Renzi e gli eterni democristiani. E se sono toscani gli riesce meglio

di ROMANO BRACALINI

Letta è stato licenziato con un “grazie” che nel catalogo democristiano riassume tutta l’ironia del fiorentino che con poche mosse ha decretato l’eutanasia politica del suo rivale. C’eravamo dimenticati, dopo la scomparsa della “balena bianca”, le lotte a coltello che si consumavano tra gli “amici” di partito.

Fanfani, al tempo dello scandalo Montesi, pugnalò Attilio Piccioni col suo miglior sorriso. Se sei toscano fare il democristiano ti riesce meglio. I fiorentini poi hanno fama di spiriti duri e di crudeltà. Dante non a caso gli schiaffò tutti all’Inferno e loro si vendicarono mandandolo in esilio. I più feroci sicari della banda Koch erano toscani. Letta è nato a Pisa, ma solo per caso, essendo d’origine abruzzese come lo zio Gianni e non potrebbe mai competere a gesti e parole con l’abilità oratoria e sarcastica di un fiorentino.

Matteo Renzi è toscano della tradizione più pura: ha dalla sua la vigorosità della lingua, piena di verve e di parole nuove, che d’un tratto ha fatto apparire stantio e obsoleto il vecchio mondo della politica; gli è bastato poco per dare la scalata al potere a un’età in cui la gerontocrazia italiana solitamente non concede chance ai giovani scalpitanti come Renzi. Ma Renzi è riuscito anche in un altro intento, non meno miracoloso del potere ghermito prima dei quaranta: quello di dare il benservito alla vecchia dirigenza comunista del partito, e a far riemergere i vecchi marpioni democristiani che, con sentimenti opposti, hanno finito per trarre vantaggio e visibilità dall’attivismo spregiudicato del sindaco fiorentino: Bindi, Prodi (che è già dato in rimonta), lo stesso Letta, innalzato e poi abbattuto; il tutto grazie a Renzi che ha saputo rappattumare un partito sclerotico a guida essenzialmente di sinistra in qualcosa che assomiglia sempre più alla vecchia DC.

Renzi ricorda il medesimo cinismo cattolico di un Fanfani che, morto De Gasperi, divenne padrone del partito facendo fuori tutti i rivali uno ad uno; e con lui la DC occupò lo Stato dalla RAI alle Ferrovie. Renzi potrebbe covare le medesime ambizioni, ma ha sbagliato a non scegliere la via elettorale nella fretta di giungere al potere. Qui si avverte una debolezza e un pericolo: la fretta, che gli ha fatto scegliere la via più breve, potrebbe essergli fatale se fallirà il suo scopo: in questo caso, da chi lo tiene d’occhio, gli verrebbe rinfacciato di aver agito esattamente come tutti gli altri, da Monti a Letta, che sono stati nominati, ma non eletti dal popolo, per volontà del presidente Napolitano che ha agito del disprezzo della Costituzione che dovrebbe avere nel Quirinale il suo garante e custode.

Renzi ha solo un merito più di loro, quello di aver reso più silenzioso e guardingo il Colle, che lo ha lasciato fare dentro il partito nell’intento dichiarato di mettere fine al governo Letta senza che Napolitano potesse metterci bocca. Sull’onestà di Renzi non avrei dubbi:fa parte anche quella della tradizione toscana. Il fiorentino Bettino Ricasoli, il marchese di ferro, successore di Cavour, aveva rinunciato allo stipendio di presidente del consiglio e a tutti gli altri privilegi connessi alla carica; mentre Francesco Crispi, venuto dopo di lui, truffava lo stato facendo viaggiare gratis in treno non solo i suoi cari ma anche i compari e i domestici.

C’è in tutta la storia d’Italia una tradizione di corruzione e di truffa; e non è difficile rintracciare la mappa dei grandi truffatori. Ma i toscani, solitamente,ne sono immuni.Ora Renzi ha davanti a sè un compito spaventoso per chi conosca la tradizione all’immobilismo dell’Italia:fare dopo aver tanto detto.Questo varrebbe anche per chi non avesse la sua “ambizione smisurata”.

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