Referendum, roba seria dappertutto tranne che in Italia

referendum veneto

di ENZO TRENTIN – Il dovere di cronaca c’impone di segnalare non già i referendum elusi o disattesi dalla partitocrazia imperante, anche se ne accenneremo più avanti, bensì quelli che qualunque sia l’esito non cambieranno le cose. Ed il primo è certamente il referendum sulle trivelle del 17 aprile 2016. Indicativo, ma poco corretto, è stato l’invito di Giorgio Napolitano: «Non andare a votare è un modo di esprimersi sull’inconsistenza dell’iniziativa referendaria», per sottolineare come qualunque fosse l’esito la questione non sarebbe certo stata risolta dal pronunciamento del cosiddetto popolo sovrano.

 

Ciò nonostante di questo tipo di referendum ininfluenti stiamo per averne presto altri due:

  1. Il referendum costituzionale previsto per ottobre 2016, con voto confermativo sulla Riforma (ddl Boschi).
  2. Quello relativo all’ipotesi di un Veneto Regione Autonoma, propugnato dal Presidente dell’omonima Regione: Luca Zaia.

 

Potere senza quorum

Qui salta subito agli occhi quanto sia malridotta la democrazia in Italia. Basta constatare il fatto che per confermare quello che decide il Parlamento non esiste il quorum, mentre per abrogare le leggi fatte dallo stesso organo istituzionale è necessario superare il quorum del 50%+1.

 

La peggior Costituzione

In ogni caso il referendum confermativo non risolverà nulla. Infatti se vincessero i No alla riforma continueremmo ad avere la Costituzione del 1948, contraddittoria, inadeguata ed inefficiente. Se vincessero i Sì avremmo un accentramento del potere ancora più insopportabile di quello attuale.

 

Renzi e Zaia, botta e risposta

La stessa cosa può dirsi per l’annunciato referendum per l’autonomia della Regione Veneto, che il leghista Luca Zaia vorrebbe simile a quella di Trento e Bolzano. Matteo Renzi ha in questi giorni dichiarato: «Veneto Regione autonoma? È una ipotesi che non esiste.» Gli ha fatto eco Luca Zaia: «Sì al referendum […] La Corte costituzionale ha ammesso la consultazione, dando torto al governo.»

 

Veneto in stallo

Ci troviamo di fronte a due gigioni della politica. Nel linguaggio comune il gigione è una persona di scarso merito ma di grande presunzione e vanità, che cerca di ottenere ammirazione sfruttando con teatrali esibizioni qualità e risorse esteriori di facile successo. Infatti, se Matteo Renzi si propone come un riformatore, in realtà si comporta come un dittatore dello Stato di Bananas. Luca Zaia, invece, mostra i muscoli dichiarando che il referendum consultivo si farà ben sapendo che in ogni caso non approderà a nulla, in quanto le attribuzioni dell’autonomia dovrebbero pur sempre provenire da quel Parlamento che di questo argomento non vuol sentir parlare.

 

Naturalmente i peones di “Indipendenza Noi Veneto” sono plaudenti. Questa lista, ispirata da Luca Zaia, grazie ad artifici elettorali riuscì ad eleggere un Consigliere regionale: Antonio Guadagnini. Costui s’è prontamente dimesso dal gruppo per formarne uno di suo in quanto rivendicante l’assenza di vincolo di mandato. Sì insomma, è stato eletto democraticamente, ma non vuole “democraticamente” rispondere a nessuno.referendum

Indipendenza Noi Veneto 

I peones di “Indipendenza Noi Veneto”, dicevamo, sono a supporto del progetto legato al referendum per l’Autonomia. Costoro argomentano: «…È altresì certo che anche con una vittoria del 100% di con il 100% degli aventi diritto andati al voto, l’Italia non concederà quanto richiesto (è tecnicamente impossibile sotto l’aspetto economico) in quanto il Veneto è una delle tre “vacche” grasse di questa penisola, e non si può “permettere” di perderla! Ergo anche vincendo non otterremmo nulla se non briciole! (sotto l’aspetto tecnico/economico). Però la schiacciante vittoria del Sì all’Autonomia, renderà di fatto consapevoli i Veneti della loro volontà, la loro identità, il loro senso d’appartenenza a questa terra. Vi sarà una campagna informativa per i Veneti tutti che punterà sulla nostra storia, sul nostro percorso culturale, sulle nostre radici Venete e non Italiche, sui soprusi avvenuti e taciuti in queste terre. Si creerà una coesione identitaria, un senso d’appartenenza collegati all’obiettivo motivazionale attorno al referendum, l’Italia non concederà pressoché nulla creando un senso di perdita su qualche cosa di democraticamente ottenuto, questo creerà una voglia di rivalsa che oggi non in tutti c’è! Questa chiamasi strategia

 

Inferno lastricato da buone intenzioni

Traducendo dal propagandistico-politichese, ancora una volta ci viene descritto un inferno lastricato da buone intenzioni: un sacco di argomentazioni per ricordarci uno splendido passato che non può ritornare, e nemmeno una parola sul futuro cui potremmo aspirare. Luca Zaia sedicente indipendentista di fatto autonomista (dell’impossibile), ed i suoi peones, nel 2014 per il referendum sull’indipendenza del Veneto non voleva spendere 5 Centesimi dei soldi pubblici, e chiedeva 14 milioni di Euro ai cittadini, che non li sborsarono. Oggidì però quei 14 milioni provenienti dalle tasche dei cittadini vuole dilapidarli ben sapendo che a nulla serviranno se non a creargli l’aura del “martire” per l’indipendentismo veneto. Questo, si badi bene, dopo che centinaia di imprenditori si sono suicidati perché perseguitati dal fisco, e centinaia di migliaia di azionisti sono stati “spennati” da alcune banche autoctone. E poiché gli elettori sono degli smemorati, probabilmente dimenticheranno che la Lega Nord, di cui Luca Zaia è esponente di spicco, in circa 25 anni di roboanti proclami e buone intenzioni non ha realizzato nessuna riforma.

 

Il referendum degli avi

Com’era il referendum nel mondo antico? Quando nasce storicamente l’esigenza di far partecipare il popolo alla vita pubblica? Aristotele spiega bene che in origine solamente in pochi prendevano parte alla vita politica della polis. Erano i signori a comandare. Solo quando s’introdusse un salario minimo anche le persone comuni poterono iniziare a partecipare attivamente.

 

In Italia, sulla disciplina del referendum si discusse in II^ Sottocommissione, nella Commissione dei 75 (che materialmente stese il testo della Costituzione) e infine in Assemblea plenaria, tra il dicembre 1946 e il gennaio 1947 e successivamente tra settembre e ottobre del 1947. Il tema del quorum venne affrontato inizialmente nella seduta del 17 gennaio 1947, grazie a un intervento dell’onorevole Gustavo Fabbri un avvocato monarchico di Forlì: «Se si ammette che un referendum, al quale abbia partecipato uno scarso numero di elettori, abbia la possibilità, con la maggioranza di coloro che vi hanno partecipato, di sconvolgere l’espressione stessa della sovranità nazionale quale emana dal Parlamento, che si può supporre eletto da venti o venticinque milioni di elettori, si ammette un principio che può essere gravido di conseguenze molto importanti e pericolosissime».

Il quorum è un assurdo

Tuttavia, visto il principio di mandato è assurdo introdurre quorum di partecipazione al processo decisionale diretto. I cittadini che non prendono parte ad una votazione sono considerati come se avessero dato un mandato a coloro che vi partecipano. Se si introducono quorum alla partecipazione si apre la porta ad azioni di boicottaggio da parte delle minoranze. Cosa ripetutamente avvenuta, e addirittura sollecitata da un ex Presidente della repubblica (Tsz!) con il pleonastico referendum abrogativo sulle trivelle.

 

Dove conta la democrazia diretta

Di più: oltre a varie organizzazioni anche l’ONU, la Banca mondiale, il forum delle federazioni, il Consiglio d’Europa (a cui appartengono 47 paesi) hanno elaborato linee guida per “libere ed eque iniziative e referendum“, in cui si mette in guardia contro i requisiti di firma eccessivamente alti, le brevi scadenze per la loro raccolta, e il quorum d’affluenza alle urne. In molte istituzioni mondiali, accademiche e ONG si è cominciato a prendere nota delle procedure e pratiche di democrazia diretta più di quanto non si sia verificato in precedenza.

 

Settanta referendum, solo fumo

I referendum, in Italia, dalla nascita della Repubblica sono stati 70. Chi è curioso soprattutto dei risultati può confrontarli con le elusioni fatte dal Parlamento e vedere qui l’elenco: [https://it.wikipedia.org/wiki/Consultazioni_referendarie_in_Italia ] Noi per non farla tanto lunga, e solo a titolo esemplificativo ricordiamo questi:

 

  • 11 e 12 giugno 1978 sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (primo tentativo), pur avendo superato il quorum dell’81,2%, non è servito a niente.
  • 18 e 19 aprile 1993 sull’abrogazione della legge che istituisce il Ministero dell’agricoltura e delle foreste, quorum 76,9%. Il Ministero ha semplicemente cambiato nome.
  • 11 giugno 1995 abrogazione della norma che definisce pubblica la RAI, in modo da avviarne la privatizzazione. Quorum 57,4%. La Rai rimane “cosa nostra” della partitocrazia, che ci concede il “beneficio” di poter ricevere l’informazione di regime, a fronte del pagamento del canone Rai con la bolletta della luce. Tsz!

 

È tempo che la smettano di prenderci per il quorum!

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One Comment

  1. Fil de fer says:

    Condivido quasi tutto di quello che ha scritto TRENTIN.
    Dico anche che essere troppo buoni fa male alla salute !!!
    Siano sempre in italia dove vige la politica delle banane e come disse qualcuno si dice di voler cambiare tutto per non cambiare niente. E’ la prassi consolidata del paese delle banane !!!
    I referendum sono la più alta forma di democrazia esistente, dico anche più alta di quella della rappresentanza politica. Eppure qui in italia i referendum per i politici italioti è solo una forma di accondiscendenza formale alla volontà del popolo per poi farne quello che vogliono loro.
    La costituzione italiota è ormai obsoleta in molte sue parti e vorrei anche ribadire che moltissimi dei suoi articoli non sono mai stati attuati e molti altri applicati alla bisogna o a seconda delle esigenze politiche del momento. Insomma di porcherie qui in italia ne abbiamo viste troppe.
    Ecco perché ai VENETI non resta che la via dell’indipendenza anche perché non ci credo proprio che l’italia riuscirà a risollevarsi con quel debito pubblico da panico e che continua ad aumentare.
    Staremo a vedere ma se non ci diamo una mossa qui nel Veneto andremo incontro ad un altro periodo di povertà di vecchia memoria e sinceramente non se ne sente più il bisogno.
    WSM

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