Quello sciopero della fame dei giornalisti di Famiglia Cristiana e la misericordia degli editori

famiglia cristianaUna giornata di digiuno e di sciopero dei giornalisti di Famiglia Cristiana, voce storica della società e della Chiesa italiana, per salvare la testata e lanciare un “drammatico grido d’aiuto”. E’ la decisione, presa all’unanimità, che ha portato l’altro giorno alla protesta più estrema, dopo la scelta votata dall’assemblea dei giornalisti della Periodici San Paolo, che pubblica le testate Famiglia Cristiana, Credere, Jesus e Il Giornalino. “Purtroppo – si legge nel documento approvato all’unanimità -, l’autorevolezza e la qualità delle nostre riviste sono sempre più minacciate da una politica aziendale miope e di corto respiro che considera tutti i lavoratori, giornalisti e impiegati, soltanto una riga di costo del bilancio mortificandone la dignità professionale”. Dopo quasi tre mesi di trattative, infruttuose, tra l’Editore e il Comitato di Redazione sul rinnovo degli accordi integrativi aziendali disdettati unilateralmente dall’azienda nel giugno scorso “siamo costretti, nostro malgrado, a questo gesto simbolico che non ha precedenti nella quasi centenaria storia di Famiglia Cristiana”.

“Con questo digiuno – spiegano i giornalisti della Periodici San Paolo – vogliamo esprimere tutta la nostra preoccupazione per il futuro delle testate e dei nostri posti di lavoro e per denunciare l’accentramento di tutti i poteri e le funzioni nelle mani di una sola persona”. Inoltre, “vogliamo denunciare con sgomento che l’azienda non ha alcuna idea seria e credibile di futuro, rappresentata dall’assenza di un piano industriale degno di questo nome, se non quella di tagliare lo stipendio dei giornalisti e impiegati imponendo solo tagli, sacrifici e umiliazioni. L’azienda non può chiedere ai giornalisti la collaborazione per lanciare nuovi prodotti editoriali senza metterli nelle condizioni di poter svolgere il proprio lavoro”.

Con questo digiuno, proseguono, “vogliamo dire no alla logica del ricatto da parte dell’azienda che vuole continuare ad agire, in maniera indiscriminata, sul taglio degli stipendi dei giornalisti e degli impiegati chiedendo un impegno di lavoro quasi triplicato”. Di questo passo, “fra qualche mese, anche percepire lo stipendio diventerà agli occhi dei vertici aziendali un odioso privilegio da estirpare in nome della crisi”.

I giornalisti della San Paolo respingono “con forza il pregiudizio aziendale che ci considera dei privilegiati e degli irresponsabili dopo quattro anni di ammortizzatori sociali: solidarietà e cassa integrazione” (vicedirettori “costretti a dimettersi o collocati in cassa integrazione a zero ore”; un’intera redazione “costretta a subire una pesantissima decurtazione dello stipendio per evitare il licenziamento di sette colleghi alla vigilia del Natale 2015”; per gli impiegati non giornalisti cassa integrazione fino al 50, 70 e anche 100%, con casi di persone “messe letteralmente alla porta”).

Con questo digiuno, concludono, “vogliamo gridare tutta la nostra indignazione perché, a causa dell’atteggiamento di questa dirigenza, è venuto meno lo spirito di collaborazione tra credenti laici e consacrati sancito dal Concilio Vaticano II” e che “fino a qualche anno fa, pur nella diversità di vedute, è stato vissuto con successo” nella Periodici San Paolo. Da parte sua l’azienda editoriale, la Periodici San Paolo esprime perplessità per la protesta dei suoi redattori. E, in una nota, parla di “costernazione, stupore e rammarico per la pubblicazione del Comunicato dei giornalisti” con cui viene proclamata la giornata di digiuno e di sciopero per il 14.

L’Editore dei periodici, tra cui Famiglia cristiana, giudica “i toni utilizzati dai giornalisti aggressivi”, i contenuti che “lasciano allibiti” per i “tanti insulti, attacchi personali, vere e proprie falsità, ricorso artificioso a luoghi comuni che nulla hanno a che vedere con la problematica, nessuna apertura o proposta ma tanta gratuita e immotivata indignazione”. L’Editore rileva poi come la protesta sia stata dichiarata “a fronte di due incontri già fissati per mercoledì 13 dicembre (con il Comitato di Redazione) e per martedì 19 dicembre a Roma presso il tavolo nazionale (con Cdr, Fieg e Fnsi)”. Quindi, evidenzia, non si comprende l’accusa all’azienda di non essere “disponibile al dialogo e al confronto.

Va detto che da settembre in poi quasi ogni settimana i responsabili aziendali si sono seduti attorno a un tavolo con il CdR per trovare insieme una strada che permettesse di far fronte alla grave situazione economica e ponesse le basi per una ripresa sì da assicurare un futuro di lavoro per tutti”. L’azienda aggiunge che e’ pure stata fatta un’assemblea con i giornalisti “per condividere con tutti la difficile situazione” e che “si sta dimenticando lo sforzo fatto in questi anni difficili dal Gruppo Editoriale per preservare per quanto possibile l’occupazione”.

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2 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Purtroppo la crisi economica e la politica miope, quando non e’ furbesca e kriminale, colpisce tutti indistintamente.
    Da parte mia sto gridando al mondo che mi ridiano la -scala mobile-. Tutto INVANO.
    Vedete, ieri con 100.000£ facevi il pieno del carrello della spesa.
    Oggi per fare lo stesso pieno ti servono 200,00€.
    Il REGIME vuole il SILENZIO su questo tema… e cosi’ e’.

    Potrei fare anch’io lo sciopero della fame e o minacciare di darmi fuoco… tanto so che NESSUNO (Ulisse non c’entra) mi baderebbe.
    Comunque la crisi economica in particolare della stampa cartacea (altro che crescita) e’ da tanto che e’ a certi livelli e come una peste prima o poi colpisce tutti belli o brutti che si sia.

    Gia’ nel lontano inizio anni ’90 ebbi una specie di scontro con un settimanale cattolico (meglio kattoliko?). Per non parlare di un giornalista che vi scriveva… e’ allenato alla menzogna o alle omissioni. Che futuro avra’ mo questo scriba..?

    E’ sicuro che i lettori quando scoprono che quello che trovano scritto non corrisponde al vero abbandonano la testata come potrebbe capitare con la scuola (meglio KST) se non fosse imposta per legge e il riferimento e’ alla STORIA BEORIA e quel che ne segue perche’ il regime kattokomunistaislamiko lo vuole.
    A proposito, che arretratezza in TV sugli spot “natalizi”…
    Siamo a dopo il tempo del SODOMA E GOMORRA..?
    Di chi e’ la colpa se non della TESTA..?
    La TESTA, questa MALATA..!!
    Auguri…

    PS:
    ricordate che e’ sempre la BANDA DEI QUATTRO a tirare gli spaghetti delle MARIONETTE.

  2. caterina says:

    con la crisi dell’identità cristiana favorita dal Vaticano stesso non riesco a capire come possa sopravvivere una testata che nell’enunciato si presenta come confessionale, ma sicuramente non nelle aspettative di chi ci lavora!
    Perciò, o la sovvenziona il Vaticano anche ricorrendo a contribuzioni spontanee di sostenitori, o quelli che ci lavorano e non si rassegnano a farlo sempre meno retribuiti si cerchino lavoro altrove come succede in tutte le aziende in crisi… Se oltre allo stipendio ci tengono alla fedeltà al proprio credo, non vedo come non possano farlo in qualsiasi altra testata che invece gode di contributi statali come sappiamo… e non credo che i rispettivi editori siano così masochisti da privarsi di rubriche che possono interessare a un sacco di lettori che hanno ancora interesse ad argomenti che attengono alla chiesa cattolica e non.
    Il mercato ha le sue leggi ferree e sembra impossibile adattarle ad altre esigenze…

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