Quirinale, il Re Sole de ’noiartri

re soledi GILBERTO ONETO –   Il delitto di “lesa maestà” (il crimen maiestatis) era nato per difendere divinità intoccabili, si è poi trasferito ai sovrani di diritto divino, passando attraverso l’invenzione tutta romana (non poteva essere altrimenti) dell’imperatore-dio. È stata contrabbandata nel mondo moderno mediante la più digeribile ed ipocrita forma del “vilipendio”, che in Italia si applicava ai re e
ai membri della casa regnante. Per un certo periodo ha riguardato anche il capo del Governo ma non gli ha impedito di fare una
brutta fine. Con l’avvento della Repubblica l’unica persona fisica che non può essere vilipesa è rimasto il Presidente, che ha ereditato tutte le prerogative reali, assieme a palazzi, corazzieri e tenute di caccia.

Più che al moderno vilipendio sembrano oggi appellarsi all’antico istituto della “lesa maestà” tutti quelli che pensano  non fosse mai esistito Beccaria, come se non fossero mai state scritte le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo, come se non fosse mai stato tenuto il referendum istituzionale del 1946: questi sono peggio di Caligola, che aveva fatto senatore il suo cavallo ma che aveva almeno temporaneamente abolito il reato di “lesa maestà”.

Se ne scandalizzano (o fanno finta) tutti i sepolcri imbiancati dell’italianità, se ne adontano i lacchè dei telegiornali di regime, con grande sollievo di tutti quelli che amano la libertà che plaudono a questo ritorno di sano leghismo.

Quello che dispiace è che sembrano addolorarsene anche alcune brave persone che si fanno plagiare dall’informazione del potere, quelle che vengono sistematicamente derubate ma sono convinte che si tratti di doverosa solidarietà, che vengono quotidianamente sodomizzate ma credono che si tratti di ordinario esercizio di galateo.

Non scalfisce il loro imperturbabile ed educato masochismo neppure il sapere che ci vogliono un centinaio dei loro stipendi e delle loro pensioni per mettere assieme una mesata da presidente della Repubblica. Non si turbano neppure a scoprire che la Corte presidenziale è costata anche la bella sommetta di 289 miliardi di lire: a tanto ammontano le “spese ordinarie” del Quirinale che per “consuetudine costituzionale” non sono sottoposte ad alcun controllo. Proprio come succedeva per Nabuccodonosor o per il Re Sole. Giova ricordare
che nello stesso anno il bilancio della Corona britannica è stato di 80 miliardi di lire. Al servizio esclusivo del Colle  sono 1.800 persone, fra dipendenti, lacchè, poliziotti, famigli, segretari, menestrelli e corazzieri. La regina d’Inghilterra ha 300 persone al suo servizio di Corte, il re di Spagna (che è uno sprecone) ne ha 543, il presidente degli Stati Uniti ne ha 466 (comprese le palestrate body guards dei film), l’Imperatore del Giappone – che discende direttamente dal Sole – ha un migliaio di addetti, poco più della metà di quelli del Colle, che può vantare di discendere – se va bene – solo dall’italico stellone o pentagramma.

Un giorno Ciampi andò a Strasburgo e disse senza farsi scappare neppure un sorriso che: «i benefici tangibili derivanti dalla partecipazione alla moneta unica sono sotto gli occhi di tutti». Sicuramente si riferiva a sè stesso e a chi gli sta attorno: tutta gente che di sicuro non ha motivo di lamentarsi dell’euro.
La signora Franca non andava a fare la spesa con la sporta, non doveva litigare sul prezzo delle zucchine, non doveva tenere lontani i mendicanti o gli extracomunitari che allungano le mani, non correva il rischio di essere scippata sul marciapiede sotto casa. I due simpatici anziani non dovevano proteggersi dai falsi esattori dell’Enel, nessuno suonava al loro campanello e tentava di intrufolarsi nella loro cucina per rubare la pensione. Nessuno cercava di entrare nel loro appartamento di notte. Non avevano bisogno di mettere allarmi. Erano ben protetti da un reggimento di corazzieri (290 uomini e 60 cavalli), 200 agenti di polizia, 250 carabinieri, 30 finanzieri e una quarantina di guardie forestali (che si occupano di pattugliare i boschetti dove Vittorio Emanuele inseguiva procaci contadinelle), oltre che da almeno quattro articoli del Codice penale fascista.

I nostri presidenti  non vanno neppure in giro sul tram come un re scandinavo, non vanno al supermercato come un presidente baltico, non tentano neanche qualche approccio “democratico”. Siamo certi che non hanno neppure il terrore di finire in un pronto soccorso o in una casa di riposo del Servizio sanitario nazionale. Nerone girava di notte travestito da popolano per sentire cosa si diceva di lui. Papa Wojtyla ogni tanto scendeva a San Pietro e confessava come un parroco qualsiasi. Cosa dovrebbe fare un Presidente per immedesimarsi con il ruolo dei suoi subalterni: nascondersi dietro un cespuglio e baloccarsi con un autovelox? Sicuramente non è neppure assillato dal bollino blu, non viene fermato per strada per verificare se ha il giubbino fosforescente. Nessuno gli manda cartelle pazze, non ha vicini di casa rumorosi che litigano in arabo nella notte, non deve stare in coda sull’autostrada.

I presidenti sono impesieriti da  tutti quei padani (ma anche sudtirolesi, sardi, siciliani e pure – maremma maiala! – qualche toscano) che vogliono dividere quello che la geografia, il Superenalotto e la Lega Calcio hanno unito. Li mettono di cattivo umore il Sole delle Alpi, la Croce di San Giorgio e il Leone di San Marco. Ma sono segni di libertà e non possono che fare del bene.

 

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