Referendum, foglia di fico della Lega. Emilia Romagna: 1 mese per aprire trattative con Roma. Lombardia: 10 anni, dal 2007. Veneto….

di STEFANIA PIAZZOraccontami_una_favola – “E con la volontà del popolo lombardo noi andremo a Roma a trattare per l’autonomia della Lombardia”, disse il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, quando ci fu il via libera all’approvazione del referendum consultivo per chiedere autonomia. Era i l 17 febbraio del 2015. E aggiungeva (fonte Lombardia Notizie): “Sono molto soddisfatto, era il referendum che volevamo. L’unica strada per ottenere qualcosa da Roma è far scendere in campo il popolo sovrano, dare ai cittadini la possibilità di esprimersi, perché le ‘letterine’, gli emendamenti o le ‘propostine’ di legge non servono a nulla”. Erano passati pochi istanti dall’approvazione da parte dell’Aula di Palazzo Pirelli della ‘Proposta di deliberazione di indizione di referendum consultivo concernente l’iniziativa per l’attribuzione, alla Regione Lombardia, di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, ai sensi dell’articolo 116,terzo comma, della Costituzione’.

Fosse stata la prima volta, passi. Ma non era la prima volta. Forse non tutti ricordano che la rincorsa per sganciarsi da Roma era stata presa anche qualche anno prima, e con effetti pari allo zero. Governava Formigoni, la Lega governava la Regione più ricca d’Italia. E come andò a finire tutto il processo, allora più condiviso di oggi (senza 5Stelle)? Poi lo vedremo nella cronologia che abbiamo ricostruito per i nostri lettori.

Di certo, la politica non può caricare tutta la responsabilità della campagna elettorale e di ciò c he uscirà dalle urne, sugli elettori. I cittadini hanno già dato ampiamente mandato eleggendo i governatori con il testa il programma dell’autonomia.  L’esito politico non dipende più dai cittadini. Hanno già dato, hanno votato tre volte. Questa è la quarta. Tocca ai governatori essere stati convincenti nello spiegare perché c’hanno messo così tanto tempo. Forse troppo. Non a caso Maroni ieri ha affermato che un’affluenza del 34% in Lombardia sarebbe già un successo. Mani avanti…

E infatti, se, in una nota congiunta, Reguzzoni, Martini e Arrighini, fondatori ed esponenti di Grande Nord, l’altro giorno hanno sottolineato il successo del governatore dell’Emilia Romagna, Bonaccini, che ha iniziato una trattativa sull’autonomia col governo senza passare dal referendum, senza perdere anni, “uno schiaffo a Maroni e Zaia”, affermano, una ragione c’è. Per Maroni, il referendum arriva a fine mandato. Per Zaia a metà del secondo mandato. Ma prima non si poteva o doveva fare nulla, si interrogano i tre esponenti del neonato movimento che rivendica l’autonomia del Nord? Non lo dicono, ma lo si comprende, senza un traduttore, che questo referendum è una foglia di fico per coprire l’inazione politica dei due governatori rispetto ai temi del federalismo. Afferma Reguzzoni infatti che “il referendum di domenica prossima avrebbe avuto maggiore rilevanza politica”. Intanto è “2 a 0 tra Bonaccini su Maroni e Zaia”.

“Ma col consenso popolare è meglio”, si potrà dire. Beh, sono stati eletti proprio per questo, il programma diceva: “il 75% delle tasse a casa nostra” per il Pirellone. E, “Prima il Veneto”.

A toccare gli elettori sul tema del portafogli si fa presto a ricavarne consenso. Ma dopo? Dopo nessuna trattativa con Roma. Eppure la Costituzione lo prevede. In particolare per il titolo V in materia di scuola, che significa cultura.  E il vuoto legislativo sulle competenze della scuola, competenze mai avocate, la dice lunga. E niente, deve dirlo un referendum, foglia di fico, quando c’è già scritto. Su alcune materie si poteva e doveva iniziare a scatenare quel processo di devoluzione di poteri atteso da decenni. Ora, invece, la contesa referendaria sta diventando una prova di forza tra Salvini e Maroni, tra centrodestra e centrosinistra, anziché un naturale passaggio verso forme concrete di federalismo, col rischio di un disinnamoramento dei cittadini verso la politica che si sveglia all’ultimo minuto. Campagna elettorale striminzita, se non assente.

 

Le fasi delle precedenti trattative

Dapprima nella seduta del 27 luglio 2006 il Consiglio regionale approvò un ordine del giorno, avviando la proposta di negoziazione con lo Stato per l’attuazione dell’ art. 116, comma terzo, dell’ art. 117 e dell’ art. 119 della Costituzione. Poi, con una prima delibera della Giunta del 15 settembre 2006 (la n. VIII/003159), approvò  il “documento di indirizzo per l’avvio del procedimento di individuazione di ulteriori forme e di condizioni particolari di autonomia per la Regione Lombardia ai sensi degli artt. 116, 117 e 119 della Costituzione”.

Poi, con delibera della Giunta Regionale del 7 novembre 2006 (n. VIII/003487), varò un documento di ricognizione dei possibili ambiti di attuazione dell’art. 116, III comma della Costituzione, da inviare al Consiglio, da parte del Presidente della Giunta, per l’approvazione ai fini del perfezionamento dell’intesa tra Stato e Regione. E andò a finire così.

Finalmente il negoziato

‟Regione e Governo si sono trovati il 30 ottobre 2007 a Roma per dare ufficialmente il via al negoziato per il trasferimento alla Regione di competenze sulla base del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, per l’applicazione del cosiddetto “federalismo differenziato”, racconta il sito della Regione Lombardia. Eravano nell’era del breve governo Prodi, da lì a poco la Lombardia avrebbe avuto come interlocutori proprio i ministri del Nord, dopo che Berlusconi riprendeva saldamente in mano Palazzo Chigi.

E del negoziato che ne fu? La Lombardia aveva ancora lo stesso governatore, Formigoni, gli stessi assessori e consiglieri, le delibere erano ancora pienamente efficaci. Che accadde col governo di Berlusconi e, anche, di Maroni allora ministro dell’Interno? Da ottobre 2007 a maggio 2008, quando ci fu il  passaggio di mano, passarono pochi mesi, ma che ne fu dell’autonomia lombarda in quattro anni circa di legislatura di centrodestra, con un fior fiore di ministri leghisti?

Erano almeno  dodici gli ambiti su cui la Regione aveva avviato il confronto con il Governo nazionale per chiedere maggiore autonomia:

– ambiente,
– beni culturali,
– giustizia di pace,
– organizzazione sanitaria,
– comunicazione,
– protezione civile,
– previdenza complementare integrativa,
– infrastrutture,
– ricerca scientifica e tecnologica,
– università,
– cooperazione transfrontaliera e
– sistema bancario regionale (casse di risparmio e aziende di credito a carattere regionale).

Intanto si iniziava ad aprire una porta e ad entrare in casa propria. L’intesa tra Governo e Regione Lombardia, con la quale si era dato avvio al negoziato per verificare “le condizioni di trasferibilità delle suddette competenze dallo Stato al governo regionale”, venne firmata il 30 ottobre 2007.

 

E poi? Come ebbe seguito con gli amministratori che oggi rivendicano il referendum consultivo lombardo come strumento di persuasione e di trattativa con il governo?

Si può credere a tutto, ma non si può resettare il cervello dimenticando il passato. Elettori coscienti sì, gonzi no. Far credere a noi cittadini che dipenda solo tutto da noi è una cosa che non la si beve più. I referendum di Lombardia e Veneto sono una speranza, una opportunità, ma si poteva fare meglio e si poteva fare prima.

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2 Comments

  1. Vaudano says:

    Maroni non può affermare che un’affluenza del 34% in Lombardia sarebbe già un successo.
    Al referendum sulla devolution del 2006 in Lombardia l’affluenza fu del 60,63%, i Sì il 54,55%.
    In Veneto l’affluenza fu del 62,28%, i Sì il 55,29%.
    Pertanto, i SI’ dovrebbero essere superiori, rispettivamente, al 33.07% e al 34,43% degli AVENTI DIRITTO (non degli elettori): considerando che pochi tra i contrari andranno a votare, un’affluenza sotto al 40% sarebbe un chiaro fallimento.

  2. giancarlo says:

    Servono altre due ambiti, i più importanti e cioè:

    LA SCUOLA DELL’OBBLIGO per poter inserire nuove materie e non dico quali………..

    LA LEVA FISCALE con la quale poter diminuire le tasse, l’IVA , etc…etc.. usufruendo del residuo fiscale
    che sia la LOMBARDIA che il VENETO hanno prodotto e producono sempre…….

    SENZA QUESTI DUE AMBITI l’autonomia resta importante per gli ambiti citati, ma resta mutilata e quindi
    potrà produrre benefici per tutti, dico tutti in modo molto ma molto ridotto, quando invece con i due citati
    avremmo una vera e propria autonomia. Salvo ottenere un’autonomia speciale come l’A.ADIGE e le altre regioni, oggi privilegiate rispetto a noi.
    WSM

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