IL REDDITOMETRO, SINTOMO DELLA DECADENZA ITALIANA

di CARLO ZUCCHI

Il redditometro dovrebbe essere un insieme di indici e coefficienti relativi al possesso di beni e al tenore di vita che il fisco usa per determinare il reddito presunto dei contribuenti.

Invece, è lo strumento che attesta il fallimento delle politiche fiscali italiane, in termini di indirizzo, poiché chi si è alternato alla guida dell’Italia negli ultimi 40 anni ha sempre aumentato la spesa pubblica, finanziandola dapprima attraverso l’inflazione, poi con il debito pubblico e infine, quando i vincoli europei non lo hanno più permesso (nella seconda repubblica), con una tassazione crescente che alla spesa pubblica correva dietro senza soluzione di continuità. E in termini di funzionalità, poiché si terrorizza il cittadino prescrivendogli adempimenti di ogni tipo, mentre i vari uffici tributari (Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, ecc.) non effettuano i controlli incrociati, perché incapaci di coordinare i loro sistemi operativi. Insomma, si terrorizza chi le tasse già le paga, mentre il mancato incrocio dei dati consente a chi evade da sempre di continuare a farlo.

Del resto, uno dei sintomi di decadenza di una civiltà, oltre alla tassazione da rapina in sé e per sé, è la determinazione ex ante dell’ammontare dei tributi da pagare attraverso stime presuntive dei redditi arbitrariamente gonfiate, che consentono allo Stato di eseguire verifiche fiscali, spesso con metodi a dir poco intimidatori. Ma quel che è ancor più inaccettabile è l’inversione dell’onere della prova, principio secondo cui, nel caso vi sia una differenza maggiore del 20% tra reddito presunto e reddito dichiarato, non spetta al fisco provare l’evasione, ma al presunto reo provare la sua innocenza. Misura da stato di polizia sulla quale la Corte Costituzionale non ha avuto nulla da obiettare.

Purtroppo, in Occidente (Svizzera esclusa, dove la tassazione è materia sottoposta a referendum popolare) è da tempo in voga il principio secondo cui chi tassa e chi spende è lo stesso soggetto giuridico: lo Stato. Un documento di importanza storica capitale come la Magna Charta, fu redatto e sottoscritto nel 1215 in Inghilterra proprio perché chi aveva potere di spendere denaro pubblico, il re, potesse farlo solo con il consenso di chi aveva il potere di tassare, il Parlamento, che a differenza di oggi rappresentava interessi opposti a quelli del governo. Per secoli questa è stata la regola, ma oggi non è più così.

Alexis de Tocqueville sosteneva che: “Le istituzioni democratiche sviluppano un forte sentimento di invidia nel cuore umano, in quanto risvegliano e lusingano il desiderio dell’uguaglianza, senza poterlo mai soddisfare interamente”. E mai come nell’odierna era democratica lo Stato è riuscito a mettere i contribuenti l’uno contro l’altro, illudendoli che se tassa Tizio è perché Caio non paga, alimentando in tal modo quel clima di invidia e di discordia sociale in cui l’aggressione statale alla proprietà e strumenti come il redditometro finiscono per trovare un consenso mai avuto in passato.

Tratto da: http://carlozucchi.wordpress.com

 

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