Quote latte: il Corriere sbaglia, non fu Zaia a “salvare” i multati

di G.L.M.

Quote latte, ancora quote latte, terribilmente quote latte. Una storia infinita. Oggi il Corriere della Sera, attraverso la firma prestigiosa di Sergio Rizzo, torna sull’argomento prendendo spunto dall’ultima relazione della Corte dei Conti che aggiorna a 4 miliardi e 494,5 milioni di euro quanto è costata questa incredibile vicenda ai contribuenti italiani: soldi in minima parte recuperati dai cosiddetti allevatori “splafonatori” e soprattutto soldi che secondo gli stessi giudici contabili sono pressoché impossibili da recuperare. E qui il quotidiano di via Solferino compie un errore abbastanza sconcertante: attribuisce all’allora ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, nel 2009, il provvedimento con cui vennero tolti a Equitalia i poteri di riscossione nei confronti dei produttori morosi. E no caro Rizzo, non è andata così: nel 2009 Zaia ha legato il proprio nome alla legge 33 che avrebbe dovuto essere la soluzione tombale alla storia delle multe, concedendo ai produttori l’ultima possibilità di rateizzare. Il potere di riscossione delle cartelle fu tolto a Equitalia solo nel 2011, ultimo governo Berlusconi, con un provvedimento che porta la responsabilità politica dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, di quello dell’Agricoltura Saverio Romano e del segretario della Lega Umberto Bossi, provvedimento successivo alla rimozione dalla presidenza da Agea (Agenzia deputata a recuperare i soldi delle multe) del’ex senatore leghista Dario Fruscio che aveva cominciato a passare a Equitalia le cartelle per la riscossione. L’azione fu duplice: rimozione di Fruscio e cancellazione della possibilità per Agea di servirsi di Equitalia.

Questo comunque l’articolo di Sergio Rizzo pubblicato oggi dal Corriere:

 

La giustizia farà certamente il suo corso. Confidiamo che i magistrati impegnati nell’inchiesta sulle quote latte, che nei giorni scorsi ha scatenato una tempesta politica, individueranno e puniranno i responsabili di una delle più clamorose truffe del nuovo secolo. Nel frattempo, ai cittadini italiani resta sul groppone il conto astronomico che i furbetti del latticino hanno fatto pagare finora allo Stato. Tenetevi forte: 4 miliardi 494 milioni 433.627 euro e 53 centesimi. Ovvero, 75 euro e 62 centesimi per ogni italiano, neonati compresi. Una somma che basterebbe a soddisfare il fabbisogno di latte fresco dell’intera nazione per un anno. Il calcolo l’ha fatto la Corte dei conti in una relazione appena sfornata, nella quale, oltre a numeri terrificanti, c’è una cattiva notizia. Rassegniamoci: recuperare quei soldi sarà quasi impossibile.

Esattamente trent’anni fa, nel 1983, la Commissione europea stabilì per la produzione di latte delle quote nazionali, con la motivazione che un’eccessiva quantità sul mercato avrebbe fatto crollare i prezzi. Per chi non avesse rispettato il plafond erano previste multe salate. L’assegnazione delle quote, com’era intuibile, finì per favorire i Paesi nordici. Ma i produttori italiani, invece di adeguarsi alla nuova situazione, continuarono come se nulla fosse accaduto. Risultato: dopo 12 anni si erano accumulate multe per l’equivalente attuale di circa 2 miliardi di euro. Il caos era totale. C’erano ritardi nell’adeguamento delle normative, dati taroccati, latte che arrivava dall’estero ma figurava italiano, quantitativi enormi di prodotto non fatturato… Che fare? Il governo accollò il conto all’Erario. Da allora in poi, però, gli allevatori che non avessero rispettato le quote, avrebbero dovuto pagare. Eccome.

Peccato che quasi nessuno, dal 1996, ha pagato. Mentre l’Unione europea continuava a incassare dallo Stato italiano i soldi delle multe, che scontava direttamente dai trasferimenti dovuti ai nostri agricoltori. La Corte dei conti dice che dal 1996 al 2010 «l’onere che l’Italia ha sopportato» per «gli esuberi produttivi accertati è quantificato dai 2.537 milioni di euro, versati alla Commissione». Denari che, prevede la legge, avrebbero dovuto restituire gli allevatori «splafonatori», ai quali sono state concesse ripetute agevolazioni, come quella di pagare in comode rate. Ma finora «il recuperato effettivo», avverte la Corte, «è trascurabile».

Il fatto è che ogni mezzo è stato buono per aggirare gli obblighi. Proroghe su proroghe, inefficienze degli organi preposti a far pagare, ricorsi e controricorsi. Per non parlare del valzer dei commissari ad hoc nominati di volta in volta dal governo. E dell’incredibile vicenda toccata all’ex senatore leghista Dario Fruscio, messo dal suo partito a capo dell’Agenzia incaricata di riscuotere le multe, e prontamente rimosso quando si è scoperto che le voleva far pagare sul serio. Ecco che cosa scrivono i magistrati contabili: «Costante è risultata, nel corso degli anni, l’interpretazione delle leggi vigenti da parte delle amministrazioni a favore dei produttori eccedentari». Fino all’ultima norma passata nel 2009, quando era ministro dell’Agricoltura il leghista Luca Zaia, attuale governatore del Veneto, che ha privato Equitalia del potere di riscossione. Riesumando addirittura, per il recupero delle somme dovute, le procedure bizantine di un regio decreto del 1910: centrotré anni fa.

Niente male, considerando che qui hanno scorazzato indisturbati anche i truffatori, responsabili di aver caricato sulle spalle degli ignari contribuenti centinaia di milioni di multe non pagate. Cooperative nate e fallite a ripetizione, migrando per tutto il Nord da Cuneo a Pordenone, inseguite dalla Finanza, dai giudici contabili, dai magistrati. E tutto alla faccia degli allevatori onesti. I quali hanno anche sborsato, dice la Coldiretti, la bellezza di 1,8 miliardi per rilevare o affittare le quote.

In tutta questa storia, anche se la Corte dei conti lo fa appena intuire, ci sono precise ed enormi responsabilità politiche. Perfino rivendicate da Umberto Bossi, il quale due anni fa prometteva sul pratone di Pontida ai Cobas del latte: «Non vi ho dimenticati. La Lega risolverà i vostri problemi». Il rapporto fra Carroccio e Cobas è stato sempre strettissimo. Lo dimostrano i finanziamenti al partito da parte di associazioni quali la Emilat del parlamentare leghista Fabio Ranieri. Ed è incarnato, quel rapporto, nella figura di Giovanni Robusti, storico leader dei Cobas, nel 1994 senatore della Lega cui venne perfino affidato l’incarico di presidente della commissione d’inchiesta sull’Aima, poi nel 2008 europarlamentare. Giusto un mese fa la procura della Corte dei conti ha chiesto di condannarlo a risarcire 182 milioni all’erario per la vicenda delle quote latte in Piemonte dove alcune cooperative battezzate «Savoia» figuravano fittiziamente come acquirenti del latte prodotto in eccesso da alcuni allevatori. A fine giugno 2012 Robusti si era già beccato quattro anni e mezzo di carcere nel processo d’appello che lo vedeva imputato.

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8 Comments

  1. Free4Ever says:

    Chissà se l’integerrimo Rizzo, prima o poi, scriverà sul corriere della serva dei 3 miliardi e novecento milioni di euro sborsati dagli italiani (quanti euro a testa?) per il MontePaschiSiena e delle responsabilità politiche della sinistra. Ritengo non lo farà mai. Anche perchè lo stato paga bene i suoi servitori.

  2. Mauro says:

    MA SE NON CI FOSSE STATO ZAIA A INIZIARE L’ITER PROCEDURALE…E POI HA DOVUTO PASSARE IL TESTIMONE PERCHE’ GOVERNATORE DEL VENETO!

  3. MC says:

    E’ però doveroso dire che nel 1983 l’Italia ha dichiarato dei dati di produzione di gran lunga più bassi e nel 1996 quando gli allevatori hanno dovuto “adeguarsi” alla propria produzione del 1983 hanno incontrato enormi problemi (c’era chi nel 1983 non produceva ancora latte, chi troppo poco, etc…). Il provvedimento è in realtà andato a vantaggio dei grandi produttori che si son potuti permettere l’acquisto delle quote, mentre a quelli piccoli rimaneva l’alternativa di chiudere o continuare a produrre la produzione che ne so del 1995. Vicenda tragica in cui le responsabilità maggiori sono di chi dichiarò dei dati sbagliati nel 1983. Basti pensare che solamente l’Italia fra tutti i paesi UE ha praticamente pagato multe sull’eccessiva produzione, chissà perchè!

    • Gian says:

      neppure i grandi produttori sono stati contenti di dover comprare delle quote, stiamo parlando di un diritto a produrre che in Padania e arrivato a costare più del latte stesso, ovvero per produrre un litro si pagava più del ricavo che si otteneva della vendita del medesimo litro, e non è poco perchè se il tuo utile è il 20% significa che per 5 – 6 anni lavori solo per pagare la quota.

      Inoltre nessuno si pone il problema di cosa succederà quando le quote verranno abolite, primo o poi capiterà, e chi ha speso carta moneta per comprare quote si troverà in mano solo carta straccia.

  4. elio elio says:

    il corriere faccia una bella inchiesta su chi e come ha voluto la quote, la vergona sono le quote e non le multe che di fatto hanno messo l’agricoltura della val padana e non in forte difficoltà

    VERGOGNA!

  5. lucky says:

    il corriere sbaglia?

    per me non ha sbagliato ma ha voluto sbagliare, tanto per una rettifica in un qualche fondo di pagina che non interessa nessuno ci può sempre stare.

    • Silvano says:

      Speriamo Rizzo abbia sbagliato in buona fede. Ma!!!

      Comunque perchè la magistratura -integerrima quando vuole- non ha mai fatto chiarezza.

      Stalle con migliaia di mucche in piazza Navona,
      Latte al sud prodotto per opera dello Siprito Santo.
      Latte importato per prendere i contributi.

      Alla fine, come al solito, chiudono le Aziende sane.

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