Quell’unione impossibile, riflessioni sul Belgio e una poesia di Rodenbach

di PAOLO L. BERNARDINI

La debolezza della costruzioni statuali artificiali, quasi tutte ottocentesche, come l’Italia, appunto, si vede bene leggendo la storia del Belgio, ormai ufficiosamente tripartito, con una capitale che fa vita a sé, e Valloni e Fiamminghi ai ferri corti, in attesa di andare (o piuttosto tornare) ciascuno al proprio destino. Da sempre, forse, perché, come per gli italiani, non fu mai possibile trovare per loro una base identitaria comune, che andasse aldilà di quella strumentalmente usata dalle potenze europee per creare lo stato cuscinetto belga negli anni Trenta dell’Ottocento, ovvero la comune appartenenza al Cattolicesimo, contro la supposta “heretica pravitas” degli Olandesi, come se fossero stati motivi religiosi e non economici la vera base della rivoluzione del 1830, che poi portò rovina con la distruzione del tessile a Gand e la caduta verticale dei traffici ad Anversa, porto ormai privato del traffico coloniale.

Che il Belgio come regno fittizio abbia mal funzionato fin dall’inizio è a tutti chiaro, comprato e venduto non solo nel periodo napoleonico, ma abbondantemente per tutto il periodo successivo alla creazione dello Stato belga, come testimoniano, tra l’altro, due libri molto interessanti di cui, a chi fosse interessato, suggerisco la lettura:il primo di Hervé Hasquin, La Belgique française 1792-1815, 1993, Editions Crédit Communal, e il secondo di Sébastien Dubois, L’Invention de la Belgique. Genèse d’un État-nation (1648-1830), 2005, Editions Racine, Bruxelles. Quasi simbolicamente la catena di violenze inflitte dalle potenze europee al Belgio si conclude con il ruolo conferito a Bruxelles nell’Unione Europea. Quel che avrebbe dovuto essere una compensazione si rivela come l’ulteriore oltraggio, tenere il cuore centralista di un meccanismo disumano all’interno di uno Stato ormai più o meno pacificamente avviato alla divisione. Essere “cattolici” non è collante sufficiente, se non si ragioni con criteri da Controriforma. Anche gli italiani sono “cattolici” o dicono di esserlo. Ma insieme non sono mai stati bene.

Del Belgio si parla poco nel mondo e qualcuno dubita perfino che esista. Tanto è vero che vi sono scrittori che si sono divertiti con questa battuta: Jo Gérard, Oui ! La Belgique existe, je l’ai rencontrée, 1988, Éd. J.-M. Collet, Bruxelles. Il Belgio ha subito ogni sorta di oltraggio soprattutto a partire da Napoleone per giungere a Hitler. Doveva essere lo stato-cuscinetto per eccellenza, la protezione perla Francia, in pochi giornila Wehrmacht lo ha devastato, e in Belgio si sono compiute le nefandezze naziste al completo: dalla deportazione di migliaia di ebrei e relativo sterminio, ormai studiati abbondantemente (ma come ultima località oggetto di interesse per gli storici dell’Olocausto), alla distruzione della biblioteca dell’università cattolica di Lovanio, uno dei capisaldi del sapere europeo dell’età moderna. Anche nel mondo internazionale, per molti studenti è difficile collocare il Belgio su di una cartina geografica, e certamente non è meta di quel turismo che tocca l’Olanda, ad esempio. E questo nonostante l’eguale ripartizione di bellezze tra mondo fiammingo e mondo francese, tra Anversa e Bruges, insomma, con luoghi interessanti ma ignoti ai più come Turnhout, all’estremo nord, che è sede di uno dei maggiori editori del mondo, Brepols. Per non parlare del fascino austero di Liegi.

Recentemente, sul Belgio ha richiamato l’attenzione degli studiosi e dei letterati un lungo articolo dello studioso americano Philip Mosley pubblicato sul TLS del 12 luglio 2013. Conviene tornarci per cercare di comprendere meglio il fallimento dell’ideale nazionalistico belga, perché la “nazione belga” è stata un’invenzione della tradizione a sostegno di un progetto di stato voluto soprattutto da potenze straniere, che forse si sarebbe retto bene se dall’inizio (come in Italia questo non accadde) si fosse istituito un governo federale veramente perfetto, e non estremamente carente come quello che poi effettivamente si è instaurato. Il modello svizzero sarebbe stato ottimo per il Belgio, ma così non fu. Non si crea una federazione con un re. Mosley, che insegna alla Pennsylvania State University, ha scritto questo articolo, “End of the road”, “la fine della strada”, per ricordare la morte dell’ultimo grande scrittore belga di lingua francese, Guy Vaes, “realista magico”, autore di un capolavoro, Octobre long dimanche, nel 1956, che, a quanto mi risulta, non venne mai tradotto in italiano (ma in inglese sì, con un certo successo). Vaes fu anche fotografo, come ricorda Mosley, e il volume da quest’ultimo menzionato, Les Cimitières de Londres, del 1978, è una vera chicca per bibliofili.

Ma il senso dell’articolo di Mosley è molto pervasivo: in Belgio non vi fu una letteratura nazionale perché in effetti esso si basò veramente su due tradizioni linguistiche affatto differenti, e all’interno della tradizione fiamminga, oltretutto, si inserivano le maggiori produzioni culturali, che oltretutto non erano letterarie, ma pittoriche: Rogier van der Weyden, van Eyck, ben note al mondo italiano. Una bella fatica costruire un canone letterario patriottico, non c’era un Dante da mettere a servizio, un Petrarca da prendere a nolo, un Boccaccio da asservire. E gli stessi scrittori francofoni successivi, altro non fecero che guardare a Parigi, alla vera capitale, in fondo Bruxelles è il posto dove fuggirono i rivoluzionari, giacobini e non solo, dopo Termidoro, per salvare la testa, e una volta a Bruxelles poco si interessarono della vita del borgo, tutti intenti a struggersi di nostalgia perla Franciae a scrivere i loro “mémoires”.

Ed ecco, oltretutto, una teoria di decadenti, ben poco inclini a cantare le sorti magnifiche e progressive del Belgio di Leopoldo II, cui era stato dato come possesso personale nientemeno che il Congo, una colonia in forma di proprietà privata, da saccheggiare con ogni dovizia di crudeltà e avidità. E allora abbiamo un Maeterlinck, sì, premio Nobel nei sospetti anni carducciani, tutto pregno di simbolisti cupi o svagati, o un inesistente Verhaeren, che divenne il Burns locale, il poeta della nazione, “en faute de mieux”, in mancanza di meglio, come si dice soprattutto in Francia. Naturalmente il nazionalista Emile Verhaeren in Italia venne tradotto abbastanza, e qualcuno si ricorderà della sua strana epopea “Il Belgio sanguinante”, tradotto in età fascista, ovviamente, insieme all’epopea bellico-lirica “Le ali della guerra”, tradotto nel 1917. Povere cose, ma significative di tutto un modo di pensare e scrivere la guerra.

Ora che le creazioni artificiali come Belgio e Italia seguono URSS e Yugoslavia nel mostrarsi al mondo nella loro natura di Frankenstein, piccoli mostri che da sempre hanno costretto a convivere realtà culturali e linguistiche differenti senza una forma federale non dico perfetta, ma che sarebbe stata necessaria anche imperfetta (in Svizzera non solo la divisione è linguistica, ma anche profondamente religiosa, eppure il Paese funziona eccome), ecco che tutti i nodi, compresi questi che possono parere minori, vengono al pettine della storia, quando addirittura muore un Vaes, classe 1927, e certo non una superstar letteraria, e si parla di fine di una tradizione, addirittura. Ma era ben fragile tradizione, senza nulla togliere a figure di fascino raro, e note in Italia, come quel Georges Rodenbach, finissimo esteta senza la cupa pesantezza e le smanie aviatorie e aviarie di D’Annunzio. A tutti noto per il successo del decadente e lancinante “Bruges-la-Morte”, del 1892, che ispirò la splendida opera di Erik Wolfgang Korngold “Die tote Stadt” del 1920 (e ovviamente siamo in ambito dannunziano, si pensi alle “città del silenzio”, appunto). Se Maeterlinck e Rodenbach fossero stati francesi, sarebbe stato, diciamolo, lo stesso.

A proposito, da Fazi venne pubblicata la traduzione italiana di “Bruges, la morta”, nel 1995. Una storia che dice molto anche politicamente: la storia di un uomo innamoratissimo della propria donna, che, alla morte di costei, va a cercarne una che le assomigli, la trova, ma si inganna. La nuova compagna è tanto volgare quanto la prima era elegante, tanto cattiva quanto la prima era buona. Non gli resta che ucciderla, insomma, per renderla pari alla prima moglie, nella fissità della morte, della “livella” appunto (per sdrammatizzare, mettiamoci un po’ di Totò…). Come sognare una patria primitiva, e andare a cercarla di nuovo nella realtà, e scoprire che non è come nell’utopia, non è come quella “prima volta”, o “prima donna”, che non è mai esistita, poi, a ben vedere. L’invenzione della nazione belga, appunto.

E allora concludo proprio con Rodenbach, poeta che mi è caro, sepolto in una tomba mirabile al Père Lachaise a Parigi, in compagnia di Jim Morrison, Colette e Molière, e numerosi altri, riportando qui una poesia, in un francese semplice e chiaro, che sembra ripercorre la metafora del Belgio, un gruppo allegro di gitanti si mette per mare, crea “una nazione” spensierata, ma al ritorno sulla riva le cose sono molto, molto diverse. Il poeta, dalla spiaggia, li osserva partire al mattino, e li vede ritornare la sera. Anche se credono di esserlo, non sono un equipaggio, anche se credono di esserlo, o qualcuno glielo fa credere, non sono una nazione.

PROMENADE EN MER

Un jour que nous étions au bout des estacades
À regarder les flots se briser par saccades,
Une chaloupe, avec des étrangers à bord,
Apparut tout à coup, prête à sortir du port.
Ils étaient pleins d’entrain : jeunes gens , jeunes filles
Qui, s’abritant un peu du vent dans leurs mantilles,
S’amusaient à laisser pendre leurs mains dans l’eau.

Le ciel très bleu formait un fond clair au tableau
Que n’aurait pas rendu le plus grand mariniste.

Les dames agitaient leurs mouchoirs de batiste
Et pour nous saluer se levaient sur leurs bancs.
Comme des violons, les cordes des haubans
Frémissaient et chantaient sous l’archet de la brise.
Le guidon ondoyait ; le foc de toile grise
Montait et s’abaissait comme un sein oppressé.
Deux marins, dans la barque, en tricot bleu foncé,
Tenaient le gouvernail et faisaient les manœuvres.
Les cordages glissaient ainsi que des couleuvres
Dans leurs gros doigts durcis comme des doigts d’airain ;
Et tous les passagers reprenaient le refrain
D’un ancien air flamand qu’on chante sur la côte.
Sous des parasols blancs, entassés côte à côte,
Ils riaient aux éclats, feignant d’avoir grand peur
D’un steamer qui virait, panaché de vapeur ;
Puis en signe d’adieu nous lançaient au passage
Quelques fleurs des bouquets parant chaque corsage
Tandis que les marins manœuvraient à l’avant !…

Mais bientôt le bateau poussé par un bon vent
Loin de nous, dans l’azur, s’envola sur les vagues,
Et l’on n’entrevit plus que les gonflements vagues
Des voiles qui fuyaient dans l’horizon des eaux
Et qui tremblaient au loin comme de grands oiseaux !…

Pendant une heure encor, nous autres nous restâmes
À regarder d’en haut s’exaspérer les lames
Contre les pilotis qu’escaladait la mer.
Moi j’éprouvais alors comme un plaisir amer
À déchiffrer, rêveur, sur ces rampes salies
Les noms, les bouts de vers, les serments, les folies,
Les dates, les croquis, les chiffres enlacés
Qu’ont gravés sur ce bois tant d’amoureux passés
Comme sur les troncs d’arbre au retour des kermesses !

Plût à Dieu que l’amour, moins traître à ses promesses,
Eût dans leur cœur aussi pénétré plus avant.

Pourtant le soir tombait et dans le ciel mouvant
Sur les nuages clairs que la brise balaye,
Rouge, le grand soleil saignait comme une plaie.

Tout à coup j’aperçus le bateau qui rentrait
Toutes voiles dehors, rapide comme un trait,
Incliné sur les flots qui le frangeaient d’écume !…
Et dans l’horizon vague où la nuit et la brume
Éteignaient le soleil sous leur double éteignoir
Cette barque semblait un catafalque noir

Qu’entouraient, — en perçant les premières ténèbres, —
Quelques astres pareils à des cierges funèbres !…

Plus de chants, plus de fleurs, d’aveux et de baisers !
Ils étaient là, tremblants, malades et brisés ;
Dans les voiles le vent gémissait comme un râle ;
On eût dit des noyés, tant chacun était pâle,
Et les derniers rayons du soleil s’affaissant
Mettaient sur leur pâleur comme un filet de sang !…

Les voyant abattus et la mine défaite
Eux qui tantôt semblaient partir pour une fête,
Je songeais : C’est ainsi du voyage d’amour.
Au matin de sa vie on s’embarque un beau jour
Les mains pleines de fleurs, et le cœur plein de rêves ;
Mais à peine s’est-on élancé loin des grèves
Où l’on goûtait en paix un calme indifférent
Que le charme vous quitte et la douleur vous prend,
Car sur ces flots menteurs qui cachent plus d’un gouffre
On chante quand on part — quand on revient on souffre !

(tratta da La Mer élégante, 1881). Tutta la splendida raccolta è leggibile online al seguente indirizzo: CLICCA QUI


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4 Comments

  1. Ferdinando Spada says:

    ” In Svizzera la divisione e’ profonda..eppure il paese funziona”. E’ da due secoli che questo piccolo popolo ha individuato nelle banche lo strumento economico per evolversi economicamente. Un popolo diviso su tutto, lingua, religione, ecc..che fino ai primi del novecento esportava ..mercenari, cioè carne da cannone, ha poi trovato la chiave per consolidarsi ed arricchirsi : RICICLAGGIO E RICETTAZIONE. Dal 1933 al 1945, il periodo d’oro, una massa enorme di denaro (depositato dagli Ebrei perseguitati dai “civili” tedeschi) e di lingotti d’oro(rapinati a tutte le banche nazionali dei Paesi invasi dai soliti..”civili” tedeschi) hanno permesso a questo popolo di furbissimi di arricchirsi. Per non parlare, poi, dei depositi di dittatori e criminali del pianeta terra. Questi due crimini nazionali(riciclaggio e ricettazione) consentono a questo paese di “funzionare”. Altro che l’onirico federalismo o la mentalità calvinista. Leggende dei siti leghisti..

  2. Lei li chiama “Privilegi localistici” io “libertà delle comunità”. Meglio farsi la guerra che morire di fame, ma tutto sommato per fortuna della Svizzera né l’uno né l’altro accade.
    Cordialmente!
    Paolo
    ps la guerra del Sonderbund fece 86 morti. Pace all’anima loro. Le guerre degli stati centrali qualcuno di più (86 milioni tra prima e seconda?) (un milione di volte di più …)

  3. CARLO BUTTI says:

    Mi scuso: volevo scrivere CANTONI PROTESTANTI

  4. CARLO BUTTI says:

    “In Svizzera non solo la divisione è linguistica, ma anche profondamente religiosa, eppure il Paese funziona…” E la guerra del Sonderbund? Se non vado errato fu guerra tra cantoni cattolici (escluso il Ticino) e cattolici protestanti, in un’epoca in cui il potere centrale di Berna era di gran lunga più debole di quello che sarebbe stato istituito dalla costituzione successiva. Dove si vede che un potere più accentrato (federale) risolve i problemi di un potere meno accentrato(confederale), ponendo fine non solo alle cosiddette “guerre di religione” (in realtà guerre per il mantenimento di privilegi localistici), ma anche al protezionismo doganale dei diversi territori cantonali. Ma allora non è sempre vero che decentrare è bello e accentrare brutto e cattivo…

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