Quote latte e di lotta per comandare il centrodestra. E noi paghiamo

di ANGELO GIORGIOQUOTE LATTE

Tanto tuonò finche piovve. Un adagio quanto mai attuale. Dopo i tanti richiami, i continui vertici in sede comunitaria, le discussioni e la ricerca spasmodica di prove a discolpa e a confutazione, alla fine il verdetto di Bruxelles è arrivato: l’Italia deve pagare le multe legate alle quote latte. Ma che cosa sono le quote latte? E perché pagare?

Il sistema delle quote nasce nel 1983 quando l’allora Cee decise di contingentare la produzione per contenere le eccedenze di burro e di latte in polvere, che arricchivano le casse dei Paesi del Nord Europa. Ma contestualmente sul tavolo c’era anche il futuro del sistema siderurgico, quello sul quale decise di scommettere il Paese che preferì aumentare quel fronte a discapito di quello agroalimentare. Così la quota di produzione che venne assegnata al Paese fu molto più bassa. In pratica tanto bassa che non bastava nemmeno a coprire il fabbisogno interno costringendo la Penisola a rifornirsi all’estero.

Come se non bastasse, poi, un allegro sistema di conteggi e di rapporti tra Roma e Bruxelles denunciò una produzione molto più elevata di quello che accadeva davvero. Il perché è facile comprenderlo. Aumentando la produzione si giustificavano i grandi quantitativi di prodotto finito immesso sul mercato dalle aziende trasformatrici. Che poi buona parte del prodotto finito fosse realizzato con latte magari in polvere importato dal Nord e transitato dai valichi Alpini è un’altra storia. Ma comunque importante. Perché proprio sulla base di questi conteggi e di queste importazioni in un certo senso “discutibili”, il Paese si è trovato a dovere pagare la multa.

Eppure, nel tempo, di soluzioni ce ne sarebbero state. Quella che è mancata, però, è stata la reale volontà di fare chiarezza e di risolvere il problema alla radice.

Un problema di fatto amplificato dalle rateizzazioni delle multe introdotte da Alemanno prima, e da Zaia dopo.  Permettendo ad alcuni produttori di aderire alle rateizzazioni si è creato il vero problema: alcuni hanno pagato, altri, hanno preferito non farlo continuando a denunciare una situazione falsata sin dal principio. Ma ammettere quello che è accaduto ora, vuol dire ammettere che la rateizzazione voluta dal ministero è basata su un errore e quindi ingiusta. E come tale deve essere restituita, con interessi e anche con il rimborso del danno. Un particolare che oggi le casse dello Stato non possono permettersi. Così si finge di non conoscere la vera entità e la matrice del problema.

Un problema che la Lega aveva deciso di risolvere tanto che nel 2009 l’intero comparto agricolo si era schierato a sostegno del Carroccio. E, non a caso, proprio la Lega aveva rivendicato con forza il ministero dell’Agricoltura. Quello poi guidato da Luca Zaia. Un giovane politico dall’immagine strabordante che ha avuto l’unico grande merito di ridare dignità al settore. “Io sono l’amministratore delegato dell’agricoltura”, amava definirsi, ma più che un Ad è stato un ottimo direttore Marketing.

Se Zaia e la Lega avessero voluto andare fino in fondo, infatti, avrebbero potuto risolvere definitivamente il problema. Ma così non hanno fatto. Sarebbe bastato prendere la relazione chiesta dal ministero ai carabinieri del Nac (Nucleo carabinieri politiche agricole) per chiarire una volta per tutte cosa era accaduto. Quella relazione spiega che non possono esistere vacche di 100 anni, che non esiste un patrimonio bovino in grado di produrre il latte che veniva denunciato e che gli errori sono stati commessi dai funzionari in fase di compilazione della documentazione poi inviata a Bruxelles. Invece? Invece la relazione chiesta e scritta dai carabinieri è rimasta lettera morta. E’ in fondo a qualche cassetto, magari chiusa a chiave perché nessuno la legga.

E Zaia? Ha preferito trasferirsi a Venezia e dimenticare il tutto, tanto che chi si aspettava la sua voce in questi giorni è rimasto deluso. Dal Governatore del Veneto non un solo passaggio sul tema quote latte. E la Lega?

Troppo impegnata a preparare lo scontro interno dei prossimi mesi per accorgersi di quanto accade. In serata Salvini, chiamato in causa da parlamentari di Scelta Civica ha diffuso una nota via Twitter: “Dalla Commissione europea una multa di 1,4 mld all’Italia per lo sforamento (falso!) di quote latte. Vaffanzum agli euroburocrati, la Lega non si arrende”. Bene, non si arrende, e quindi? Mistero.

Forse qualcosa la chiariranno Fedriga e Centinaio, i due nuovi capigruppo di Camera e Senato. Cambiati in corsa poco prima del congresso federale. Due fedelissimi di Salvini scelti con un criterio abbastanza chiaro: sono due giovani molto vicini al segretario, ma dei quali può – nel caso – fare a meno sacrificandoli sull’altare. Anche perché è ormai evidente  a tutti che da qui a breve si prepara l’ennesimo scontro interno. Da una parte Salvini, dall’altra Tosi. E proprio il sindaco di Verona ha lanciato una sfida aperta a Salvini candidandosi, anche se lui dovesse essere l’altro “sfidante”, alle primarie del centrodestra per decidere il candidato premier. A sostenere Tosi, i colonnelli e i capitani che sognavano un posto al sole e che ora lo vedono sfumare. Su tutti: Gianluca Pini e Manes Bernardini, anche se mal di pancia abbastanza forti si registrano nella bergamasca e in parte del varesotto che non hanno gradito il milanocentrismo della nuova Lega targata Matteo e i tanti, troppi, giovani Padani chiamati da Salvini a ricoprire ruoli chiave all’interno della segreteria. Quella che avrebbe dovuto risolvere, ad esempio il problema delle quote latte e che si deve accontentare dei “Vaffazum”. Peccato.

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