Referendum Veneto: la borsa e la vita. Ma servono politici con le palle

di REDAZIONEcuoreveneto2

Identità e libertà economica sono inscindibili. La dignità della persona è rispettata quando la giustizia sociale è effettiva. Lo spiega e argomenta molto bene il sito dirittodivoto.org dal quale riproponiamo il pezzo che punta i fari sul referendum veneto. La questione però non è solo culturale e ideale. Servono politici con le palle in grado di usare la pistola fumante della loro forza rappresentativa popolare per trattare e rivendicare.

di NICOLA BUSIN 

Adesso non è d’uso ma non molto tempo fa, nelle tenebrose vie cittadine, poteva accadere di vedersi comparire innanzi qualche energumeno che mostrando una affilata lama esprimeva il tragico quesito: “o la borsa o la vita”. Normalmente era “comodo” lasciare la borsa e tenersi la vita ma non sempre accadeva.

Ora con l’opportunità nata con la legge regionale che ha approvato il referendum consultivo per l’indipendenza del Veneto la borsa e la vita non sono più alternative ma un tutt’uno. Ci è data la possibilità di esprimere il nostro desiderio o meno di autogoverno, di ricreare una nuova Repubblica Veneta ma tutto è legato alla nostra capacità di pagare i costi per attuare questa consultazione. La Regione ha previsto una cifra consistente, 14 milioni di euro, qualcuno potrà dire troppi, in realtà è una cifra che si può raccogliere facilmente con un minimo di buona volontà (sono circa 2,80 euro per ogni Veneto). E’ prevista un importo minimo del bonifico, 20 euro, che non necessariamente devono essere versati da una sola persona: più persone possono affidare ad un amico di fiducia piccole cifre per raggiungere il minimo previsto, basta mettersi d’accordo. Adesso quello che serve è innanzitutto la capacità di creare una rete di informazione e il web con i vari social network è un luogo ideale. Però nei vari blog prima dediti a utili e simpatiche conversazioni adesso spuntano come funghi copiosi “troll” quelle figure, non si sa se corrispondenti a persone reali, che seminano zizzania con il risultato di confondere le persone normali non abituate ai continui dibattiti. Appare sempre più evidente la necessità di scegliere la platea, cogliendo i segnali dei disturbatori professionali, forse anche pagati da qualche apparato di partito se non addirittura da settori dello stato centralista. L’apparato burocratico statale vive sicuramente questo referendum come un grave fatto destabilizzante di tutta la propria organizzazione perché mette a repentaglio il potere e più in generale le rendite di posizione e i diritti acquisiti in modo spesso poco trasparente. Questo referendum rischia di scardinare alla base tutte le rendite parassitarie che si sono annidate come un cancro dentro lo stato. Il risultato è che se nulla cambia tutto è garantito a spese di chi è costretto a vivere sempre più in difficoltà nella società reale, esposto alle leggi della concorrenza, esposto alle continue tiranniche e assurde tasse che hanno il solo scopo ormai di mantenere queste rendite parassitarie. L’Italia è fallita prima di tutto perché nonostante 150 anni di imposizioni culturali e vessazioni centralistiche i vari popoli italici non hanno mai formato uno stato-nazione.

 

Verosimilmente Massimo d’Azeglio, uno degli uomini politici piemontesi protagonisti del processo di unificazione dell’Italia, non aveva previsto che la famosa frase “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani” con cui commentava la nascita del Regno d’Italia sarebbe diventata così famosa e sempre attuale. Da allora è stato un continuo susseguirsi di violenze per lo più educative, ma non solo, nell’intento di creare una nuova cultura, una nuova nazione italiana su quali basi e con quali risultati è ormai evidente a tutti il totale fallimento.

Massimo D’Azelio scrisse all’epoca nel suo Epistolario: “In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Questo può far capire cosa pensassero i “patrioti” piemontesi degli altri Italiani.

Però con una guerra espansionistica il pur piccolo Regno di Sardegna diventò il Regno d’Italia mentre al Sud la gente ancora piangeva per le stragi ordite dal generale sabaudo Cialdini sull’inerme popolazione civile di Capua, di Pontelandolfo e Casalduni, per non parlare dei massacri attuati in Sicilia con l’approvazione e l’elogio del Primo Ministro di casa Savoia, Camillo Benso di Cavour.

 

Molto meglio il fratello di Massimo, il filosofo Gesuita Prospero Taparelli D’Azeglio. Formulò un principio chiaro e convincente in un suo saggio titolato Della nazionalità. Scrisse: Esistono le nazioni. Si tratta di popoli dalle caratteristiche culturali comuni e che abitano in un territorio omogeneo. Non esiste però nessuna necessità storica secondo la quale la nazione debba costituirsi in uno Stato. L’edificazione di uno Stato-nazione può essere auspicata, favorita, promossa purché sussistano alcune condizioni, quali il rispetto della giustizia, la volontà maggioritaria del popolo, il miglioramento delle condizioni di vita.

 

Per questo motivo, Taparelli d’Azeglio, dalle pagine della Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei Gesuiti, pronunciò la sua disapprovazione per lo sviluppo che ebbe il Risorgimento italiano. L’esercito dei Savoia invase i piccoli e i grandi Stati della penisola, alcuni, come il Regno delle due Sicilie, all’avanguardia all’epoca in campo economico e culturale.

Accadde in pratica come se in tempi recenti, per fare l’Europa unita, l’Olanda o la Spagna avesse invaso gli altri stati dichiarando: “ora siamo uniti”.

Fu una scarna minoranza di “patrioti” borghesi legati ai Savoia che riuscì a prevalere, con l’appoggio internazionale ricevuto dalla Francia e della Gran Bretagna, che per i propri interessi economico-politici aiutarono diplomaticamente e militarmente l’espansione del Regno di Sardegna. Per il filosofo Augusto Del Noce la tragedia della nazione Italia sta proprio nel fatto che tutta la filosofia risorgimentale, avendo conservato, nel migliore dei casi, il principio di trascendenza soltanto in maniera formale, come un guscio vuoto, è destinata inevitabilmente al nichilismo, come già aveva dimostrato il fascismo e avrebbe dimostrato il comunismo sovietico.

Stando al ragionamento del Taparelli d’Azeglio, la costituzione della “nazione italiana” in Stato fu un colpo di mano antidemocratico: i numeri parlano chiaro, il primo Parlamento dell’Italia fu eletto da 239.853 votanti. “I liberali di Cavour – osservava lo storico marxista Antonio Gramsci – concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia”. Questa gente “fa l’Italia” ma gli Italiani continuano a rimanere estranei a questo Stato-nazione”.

Lo stato-nazione che aveva il compito di migliorare le condizioni di vita ottenne proprio il risultato contrario. Un fiscalismo esoso fu imposto per tentare di pareggiare il bilancio disastroso: il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, aveva portato in “dote” il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”. La gente cercò di reagire: al Sud, alcuni tentarono la resistenza armata, furono chiamati “briganti” e sterminati da un esercito di 120.000 uomini che fece molte più vittime delle tre guerre d’Indipendenza. La maggior parte se ne andò: milioni e milioni di Italiani emigrarono, in particolare i veneti, se ne andarono più di un milione e mezzo. Nel nuovo Stato-nazione avevano fame ed erano ammalati. Sfogliando gli atti parlamentari alla data del 12 Marzo 1873, sulle condizioni sanitarie del paese: “la tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini(la pellagra compare in Veneto proprio nel 1866, anno di annessione al Regno sabaudo, n.d.r.); il vaiuolo rialza il capo; la difterite si allarga ogni giorno di più”.

Molti furono già nell’800 i filosofi, i pensatori, gli scrittori, i cattolici a non aver mai accettato un’Italia fatta non solo senza, ma anche contro gli Italiani. Chiedevano un altro Risorgimento che si realizzasse nel rispetto dei più basilari principi della giustizia sociale e del diritto internazionale, nel rispetto dei vari popoli italici. La loro lezione rimane attuale.

Ora il popolo Veneto, per primo nel fittizio stato-nazione italiano, ha la possibilità di esprimersi liberamente con un referendum per ripristinare la legalità, per confermare che il risorgimento è stato un fallimento come di conseguenza lo stato Italia. Resta ora da capire se, nonostante la delegittimazione di questo evento epocale da parte dell’apparato di stato e dei media che controlla, il popolo Veneto riuscirà ad alzare la testa, non solo per se stesso, anche per gli altri splendidi popoli italici.

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5 Comments

  1. Venetkens says:

    ottimo articolo. è scritto semplice che tutti possono comprendere, e assolutamente non permette di replicare con la banalità “sono morte delle persone per fare l’itaglia unita”. lo inoltro ad amici e parenti.

  2. Lord Ferrel says:

    Politici con le palle? Esistono? Se esitono, dove sono?

  3. caterina says:

    l’articolo che non capisco se è redazionale o di Nicola Busin, dice verità sacrosante che la storiografia ufficiale si è guardata bene dal diffondere e artatamente, perchè serva dello stato che la foraggiava, si è adoperata per distruggere le diversità che sono la vera ricchezza delle popolazioni che da millenni abitano questa nostra disgraziata o benedetta penisola…
    Certi “storici” si svegliano improvvisamente, a comando, per esempio solo ora parlano di un possibile referendum che si farebbe nel Veneto se i veneti sborseranno il 14 milioni del suo costo…
    dico a comando, perchè? perchè tutti sono stati con le bocche cucite quando i Veneti, guarda un po’, sono accorsi là dove volonterosi avevano messo a disposizione computer, rari i comuni ma qualcuno l’ha fatto nelle proprie biblioteche piccole ma fatte per la gente, e così duemilioniseicentomila, cioè il 64 per cento degli aventi diritto, hanno a marzo espresso la loro volontà, e il Veneto si trova da allora, data fatidica il 21 marzo, dichiarato indipendente… la Dichiarazione andatevela a leggere bene: ogni rigo una pagina di storia e un diritto affermato…
    Sembra ora sia prossima l’attivazione ora per l’attuazione dell’indipendenza…
    ecco, chi è stato zitto finora, vedendosi scavalcato, ha un moto di orgoglio, finalmente… riuscirà a farci votare nuovamente? e ancora a nostre spese, ma dieci volte quelle che è costato il referendum di marzo? se sì, voteremo ancora…ma non sarebbe meglio prendere atto di quanto già fatto e mettersi d’accordo attorno ad un tavolo per contribuire con determinazione concreta e verace a predisporre quanto necessario al nuovo stato-Repubblica Veneta per essere operativo ed affrontare apertamente tutte le questioni sul tappeto di fronte alle nazioni e di fronte allo stato romano-italiano?
    Nei prossimi giorni, supportati anche da una certificazione internazionale, questa sarà l’opportunità concreta!…no, c’è qualcuno che vuol ricominciare tutto d’accapo, perdendo tempo prezioso di fronte ad un dèfault totale che incombe, col rischio per i Veneti di non arrivare a nulla… e tutto perchè qualcuno segretamente pensa di guadagnare qualche poltrona alle prossime regionali?
    Pensateci… rinviare ad un domani incerto a chi giova?

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