Reagire o vivere nel terrore?

parigi terrorismodi GIUSEPPE LONGHIN – E’ giunto il momento di reagire o di vivere nel terrore? “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti” , affermava Martin Luther King.

Trovandomi in un mondo sempre più opposto al mio modo di essere, di agire e di pensare, sono più spronato a dar libero corso alla mia vena iraconda e polemica piuttosto che abbandonarmi a una rassegnata amarezza. Alla nostra società manca, sempre più vistosamente e volgarmente, la capacità di ragionare e di distinguere, punto fondamentale del volersi bene, dell’onestà verso gli altri e verso se stessi. Mai come oggi ci manca la laicità, non nel senso stupido e scorretto in cui viene correntemente usato questo termine, quasi significasse l’opposto di credente, di religioso o di praticante, ma nel senso che oggi più che mai “laico” è il cattivo e “cattolico” è il “buono”.

Laico per me è chi è capace di distinguere le sfere delle diverse competenze; distinguere ciò che è oggetto di dimostrazione razionale da ciò che è oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno ad essa. Distinguere fra diritto e morale, sentimento e concetto, legge e passione; articolare le proprie idee secondo principi logici non condizionati da alcuna fede né ideologia; mettere in discussione pure le proprie certezze; Norberto Bobbio, oggi quanto mai attuale, disse che “oggi viviamo funestati dai fondamentalismi religiosi”. La cronaca di ogni giorno ci mostra come si confondano e si mischino politica e morale, diritto e sentimentalismo, concetto ed etica per spesso scambiare i ruoli tra vittime e colpevoli e mettere in galera il derubato anziché il ladro.

Il sistema politico regredisce cancellando progressivamente secoli di civiltà liberale che aveva elaborato controlli e garanzie per impedire abusi di potere. Abusi che, si badi bene, non derivano dai fantomatici “poteri forti” ma dalle prevaricazioni dei molti, della massa che decide di arrivare e pretende di essere ospitata o, peggio, di quelli che nel nome di un Dio si fanno saltare in aria. Oggi nel nome del buonismo è possibile giustificare un clandestino che viene curato con i tuoi denari o che ti ruba in casa e non viene punito ma anzi sei tu ad essere nel torto perché ti difendi, e poi correre a compilare il redditometro, radiografia economico-societaria che imprigiona anche chi, magari in buona fede, evade 50 euro. Oggi c’è più che mai bisogno d’intelligenza e di passione, di milizia etico-politica, di senso civico e territoriale. Oggi c’è bisogno più dell’ira che della mitezza. Un paese buono può andare solo verso una pericolosa colonizzazione intellettuale e, svuotato di tutto il suo essere, non muore, ma si trasforma in altro.

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