Requiem per i dialetti, funerale già visto…

popolazionemondialeRASSEGNA STAMPA

di  MARCO TAMBURELLI

Di questi tempi si sente spesso parlare di come i dialetti italiani stiano attraversando un periodo di revival. Molte regioni mettono a disposizione fondi al fine di promuovere manifestazioni dialettali come spettacoli teatrali, serate di musica, concorsi di poesia, ma anche seminari dove ci si può informare sulla tradizione e la storia del vernacolo sia parlato che scritto. Alcune delle regioni italiane hanno introdotto legislazioni con l’intento di proteggere il loro vernacolo (es. la legge regionale 45/1994 in Emilia Romagna, o la 6/1990 in Campania). E anche l’internet sta facendo la sua parte, con siti come www.dialettando.com il quale contiene moltissime informazioni sulle parlate regionali d’Italia.

Non male, direte voi. E invece no. Per i dialetti d’Italia la situazione non pare molto positiva, anzi, ha tutta la faccia di un requiem; di una cronaca di una morte annunciata. Perché? Perché tutte le iniziative di cui ho parlato, anche se indubbiamente fatte con passione e amore per i dialetti e spesso con indubbia professionalità, mirano a parlare del dialetto, a discutere la storia del dialetto, a creare arte con il dialetto. Tutte cose rispettabili intendiamoci, ma che mettono il dialetto in una posizione di pezzo da museo, una cosa che si può si guardare e magari anche ammirare, ma che è destinata a rimanere lí, nei teatri, nelle poesie di chi lo parla, nelle aule di chi ne studia la storia.
Ma una lingua – perché questo poi è ognuna di queste parlate che, per una serie di incidenti della storia, vengono ancora chiamate dialetti – sopravvive solo quando viene tramandata, solo quando si appoggia sulle labbra dei giovani, e continua il suo cammino passando da una generazione all’altra. E questo, purtroppo, non accade attraverso la poesia e il teatro, ma attraverso il parlare, quel parlare che viene dalla gente e che avviene tra la gente. Prendiamo un esempio.
Nei secoli passati, sia l’Irlanda che il Galles furono a lungo vittime di una grave discriminazione linguistica da parte della corona inglese. Questo portò ad un incremento nell’uso della lingua inglese a discapito delle lingue locali (ovvero l’irlandese e il gallese) le quali venivano sempre meno parlate e sembravano quindi destinate ad estinguersi. A partire dalla seconda metà del 20esimo secolo, in entrambe questi Paesi sono state introdotte diverse legislazioni con l’intenzione di proteggere e promuovere l’uso delle lingue locali.

In entrambi i Paesi la lingua locale è stata sottoposta a un procedimento di “conservazione” attraverso l’introduzione di iniziative come la segnaletica stradale bilingue, la pubblicazione di quotidiani in lingua locale, l’apertura di canali televisivi anch’essi in lingua locale, e l’insegnamento nelle scuole. Ma ciò che differenzia le due campagne, e che le rende distinte, è che mentre in Irlanda la lingua locale fa parte del curriculum scolastico come seconda lingua (come potrebbe essere in Italia l’insegnamento del francese o dell’inglese), il Galles ebbe una visione più radicale: decise di rendere le scuole bilingue, ovvero creare un ambiente dove i bambini possano accedere sia all’inglese (sino ad allora unica lingua ufficiale) sia al gallese in egual misura e attraverso l’impiego di insegnanti bilingue. Hanno quindi creato un sistema dove il gallese è la lingua di contatto, la lingua parlata durante il 50% delle lezioni. In altre parole, hanno creato un sistema scolastico dove il gallese non lo si insegna, lo si trasmette.
I risultati parlano da sé. In Irlanda, sebbene la campagna linguistica ha fatto sí che l’irlandese venisse trattato come una lingua degna di rispetto, il numero di parlanti è continuato a crollare. Si è passato dai 260,000 in un censimento del 1983 a 95,000 nel 2004. In Galles invece non solo il gallese è amato e rispettato, ma è soprattutto parlato, ed è parlato dai giovani e dai bambini tanto quanto lo è dai meno giovani. Si è passati da 575,000 parlanti nel 1971 ai 611, 000 del 2004. Un’idea semplice quanto geniale quella dei gallesi, anche se non così innovativa; dopo tutto l’egemonia del Fiorentino in Italia è stata creata attraverso il sistema scolastico e l’impiego di insegnati di madre lingua fiorentina in gran parte della penisola. I nostri bisnonni dovevano combattere l’analfabetismo e le barriere linguistiche che esistevano tra i diversi popoli d’Italia, e lo hanno fatto come meglio potevano. Ma quelli erano i problemi dei nostri avi; i nostri problemi sono ben diversi dai loro, anche in campo linguistico. Adesso l’italiano – più o meno standard – lo parlano quasi tutti, e i pochissimi che non lo parlano possono accederlo senza problemi, perché l’italiano è dappertutto: a scuola, al lavoro, e sopratutto nei mass media. Il problema linguistico della nostra generazione – ovvero la nostra “questione della lingua” – è un’altro. Noi siamo davanti alla potenziale perdita di un patrimonio linguistico, e di conseguenza culturale, che non solo è di valore inestimabile ma che ci viene invidiato da molte nazioni europee e che appassiona i linguisti di tutto il mondo, come ha ancora dimostrato una recente conferenza tenutasi nell’Aprile del 2006 all’università di Cambridge dove hanno partecipato studiosi di fama internazionale.
Il problema linguistico della nostra generazione è quello di tenere vivo questo bagaglio culturale; e badate bene non di “conservarlo”, perché la conservazione la si fa a qualcosa che appartiene al passato, ed è quindi roba da museo. No, i dialetti non vanno conservati, vanno ravvivati. Ma come? Beh, la risposta ce la fornisce la storia.
I dialetti d’Italia devono certo essere ricordati e discussi, se non altro perché tutte le volte che sento una poesia in dialetto mi scende una lacrima dal viso, ma se vogliamo salvarli, se vogliamo che non si estinguano, la strada da prendere è chiara. La salvezza sta nel parlarli ai nostri figli, nel tramandarli, e nel farli vivere su nuove labbra, labbra giovani che li possano rinvigorire, come è avvenuto al gallese, e perché no, anche al fiorentino. Certo le iniziative culturali sono importanti perché aiutano a togliere un po’ di stigma sociale alle parlate locali, che per molti anni sono state considerate inferiori, e non degne del volgare illustre (frutto di una propaganda fascista dalla quale non sembriamo proprio capaci di liberarci), ma per tenerli vivi o, come è accaduto in Galles, farli addirittura crescere, è essenziale che le regioni – ma soprattutto lo Stato italiano – li riconoscano per quello che molti di loro sono: ovvero lingue con una sintassi e una fonologia ben distinta da quella dell’italiano, e con una storia e una letteratura alle loro spalle. Per alcuni di loro questo è già accaduto, basti citare il Sardo e il Friulano (quest’ultimo riconosciuto di recente con una legge del Dicembre 1999), ma molte altre parlate d’Italia che sono innegabilmente lingue, come ha anche confermato l’Organizzazione internazionale per le standardizzazioni (di cui l’Italia fa paradossalmente parte), rimangono ancora ammanettate all’etichetta di dialetto, vedi l’Emiliano Romagnolo, il Ligure, il Lombardo, il Napoletano, il Piemontese, il Siciliano, e magari anche altre, perché se ci stiamo a guardare bene la lista è probabile che si allunghi piuttosto che accorciarsi. Certo all’interno di queste lingue ci sono diverse varianti, ma è sempre cosi con le lingue; il francese di Parigi e quello di Nizza non sono identici, come non lo sono l’Inglese di Londra con quello di Manchester. Ma questa è la natura delle lingue. Negargli un riconoscimento ufficiale è invece la natura di una politica miope, che non solo non sa vedere le proprie ricchezze culturali ma che cosí facendo ne asseconda addirittura la morte.
Il riconoscimento delle lingue locali è un passo importante perché apre le porte al loro uso negli asili (come sta avvenendo in Friuli) e nelle scuole, dandogli modo di diventare mezzo di comunicazione di oggi ma sopratutto di domani. È un passo importante perché aiuterebbe le parlate regionali a disfarsi del pesante e spietato epiteto “dialetto”, nel quale sono state avvolte per decenni e il quale le ha rese sempre più deboli e malate. Solo questo potrà portare loro un po’ di luce, e regalargli il rinascimento che si meritano. Solo questo potrà mostrargli la strada per raggiungere le bocche dei bambini, e una lingua vive solo quando è sulla bocca dei bambini.

m.tamburelli@ucl.ac.uk – Dipartimento di Fonologia e Linguistica University College London

(da Dialettendo.com) (www.phon.ucl.ac.uk/home/marco)

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2 Commenti

  1. Walter Zanier says:

    Si in Friuli c’è una legge che acconsente l’insegnamento del friulano nelle scuole, ma è solo fumo negli occhi in quanto i vari provveditori, arrivati da fuori, fanno il possibile e l’impossibile a che ciò non avvenga.

  2. Giancarlo Rodegher says:

    Caro Marco, mi fa piacere che tu non abbia citato il Veneto perché ti posso assicurare che qui da noi nel Veneto si parla ancora la lingua Veneta ed è talmente ricca e varia che tra una città e l’altra nel Veneto per dire la stessa cosa arriviamo a dirla anche con 15 parole Venete.
    L’Unesco ha riconosciuto la nostra lingua meritevole di protezione e di studio ma l’italia non l’ha riconosciuta come lingua da proteggere e studiare.
    Dunque è corretto l’articolo di Marco Tamburelli ma rendiamoci conto che se anche oggi i politici continuano a voler ignorare le ricchezze culturali della penisola è perché hanno paura di lasciare la briglia della censura e della verità storica. Il perché è semplice: DIVIDI ET IMPERA !!!
    Qui nel mio Veneto non esiste il rischio di dimenticare la nostra lingua. E’ vero i giovani parlano prevalentemente in italiano ma in casa o tra amici le parole Venete esistono ancora.
    Come nonno mi sono ripromesso di tramandare la mia lingua madre ai miei nipoti e quando sarò morto lascerò una biblioteca piena di libri che parlano di chi siamo e da dove veniamo !!!!
    Sono arci sicuro che i miei nipoti sapranno far tesoro di tutto ciò che lascerò loro.
    WSM

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