Quelle imprese made in Italy morte in Libia

voto libiadi Riccardo Pessarossi – Montagne Verdi, così si chiamava il progetto di Sidi Al Hamri, una new-town che doveva sorgere in Cirenaica ad opera di una joint-venture italo libica, guidata dalla Friulana Bitumi. Dopo la rivoluzione del 2011 sono rimasti in piedi solo il campo base e le strade di accesso. Oltre a 250 milioni di crediti, nell’indifferenza dello Stato Italiano.

Perché l’Italia, che appoggiò i raid contro Gheddafi, ha abbondonato i suoi imprenditori impegnati in Libia nel tentativo di ottenere i crediti che gli spettano? A Sputnik Italia racconta la sua testimonianza Giuseppe de Cecco, direttore della Friulana Bitumi e contitolare dell’ impresa InArCo, incaricata della realizzazione della città di Sidi Al Hamri.

Quale progetto avevate realizzato in Libia?

La città di Sidi Al Hamri, nell’area delle Montagne Verdi, a 30 km a sud di Cirene. Si tratta di un progetto totalmente innovativo per la Libia. Fu proprio il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, a scrivere la Dichiarazione di Cirene secondo cui tutti gli insediamenti che dovevano sorgere nell’area delle Montagne Verdi dovevano rispettare i criteri della sostenibilità. L’area si colloca a 800 metri d’altezza sul livello del mare ed era destinata a pascolo. Le strade sono state progettate seguendo le curve di livello del terreno,  le aree abitative prevedevano un misto di case unifamiliari, tipiche del mondo arabo, e condomini, per tutelare la privacy delle persone senza creare disparità sociale. Nel progetto c’erano piste ciclabili e percorsi pedonali, edifici alimentati da fonti rinnovabili.

Per realizzare tutto questo i libici si affidarono ad un impresa italiana?

Esatto. Nella primavera 2008 realizzammo e ricevemmo l’approvazione del progetto per una parte della nuova città di Sidi Al Hamri. Il progetto piacque al minstero delle Infrastrutture libico e ci chiesero di curare il masterplan di tutta la città.  In generale in tutto il progetto delle Montagne Verdi i libici coinvolsero gli stranieri: la supervisione era affidata alla società americana AECOM, i lavori generali erano diretti da un’impresa di Abu Dhabi, la realizzazione delle abitazioni progettate da noi era stata affidata ad un’impresa cinese, la Sinohydro che in patria aveva un milione di dipendenti. I lavori iniziarono a fine 2010. Oltre alle Montagne Verdi  venimmo inoltre incaricati di progettare ed eseguire 180 ettari di infrastrutture della città di Cirene e successivamente di progettare 930 ettari di infrastrutture della città di Tobruk.

 

Pronti, via partono i lavori e poi, esattamente cinque anni fa, scoppia la rivoluzione libica. Capì subito che per voi era l’inizio della fine?

Il 15 febbraio 2011 iniziò la rivoluzione a Benghazi, mentre era il 16 febbraio del 2011 quando scoppio la rivoluzione ad Al Bayda. Venerdì 18 febbraio 2011, dopo tre giorni di scontri decidemmo di rientrare in Italia. L’aeroporto di Al Bayda era inagibile così a bordo di un furgone arrivammo a Benghazi che era il fulcro da cui iniziò la rivolta libica. Grazie a una informazione di un amico di Tripoli riuscimmo a imbarcarci su un volo serale per la capitale e da lì, la domenica successiva, tornammo in Italia. Pensavamo di stare poche settimane, invece quando iniziarono i raid della NATO capii che il rientro in Libia non sarebbe avvenuto a breve.

Che sorte hanno subito i vostri progetti?

Qualche mese dopo la rivoluzione abbiamo avuto un incontro con i responsabili del Ministero delle Infrastrutture libico per discutere tutti i contratti che ci erano stati affidati. Decisero di sospendere la realizzazione della città di Sidi Al Hamri, mentre su Cirene e Tobruk ci chiesero di completare i progetti.

Nonostante l’instabilità nel paese, decideste di andare avanti lo stesso?

Si, per un motivo molto semplice. Se non concludi il progetto, non può essere approvato. E se non lo fai tu lo fanno altri. Vede, negli anni che sono stato in Libia, ho sempre notato da parte dei libici un apprezzamento nei nostri confronti. Nonostante lavorassimo in un contesto internazionale, le abilità progettuali che avevano le imprese italiane, non erano assicurate da altri. Anche per questo andai avanti, indebitandomi con le banche,  ma sperando che i libici ci pagassero e lo Stato italiano tutelasse i nostri interessi.

Quali strumenti aveva lo Stato Italiano per intervenire in vostro aiuto?

Il Trattato di Amicizia tra Italia e Libia firmato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi, che prevedeva un risarcimento di 5 miliardi di euro, con accantonamenti annuali di 225 milioni di euro. Nel 2011 su richiesta del governo Monti venne chiesto alla Camera di Commercio un consuntivo dei crediti maturati dalle imprese italiane in Libia: il totale era di 228 500 000 di euro, poco più dell’importo annuale del Trattato di Amicizia. Inoltre c’erano i beni di proprietà libica in Italia, congelati dopo il cambio di potere, che ammontavano a oltre 9 miliardi di euro. Il parlamento europeo, nel novembre 2011, autorizzò l’utilizzo di tali fondi per liquidare i crediti delle imprese italiane impegnate in Libia. Purtroppo ciò non venne mai attuato. Lo Stato invece ci disse che dovevano essere usati per opere umanitarie.

I soldi del Trattato di Amicizia invece che fine hanno fatto?

Non so se sono stati spesi tutti. Il governo Letta li ha spesi per ristrutturazioni edilizie e in parte, anche giustamente, per la cassa integrazione. L’attuale governo Renzi ha utilizzato parte di questi fondi nella legge di Stabilità del 2015, per realizzare le piste ciclabili.

Berlusconi mostra a Gheddafi le foto dei nipotini nell'incontro di Bengasi del 2008
© AFP 2016/
Berlusconi mostra a Gheddafi le foto dei nipotini nell’incontro di Bengasi del 2008

Da un lato l’Italia si è cucita il ruolo di risolutore della crisi libica, dall’altro però ha chiuso gli occhi di fronte agli gli interessi delle sue imprese che vi lavor(ava)no e la conoscevano bene?

Si, il tutto mentre altri paesi, tra cui anche quelli più attivi nell’intervento militare dopo la rivoluzione, operano diversamente. Le aziende di Turchia, Francia, Cina, USA, hanno una “protezione” forte da parte dei rispettivi governi. Noi, piccole e medie imprese italiane che come unica colpa avevamo quella di lavorare in Libia, siamo stati dimenticati. Con noi è andato perso un patrimonio di competenze e fiducia che si era creato sul territorio libico ed era comunque solido, anche dopo la rivoluzione.

E’ ancora tornato in Libia?

Certo, sono andato in Libia quattro volte a mio rischio e pericolo nel solo 2015. Sono stato a Tripoli, sede del ministero delle Infrastrutture libico per chiedere spiegazioni.per avere informazioni sui pagamenti e per completare le approvazioni dei progetti. Ora in Libia manca la sicurezza. Non c’è la facilità di movimento che avevi un tempo. Nel 2014 con l’avvento dei due Governi è problematico capire chi comanda. E pericoloso muoversi da soli e prendere un taxi, perché non sai che idee ha l’autista nei riguardi degli italiani. Tuttavia, a differenza da quello che scrivono e dicono, a Tripoli c’è una certa normalità: sono rimasto stupito la prima volta che andavo l’anno scorso quando ho visto la spiaggia piena di bambini e famiglie e così anche i giardini pubblici. I problemi erano in periferia. Manca l’acqua, manca la corrente. Ci sono sospensioni di 7-8 ore al giorno, chi può si compra un generatore, gli altri si arrangiano.

Sulle Montagne Verdi, dove avevate i cantieri  è mai tornato?

In ottobre del 2013 sono stato li l’ultima volta. In piedi e’ rimasto tutto quello che avevamo fatto perche’ non poteva cadere.  Erano state eseguite le piste che si vedono anche da Google. Avevamo predisposto le fondazioni per costruire il nostro campo base ed i cinesi avevano iniziato a costruire le fondazioni di alcuni condomini che sono ancora lì ed anche il loro campo base. Sono opere che difficilmente si demoliscono anche perchè non c’è stata battaglia su quell’area. Invece, con mio rammarico, ero andato a fotografare la tomba di Mohamed Sidi Al Hamri, dal quale ha preso il nome la città, e l’ho trovata demolita. Mi hanno riferito che sono stati gli integralisti di Derna, che era la base degli islamici radicali, anche quando c’era Gheddafi.  L’ISIS era a Derna, poi si sono spostati a Sirte.

  • La zona dove iniziarono i cantieri di Sidi al Hamri fotografata da Google Maps oggi
  • Il rendering della città di Sidi Al Hamri
  • La tomba di Sidi al Hamri
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© FOTO:
La zona dove iniziarono i cantieri di Sidi al Hamri fotografata da Google Maps oggi

Putin aveva ragione quando all’ONU ha detto “vi rendete conto di quello che avete fatto” riferito alla politica dei paesi occidentali nel mondo arabo?

Col senno di poi, si. Aveva ragione, e purtroppo ha ragione. In Libia è scoppiato un putiferio, ma perché? Con le risorse che ha la Libia e pochi quanti sono potevano stare apposto per decenni. Invece dopo la rivoluzione c’è stata la guerra civile ed i due governi, di Tripoli e Tobruk.  Quello di Tobruk, appoggiato dagli egiziani, ad esempio ha mandato via tutti i turchi, che invece possono venire in Tripolitania. Ci sono i voli Istanbul-Tripoli, ma non su Tobruk. Forse qualcuno ha capito?

Come potranno cambiare le cose con il nuovo governo di conciliazione formato in questi giorni?

Speriamo che il nuovo governo riesca a insediarsi a Tripoli e diventi il governo della Libia. Spero che con il suo insediamento vengano liquidati i crediti alle imprese italiane che lavoravano in Libia prima della rivoluzione. Purtroppo alcune imprese sono fallite senza colpa, nell’indifferenza delle Istituzioni italiane. Siamo rimasti in pochi a chiedere quello che ci spetta, quindi penso che ci liquiderebbero anche in fretta. Invece la nostra storia è passata nel silenzio dei mass media. Se ripenso a quello che ho passato in cinque anni, capisco lo stato d’animo di molti di quelli che decidono di farla finita.

Leggi tutto: http://it.sputniknews.com/italia/20160217/2113398/Imprese-italiane-lasciate-fallire.html#ixzz40ik3UYi2

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