagma PDL-Lega” si ritroverà senza i voti necessari. Meglio così, se si pensa che la forma della nostra Repubblica è stata ridisegnata nel pomeriggio di martedì con una serie di  emendamenti presentati in Aula dai senatori Quagliariello e Gasparri, vengono i brividi freddi, nonostante il caldo torrido.

Va detto che pochi hanno voglia di spendere una lira o un euro per il  “Gasparrum”, ideato dai residui della vecchia maggioranza PDL e Lega,  “padri costituenti” di una ipotetica nuova Italia, che dimenticano che quella reale sta affondando sotto i colpi della speculazione internazionale, che del semi-presidenzialismo non sa che farsene.  In questo momento la gente che lavora e suda, vorrebbe sentirsi guidata da un nuovo De Gasperi fuori dalla tempesta economica, con mano ferma ma rispettosa della dignità di tutti i territori.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. rosa says:

    Mi scuso in anticipo se aggiungo una cosa che non è proprio attinente all’argomento dell’articolo, ma vorrei dire che tra le riforme da fare vi è quella, altrettanto importante, di riconoscere le unioni civili (sia omosessuali che eterosessuali) L’Italia è l’unico (o forse uno dei pochi) Paesi in Europa che non le riconosce.

  2. rosa says:

    Non ritengo che l’elezione diretta del Presidente della Repubblica sia una riforma necessaria, posto che il Capo dello Stato non ha, nel nostro ordinamento, una funzione politica, ma Super Partes.
    Sono altre le riforme indispensabili per il Paese:
    – eliminazione del bicameralismo perfetto
    – semplificazione delle norme amministrative e creazione di codice unico amministrativo
    – semplificazione delle norme tributarie.

Leave a Comment