RICAPITALIZZARE LE BANCHE E TUTELARE LA CLIENTELA

di MASSIMO LEMBO

Prescindendo da indubbi errori in cui è incorso il sistema bancario nazionale negli ultimi anni (si allude, in particolare, ad una certa superficialità nella valutazione del merito creditizio della clientela, spesso associata ad una non scientifica determinazione del costo del credito), in un contesto di crisi economica globale prolungata e di cui non è dato conoscere la soluzione, il Comitato di Basilea ha ritenuto opportuno intervenire con un insieme di norme note come Basilea 3 finalizzate, da un lato, ad imporre robusti rafforzamenti del patrimonio delle banche, dall’altro a costituire adeguate riserve di liquidità alle medesime.

Le intenzioni erano sicuramente positive, volendosi perseguire la stabilità del sistema creditizio toccato per la prima volta dalla drammatica crisi di liquidità affacciatasi nel 2008 e ripropostasi in questi mesi, ma la tempistica non è certo stata felice. La crisi delle borse ha finito per scoraggiare fortemente gli aumenti di capitale, in assenza dei quali le ricapitalizzazioni diventano un’utopia, e la penuria di liquidità ha finito per ritorcersi in una riduzione dei prestiti, a parità di ogni altra condizione. Il tutto aggravato dall’abbassamento del rating del nostro paese e, per trascinamento, delle banche nazionali, il che ha comportato la riduzione degli investimenti esteri ed un maggior onere del credito bancario messo sotto pressione da tassi maggiorati delle emissioni statali.

Il nostro sistema bancario si è trovato così soffocato da fattori esogeni nel momento in cui l’economia chiedeva aiuto e supporto finanziario. Il sistema bancario si è trovato – e certamente non se ne vuole qui fare il panegirico – a dover dire “vorrei (forse), ma non posso”! Il noto intervento della Banca centrale europea che ha consentito il rifinanziamento parziale a tassi di favore non poteva andare direttamente a beneficio della clientela se non per le banche già in ordine con i nuovi dettami. La conseguente stretta creditizia ha avuto l’effetto di mettere ancor più in crisi le imprese e le famiglie facendone aumentare le insolvenze con conseguenze evidentemente recessive in un contesto in cui il nuovo Governo, anche al di là delle sue intenzioni, ha privilegiato interventi recessivi (aumento delle imposte) rispetto ad altri idonei a stimolare la ripresa economica.

Nessun dubbio che in Italia risultino difficilmente perseguibili modifiche legislative di sostanza; è pacifico, invece, che l’Europa ed i cosiddetti Mercati (mai così citati) alla fine riescono (o inducono) ad abbandonare la torre d’avorio in cui i politici si erano rifugiati per confrontarsi con la realtà. Ed in Italia, come in Grecia, ma forse anche in Spagna, la politica viene in parte espropriata della sua prima prerogativa in favore di tecnici (i nostri “professori”) più disposti ad affrontare temi scottanti. Questo esproprio della politica non potrà essere duraturo ma se avrà avuto la funzione di una grande mestruazione potrà probabilmente rigenerare, riforma elettorale o meno, una classe politica responsabile. Alla fine occorre riproporre un etica, e l’etica va di pari passo con la democrazia e con la serietà. Etica nei comportamenti, democrazia rappresentativa, serietà nella gestione della cosa pubblica, dei suoi poteri, dei suoi esponenti.

E allora, come può il sistema bancario porsi in questo disegno di rifondazione dello Stato? Le cosiddette banche di territorio possono stipulare un patto con i cittadini impegnandosi ad investire la raccolta dei risparmi nei propri territori di elezione privilegiando – anche nell’ottica del frazionamento del rischio – le famiglie e le piccole e medie imprese (vero asse portante della nostra economia) tralasciando improbabili mega operazioni con il grande capitale le cui logiche spesso sfuggono dai confini nazionali. E l’azionariato popolare, specialmente quello che si identifica nelle banche popolari e nella banche di credito cooperativo, potrebbe essere lo strumento per ottenere una ricapitalizzazione che non passa attraverso le logiche borsistiche troppo spesso lasciate in mano alla speculazione dietro la quale non si riesce mai ad individuare chiaramente il burattinaio, soggetto – peraltro – presumibilmente molto (o troppo) vicino alle società di rating (essenzialmente tre e, guarda caso, tutte a stelle e strisce). Non tutti, peraltro, hanno dimenticato che secondo le società di ratingla Leheman Brothers riceveva dalle stesse una bella “doppia A” il giorno del fallimento lasciando danni (molti) nel mondo e pochi negli USA grazie ad allegre operazioni di finanza strutturata ampiamente consentite dai Regolatori e dai Mercati.

 

 

 

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One Comment

  1. Diego Tagliabue says:

    Lehmann Brothers aveva la TRIPLA A il giorno prima dell’insolvenzs, così come gli USA hanno AAA o AA+, pur avendo una montagna di debiti enorme, che potrebbero tornare i dinosauri ed estinguersi di nuovo, prima che venga azzerata.
    Discorso analogo vale per un Paese con il 13% du deficit annui sul PIL. La Grecia? No, la Gran Bretagna, che è di fatzo priva di un’economia reale produttivae vive delle speculazioni di borsa.

    Le agenzie di rating sono comprate e attaccherebbero qualsiasi monets, che potrebbe mettere in gioco il monopolio del Dollaro, inflazionato dopo anni di speculazioni e guerre, giustificate con balle incredibili.

    Perché vogliono attaccare anche l’Iran: per il pericolo delka bomba atomica iraniana? No, perché Iran, Venezuela e Russia stanno accatezzando dal 2005 l’idea di istituire una borsa petroloferain Euro, anziché in Dollari.

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