Rapina statale nella busta paga del Nord

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di ROBERTO BERNARDELLI – Perché devo guadagnare meno di quello che mi spetta? Perché la mia busta paga è rasa al suolo? Dove finiscono i miei soldi? Chi se li prende? Il netto è quasi la metà del lordo. E chi si larda con il mio
lordo? Altro punto: perché il mio stipendio mi consente di vivere contando i centesimi mentre lo stesso lavoratore, sotto un’altra latitudine, ci vive alla grande? Perché ci mettono così tanto a fare questi benedetti contratti
territoriali, perché non superano la contrat-tazione nazionale, unica per tutti, uguale per tutti?

Cosa difendono i sindacati se sanno che il costo della vita fa diventare stipendi da fame le buste paga del Nord, a differenza di altre aree del Paese dove si vive con meno e si risparmia di più? Io li chiamarei col loro nome, questi sindacati: bugiardi fetenti. Peggio di Giuda. Sia chiaro, i vertici di Confindustria sono della stessa pasta: a tutte e due le squadre va bene che sia il datore di lavoro a fare anche il mestiere del sostituto d’imposta, cioè a prelevare le tasse al posto mio e a versarle allo Stato. E tutti e due sanno benissimo dove finiscono questi tributi di Sherwood: nella spesa pubblica, ovvero anche per pagare gli stipendi dei dipendenti dello Stato.

Brava gente, come noi, ma lo Stato deve pensare di mantenerli con altre risorse che non quelle prelevate dai nostri stipendi. Idem con patate per il destino del nostro tfr: lo sanno anche i muri che nei fondi pensione ci sono anche società il cui controllo è sindacale o di amici delle assicurazioni o di amici delle banche, amici di quelli che fanno politica per conto della finanza mondiale. La cricca dei banchieri. Se quel tfr potessimo metterlo dove vogliamo noi e non dove vorrebbero gli altri, non sarebbe più sano? Chi ci ruba di continuo lo stipendio è anche chi è complice del giochetto e in Parlamento asseconda questo gioco da decenni.
Pensione di Stato, decisa dallo Stato, sanità di Stato, decisa dallo Stato, con i nostri soldi, che finiscono per pagare quelli che né la pensione né la sanità si preoccupano di sostenere con le trattenute in busta paga. Bel Paese, bella roba.
Belle cose. Non sarà anche per questo che stiamo andando in ramengo? Ci vogliamo incazzare un po’ di più? La voce dei padani sembra diventata troppo flebile, forse farsi far fessi è consuetudine, ci siamo assuefatti. Ma la libertà non la regala
nessuno, va presa combattendo, picchiando i pugni. La visibilità credibile è quanto ci viene chiesto come impegno civile. Vale per noi, e per i nostri politici. Parlate bene, chiaro e forte.
Il Nord non può scomparire così.

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One Comment

  1. Alessandro Guaschino says:

    Il problema è che la rapina non si ferma alla busta paga. Con il “netto” si fanno gli acquisti e ogni volta che si compera qualcosa si paga l’Iva e le accise in certi casi. Poi abbiamo tutte le imposte locali, Tasi, Tari, Imu, bollo auto, ecc non dimentichiamo il canone Rai. Infine quelle che io chiamo tasse “improprie” come le multe stradali (che servono solo a far cassa agli Enti locali) i pedaggi autostradali (in Svizzera, la ricca svizzera pagano 30€ per viaggiare tutto l’anno io li ho pagati in un solo week end…)
    La rapina complessiva si aggira sul 70% del reddito, per i dipendenti, come abbiamo visto, come per gli autonomi o gli imprenditori.
    Dove vanno a finire questi soldi? La metà della spesa pubblica statale (quindi esclusi gli enti locali) se ne va in stipendi, sanità, previdenza sociale e interessi sul debito pubblico. Ma tutti gli altri soldi che fine fanno? Qualcosa servirà per le forze armate (che non ci proteggono dall’invasione dei clandestini), qualcos’altro nelle ambasciate, ma poi? Una massa di soldi che non si sa che fine faccia, visto che le carceri sono piene e non ne vengono costruite di nuove, molti reati sono impuniti, le strade sono nelle condizioni che sappiamo. Chi dice che non ci siano le risorse per finanziare la flat tax o il reddito di cittadinanza in uno Stato che spende/spande/spreca metà della ricchezza nazionale mi fa semplicemente sorridere.

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