Repubblica italiana di Cina: dopo Pirelli, Monte Paschi, Snam, Terna e…

di REDAZIONESoldati_Cina_coreografia-580x385

Sfiancata da anni di declino economico, l’Italia e’ divenuta territorio di caccia delle grandi compagnie cinesi, che complice la svalutazione dell’euro stanno effettuando acquisizioni illustri di pezzi d’eccellenza italiana a prezzi talvolta ingenerosi. “I cinesi hanno il capitale. L’Italia ha i marchi, i prodotti e il know-how, ma non ha soldi” sintetizzano fonti vicine al recente accordo di acquisizione del produttore di pneumatici Pirelli citate dal “New York Times”. L’acquisizione di Pirelli da parte della compagnia statale cinese Chian National Chemical Corp (ChemChina), un affare da 7,1 miliardi di euro, rappresenta uno dei maggiori affari cinesi in territorio europeo. La lista della spesa cinese in Italia, pero’, e’ assai lunga, e passa per aziende del settore energetico come Terna e Snam, il costruttore di turbine Ansaldo e quello di yacht di lusso Ferretti, oltre a una lunga lista di quote di minoranza da parte della banca centrale cinese in una serie di blue-chip italiane. L’affare Pirelli, pero’, dimostra che “la Cina non vuole piu’ investire dietro le quinte. Vogliono un ruolo guida, alla luce del sole”, afferma Alberto Forchielli, managing director di Mandarin Capital Partners. Gli obiettivi non mancano: uno studio pubblicato da Kpmg prima dell’accordo per l’acquisto del produttore di pneumatici milanese fissa a 10 miliardi di euro il valore complessivo delle acquisizioni cinesi in Italia negli ultimi cinque anni; oltre la meta’ e’ stata effettuata nel solo 2014. Tra gli obiettivi di potenziali acquisizioni da parte del colosso asiatico figurano World Duty Free, di proprieta’ della famiglia Benetton, e la banca in dissesto Monte dei Paschi di Siena. Lo scorso anno investitori cinesi anonimi hanno fatto la corte anche al gruppo di servizi petroliferi Saipem. Il governo del premier Matteo Renzi non ha alcuna intenzione di ostacolare il processo: i cinesi, con la loro vasta disponibilita’ di capitali, sembrano soprassedere alla stagnazione economica e al bizantinismo giuridico e normativo che per anni ha ostacolato gli investimenti stranieri nel Belpaese, sostengono i banchieri interpellati dal “New York Times”.

Nell’immediato, il processo e’ incoraggiante anche per l’Italia, e le aziende che passano sotto il controllo cinese ottengono vantaggi rilevanti, primo tra tutti una maggiore apertura al vasto mercato della prima potenza asiatica. I cinesi, poi, sembrano ancora disposti ad “adattare le acquisizioni alla sensibilita’ italiana”: nel caso di Pirelli, ad esempio, il trasferimento della sede aziendale fuori dal territorio italiano richiederebbe il voto favorevole del 90 per cento degli azionisti con diritto di voto. La presenza futura di queste aziende in Italia, pero’, resta comunque in dubbio, specie a causa delle gia’ citate storture di natura economica, giuridica e normativa che da anni trascinano a fondo la terza economia dell’eurozona.

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