In questo paese appestato, le Regioni sono da spianare!

di ITALO APOTI

Oggi che le fogne regionali spurgano all’aperto ed appestano la nazione, è doveroso ricordare alle verginelle esterrefatte (politici, istituzioni, cittadini) i colpevoli di averle volute, e perché.  Per farlo, farò uso di un estratto del libro di Pietro Di Muccio de Quattro, intitolato Il Bel Paese con brutti mali*). 

“Non era mai stata formulata con tanto realismo, quasi tucidideo, la vera ragione storica della creazione delle Regioni. Adesso sappiamo a chi e perché siamo debitori dell’ente che ha avviato la dissoluzione dello Stato italiano e il dissesto finanziario, e frenato lo sviluppo. “Il cammino verso l’alleanza tra Dc e Pci fu lento ma inarrestabile. Fu d’aiuto la convinzione che non si poteva tenere la sinistra parlamentare, un movimento così potente, fuori dalle sfere del potere. Per questa stessa ragione, in effetti, Mariano Rumor aveva avuto, anni prima, l’idea di sbloccare l’istituzione delle Regioni, le quali furono dunque varate per motivi eminentemente di equilibrio politico, non perché le si ritenesse necessarie per una migliore organizzazione dello Stato. Insomma, bisognava dare un po’ di potere ai comunisti lì ove erano più forti: in Toscana, in Emilia Romagna, in Umbria” (Francesco Cossiga, La versione di K, Milano, 2009, pag. 109). Siamo pertanto autorizzati a considerare le Regioni alla stregua di un osso lanciato dai democristiani ai comunisti per placarne la fame di potere. Quanto era decadutala Dc dai tempi di De Gasperi e Scelba!

Sulla creazione delle Regioni fu combattuta un’autentica battaglia politico-parlamentare. Gli sconfitti (liberali, missini, monarchici) opposero persino un durissimo ostruzionismo. Ma invano. I vincitori (democristiani, repubblicani, socialdemocratici, socialisti, comunisti) erano troppo forti per non prevalere. Oggi Cossiga ci svela che, nonostante il terribile scontro, fu tutta una farsa recitata con i toni della tragedia. L’ennesima pagliacciata all’italiana. Gli stentorei attori della maggioranza regionalista adducevano in sostanza quattro motivi. Esiziali, a loro dire. Bisognava attuare la Costituzione(22 anni dopo!), decentrare lo Stato, risparmiare sulla spesa pubblica e, per soprammercato, ridurre la burocrazia: impiegati e apparati. Vastissimo programma, come abbiamo potuto vedere. E’ accaduto l’esatto contrario. A questi quattro pilastri motivazionali, si aggiungevano poi le giaculatorie di contorno, del tipo: avvicinare lo Stato ai cittadini, aumentare la partecipazione popolare, responsabilizzare l’amministrazione, accrescere la democrazia dal basso (come se esistesse pure la democrazia dall’alto). Questa bella frittata è stata rivoltata quarant’anni dopo. Ora la chiamano federalismo. Dal regionalismo al federalismo, usando gli stessi argomenti, più uno stantio presentato come novità, ma altrettanto improbabile: la diminuzione delle tasse. Con l’aggravante però che stavolta nessuno si è opposto davvero. Meravigliarsene, è impossibile. Gl’Italiani ignorano soprattutto la loro stessa storia. Quasi mai s’accorgono di ripeterla. Eppure, davanti al totem federalista, qualche dubbio avrebbe dovuto affiorare nella loro testa, se il ministro dell’economia ha dichiarato in Parlamento, cioè al cospetto della nazione, di non avere la minima contezza di quanto potrà costare ai contribuenti il nuovo trastullo della politica!”

*Edizioni Acherdo, 2012, pag.42

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20 Comments

  1. Sanvito Pier says:

    Vedo su la 7 dalla Gruber il presidente della regione Toscana, un galantuomo, di politici così ce ne fossero!!!!! Accanto a lui … Formigoni. Stop

  2. sciadurel says:

    quindi, allora: le comunità montane eliminate, le provincie sono da abolire, le regioni sono il cancro di fallitaglia, i comuni entità troppo piccole per poter gestire i servizi … facciamo un bel comune di roma grande come tutta la repubblica delle banane così verremo tutti assunti da alemanno e via ….

    invece l’errore l’han fatto i garibaldini 150 anni fa…

  3. Leghistanco says:

    A proposito di Svizzera e di Canton Ticino, abbiate la pazienza di leggere l’articolo de “La Provincia” di Como.

    26 settembre 2012
    «Un muro da 50 milioni di franchi per risolvere i tre problemi del Canton Ticino: frontalieri, immigrati irregolari e criminalità in arrivo dall’Italia». E’ l’ennesima provocazione targata Giuliano Bignasca lanciata dal leader della Lega dei Ticinesi dalla colonne de “Il Mattino”: delimitare con un muro invalicabile il confine tra Ticino e Italia, e in particolare con Varesotto e Comasco.

    Il piano di Bignasca punta a mettere un freno, nelle intenzioni di chi ha formulato l’incredibile proposta, non solo all’arrivo di clandestini, ma anche all’incremento dei frontalieri e alle incursioni dei criminali ai danni delle attività delle fascia di confine. «Visto che il numero dei frontalieri continua ad esplodere, con 55mila unità ufficiali, senza il “nero”, e lo stesso discorso vale per i padroncini, come pure per la criminalità d’importazione e i finti asilanti, è ora di venirne ad una. È chiaro – scrive Bignasca – che la prima misura da prendere è, come da tempo predicano la Lega e il Mattino, blindare le frontiere, ormai ridotte a dei colabrodo! E per blindare le frontiere, il modo più efficace ed anche economico è quello di costruire un bel muro».

    Parole accompagnate da un piano d’azione e persino dal conto economico del progetto. «Serve un muro che ci separi dalla Fallitalia e da tutta la criminalità d’importazione che entra in Ticino. Ebbene, – chiarisce Bignasca – costruire un muro, della lunghezza di 25 chilometri, alto quattro metri e dello spessore di 50 centimetri, costa circa 50 milioni di franchi, espropri compresi. Si tratterebbe, ovviamente, di un investimento “una tantum”, fatto salvo per le spese di manutenzione». «Il muro – aggiunge il leader della Lega dei Ticinesi – con poche entrate ben sorvegliate 24 ore su 24, permetterebbe inoltre di risparmiare sui controlli in dogana, utilizzando le risorse così liberate per potenziare la sicurezza all’interno della Svizzera».

    Una sparata, quella di Bignasca, che ha sollevato subito le reazione dei sindaci varesini di confine. «Non posso che farmi una risata. Perché probabilmente questa del muro è una sparata talmente grossa che sono sicuro non convince nemmeno lo stesso Bignasca» ha commentato il sindaco di Lavena Ponte Tresa, Pietro Roncoroni. Gli fa eco il sindaco di Saltrio Giuseppe Franzi: «Non ho veramente più parole nei confronti delle uscite di Bignasca. Posso solo rispondere che nessuno fa beneficenza ai frontalieri. Vengono assunti da imprese o aziende svizzere. E non sarà certo un muro a fermare questa necessità del mercato del lavoro ticinese. Per il resto credo la si possa solo buttare sul ridere». Una posizione condivisa nella sostanza anche da il sindaco di Luino, Andrea Pellicini: “Un’uscita del genere – sottolinea – merita davvero un grande palcoscenico. Come quello che siamo disposti ad offrirgli al Festival della Comicità di Luino. Lo abbiamo già invitato una volta e se Giuliano Bignasca decidesse di partecipare saremmo ben lieti di averlo come nostro ospite d’onore.”

    • Pierluigi says:

      C’è chi pensa alla sicurezza dei propri coincittadini, anche economica, e chi preferisce fare come sta facento in italia, dove si fa entrare di tutto e di più. Peggio sono le persone che entrano qui e più contenti sono i loro collaboratori della sinistra italiana.

  4. Gian says:

    è il pensiero di bersani che oggi propone di rivedere il titolo V e il federalismo (ma davvero l’italia è uno stato federale? Vacca miseria non me ne ero accorto!), così come ieri sera a ballarò una tributarista di cui non ricordo il nome sosteneva che il federalismo è un’utopia… povera svizzera, è tutta un utopia, una beata utopia…
    Non c’è verso che a Roma capiscano minimamente la situazione, oppure hanno una tal faccia di tola da approfittare di qualsiasi situazione, così prima fanno le feste in costume con i gladiatori, spendono e spandono e poi a farne le spese pretendono che siano anche le nostre regioni. Assurdo!

  5. A.Z. Bg says:

    1°Lo spreco è sempre e solo da Po in giù, la Lombardia versa ogni anno a roma 50-70 miliardi di € in più di quanto riceve, il Veneto e l’Emilia 20 miliardi di €, il Piemonte 12miliardi di €. Tutte le altre ricavono più di quanto danno. 2°Le regioni a statuto speciale come la Sicilia non danno nulla al resto d’italia, ma ricevono dalle 4 regioni citate prima.Nonostante ciò fallisce.
    3°Basta fare di ogni erba un fascio(capisco che per chi fa ragionamenti del genere sia difficile non pensare al fascio).Le 4 regioni citate hanno il bilancio sanitari in pareggi o in attivo (Lombardia),perchè nonostante roma e la magistratura sanno amministrare,per non parlare dei loro dipendenti rispetto ai siciliani,campani,laziali,ecc,
    4°Gli stati che funzionano meglio sono tutti federali e dove c’è civiltà, non in’italia,si consentono referendum per l’indipendenza dei popoli.
    5°Catalogna e Baviera protestano, con manifestazioni per l’indipendenza la prima e cause contro Berlino la seconda,perchè 13 mld di € e 3 mld di € non sono tornati a casa dopo essere stati versati alle rispettive capitali. Lombardia,Veneto,E.Romagna e Piemonte versano in totale più di 100 miliardi di € in più di quanto ricevono sul territorio e dovrebbero essere contente.
    Regioni SI e indipendenti dall’italia.

    • Salvo says:

      Inutile ribadire che la Sicilia si tiene il 100% solo sulla carta.

      1)Imposte di produzione di aziende che hanno sedi fuori dalla Sicilia= 0 euro! (per Statuto dovrebbero pagarle in Sicilia)

      2)Accise petrolifere=0 euro!

      3)Iva:quella pagata in Sicilia dovrebbe rimanere in Sicilia, ma vale lo stesso principio del punto 1.Se viene riscosse da aziende italiane, qui non resta niente.

      4)Imposte sulle persone fisiche: lo Stato prima incassa e poi ridà. Anche in questo caso, la % sarebbe del 100%, ma a quanto pare L’Italia specula su tali somme oppure li dà con il proprio comodo.

      Su tutto ciò sono in ballo una decina di miliardi di euro all’anno.

      Purtroppo non te ne faccio una colpa perchè tutto questo, per ovvi motivi, viene nascosto a tutti, persino ai Siciliani.

      • A.Z. Bg says:

        Una decina di miliardi l’anno contro i 50-70 che non vengono restituiti alla Lombardia,20 al Veneto, 20 all’Emilia romagna e 12 al Piemonte? Sono poca cosa rispetto a queste cifre, comunque.

  6. Lucky says:

    vedo che il fascismo in itaglia è sempre vivo e vegeto

  7. luigi bandiera says:

    Fare da apripista e’ dura in questo stato itagliano troppo trikoglionista grazie alla KST.

    Lo scrivevo e lo ripetevo: via le regioni itagliane perche’ poi sono nate con l’itaglia.
    Io mi sento veneto perche’ penso e parlo in veneto e non perche’ sono rinchiuso nella regione itagliana veneto. Infatti, basta che un siculo risieda in veneto per essere considerato veneto. Sicuramente itagliano. Sono solo amministrative le regioni, tale quale l’itaglia.

    Kax, il risparmio sarebbe notevole.

    Ma noto che, come lo scrissi, l’intellighenzia itagliana e’ MALATA; beh, Ida Magli con altre parole replica sullo stesso argomento (su italia oggi) asffermando lo stesso principio. Mi consolo solo.

    Non si inventa mai nulla… e’ tutto semplice basta solo leggere i fatti per capirla.

    Saluti

  8. Portiamo all’eccesso il ragionamento sulle Regioni, allora sono da spianare anche centinaia di comuni in dissesto finanziario.
    Purtroppo le così dette “autonomie” non sono tali perché dipendono attualmente dalla mammella statale di Roma.
    Autonomia fiscale è la parola magica, solo risorse raccolte localmente e spese LOCALMENTE, non date a Roma, risolveranno l’equivoco.
    Ovvio che l’indipendenza dei popoli sottintende l’autonomia fiscale.

  9. Cantone Nordovest says:

    Bisogna ridurle da 20 a 8 , secondo me :

    1) Nordovest (Piemonte Liguria e la Valee d’Aoste)

    2) Lombardia-Emilia

    3) Triveneto

    4) Etruria o Tuscia (Toscana Umbria)

    5) Centro (ex Stati della Chiesa : Lazio , Abruzzo , Marche , Molise)

    6) il Sud continentale

    (7) + (8) Sicilia e Sardegna rimangono come sono : sono due grosse Isole , piene di specificità non omologabili al resto della Penisola

    • caterina says:

      questo è il primo passo che può esser fatto da Roma, poi chi vuole può può andarsene per conto suo.
      Ma anche può nascere una Confederazione e saremo dieci volte la Svizzera…
      Mi domando che cos’è che impedisce ai protagonisti della politica di ragionare sul da farsi, soprattutto oggi che le ideologie contrapposte hanno perso la loro forza di propulsione!

    • Trasea Peto says:

      In un ottica di conservazione degli attuali confini dello Stato italiano si potrebbe dividerlo in 6 “cantoni”(utilizzo gli attuali nomi delle regioni):

      1) nord ovest(val d’aosta, piemonte, liguria, lombardia occidentale e emilia)
      2) nord est(lombardia orientale, trentino AA, veneto, friuli VG)
      3) centro(toscana, umbria, romagna, marche, lazio senza frosinone)
      4) sud(frosinone, abruzzo, molise, campania, basilicata, puglia, calabria)
      5) sicilia
      6) sardegna

      Le Province invece dovevano restare com’erano e questa divisione in “cantoni tecnici” dovevano farla prima con un vero federalismo “alla svizzera” e con riconoscimento dei vari popoli al suo interno. I Prefetti non dovevano esistere e la Roma amministrativa e politica non doveva essere anche il centro decisionale ed etico dello Stato.

      Solamente in questo modo lo Stato italiano poteva essere un idea discutibile, ma l’imposizione dell’italianità ha rovinato tutto quindi non è più discutibile niente di niente.
      Lo Stato italiano è stato imposto, ma è il voler “fare gli italiani” che non è sopportabile.

      Morirò veneto, non so in che Stato, magari anche in quello italiano, ma da veneto.

  10. lombardi-cerri says:

    E’ giustissimo abolire le Regioni e concentrare tutto a Roma dove sono disponibili personaggi preparatissimi e onestissimi, come dimostra il Lazio, al dilà di ogni ragionevole dubbio.

  11. Mercanzin Marco says:

    L’istituto delle regioni e’ giusto e il principio che le anima, al netto dei giochetti politici, e’ corretto.
    Insomma, se gli italioti le hanno snaturate, non vuol dire che siano sbagliate.
    Lo stesso vale per lo stato.
    Sono strumenti e come tali ne buoni ne cattivi, dipende solo dall’uso che se ne fa, e sopratutto, di quanto i cittadini siano o meno narcotizzati e quindi in grado di controllare.

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