Quel gas d’Egitto salverà chi era alla canna del gas?

di FABRIZIO PATTIeni_egitto
Dopo la scoperta: non è detto che fili tutto liscio, ma è un’indubbia vittoria della strategia “mediterranea” di Descalzi su quella “russa” di ScaroniOra comincia il bello: gli investimenti che Eni dovrà effettuare nel super-giacimento di gas appena scoperto al largo dell’Egitto sono nell’ordine di 7 miliardi di dollari. La stima è arrivata dal responsabile della compagnia petrolifera di stato egiziana, Egyptian Natural Gas Holding Company (Egas), Khaled Abdel Badie, secondo il quale il solo investimento iniziale per il giacimento di gas di Zohr ammonta a circa 3,5 miliardi di dollari.

L’Eni non sarà sola nel predisporre le operazioni di estrazione. A essere coinvolte saranno decine di aziende fornitrici, specializzate nell’estrazione offshore. «Questa scoperta può rappresentare un grande polmone per l’industria italiana dell’estrazione offshore, che ha comestorico epicentro Ravenna e che sta passando anni durissimi a causa del basso prezzo del petrolio e del gas», commenta Goffredo Galeazzi, direttore responsabile di Staffetta Quotidiana, una delle riviste più autorevoli in Italia nel campo dell’energia. Anche l’effetto sull’occupazione potrebbe essere di una certa rilevanza, perché in piattaforme di dimensioni simili lavorano 2-3.000 persone. Vista la rilevanza dell’operazione, si dovrebbe passare non da un affidamento diretto ma da una gara internazionale. «Serviranno molte infrastrutture energetiche e le imprese italiane hanno la capacità», aggiunge Galeazzi. Alla gara dovrà partecipare la stessa Saipem, pur essendo una controllata di Eni.

Anche se agli operatori non era passato inosservato l’attivismo dell’Eni negli ultimi mesi, nulla toglie alla straordinarietà della scoperta di qualche giorno fa: non solo perché è una delle dieci identificazioni maggiori per metri cubi di gas (fino a 850 miliardi, equivalenti a 5,5 miliardi di barili di petrolio equivalente), ma perché rispetto ad altri contesti l’estrazione dovrebbe costare meno. Circa un terzo dell’estrazione nell’Artico e un quinto del fracking negli Usa, stimaDavide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Stando alle stime diffuse dalla stessa Eni, il Cane a sei zampe ha la possibilità di reggere investimenti con un prezzo depresso, fino a 40-45 dollari al barile.

 

Per arrivare a questi risultati dal punto di vista tecnologico la chiave è stato un supercomputer dell’Eni nella sede di Pavia, che ha elaborato miliardi di informazioni al secondo, sulla base delle informazioni che arrivavano dalle esplorazioni al largo dell’Egitto, fino a indicare che a 1,5 chilometri di profondità c’era un serbatoio scappato a tutte le rilevazioni precedenti. Dal punto di vista strategico la chiave è stata invece la scelta di puntare sul Mediterraneo. È stata una decisione attribuibile all’attuale amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che ha costruito la sua carriera principalmente nel Continente Nero (la moglie Madeleine inoltre è originaria del Congo). Già negli anni Ottanta Descalzi ha lavorato tra Libia, Nigeria e Congo, nel 1994 ha assunto il ruolo di managing director della consociata Eni in Congo e nel 1998 è diventato vice presidente e managing director di Naoc, la consociata Eni in Nigeria. In seguito nei suoi incarichi ha sempre seguito anche l’Africa e il Medio Oriente. La sua decisione di puntare sull’Africa è stata letta come una svolta rispetto alla gestione di Paolo Scaroni, il precedente amministratore delegato, molto legato all’Asia e alla Russia di Putin in particolare, oltre che al pozzo senza fondo (in termini economici) di Kashagan, in Kazakistan.

Eni opera in Egitto non direttamente ma attraverso la controllata Ieoc, seguendo una tradizione iniziata dallo stesso fondatore Enrico Mattei. Con Ieoc detiene il 100% della licenza per l’estrazione del pozzo ‘Zohr 1X’ nel blocco Shorouk e ne è l’operatore, dopo aver vinto nel 2014 una gara per un contratto sottoscritto con il ministero del Petrolio egiziano e con la Egyptian Natural Gas Holding Company. Potrebbe però vendere una quota della licenza per finanziare gli investimenti, che in questi casi sono a carico dell’operatore. Ha già fatto così in Mozambico, dove ha ceduto gradualmente le partecipazioni. Eni è operatore dell’Area 4, nell’offshore del Paese Africano, con una partecipazione indiretta del 50% detenuta attraverso Eni East Africa, che detiene il 70% dell’Area 4.

Proprio il caso del Mozambico dovrebbe indurre alla prudenza, spiega Galeazzi. Nonostante anche in quel caso si sia trattato della scoperta di un super-giacimento, i lavori ad anni di distanza non sono ancora partiti, a causa principalmente della scarsa domanda e dei prezzi bassissimi del petrolio e del gas. Nel caso egiziano, se non avverranno complicazioni le cose dovrebbero andare più spedite; lo stesso Descalzi ha anticipato che intende attivare l’impianto entro la fine del periodo di “strategy” 2015-2018 e già si parla di un biennio necessario per costruire gli impianti. Il motivo della maggiore velocità, oltre ai costi minori di estrazione rispetto al Mozambico, sta nel fatto che Eni lavora in Egitto da sessant’anni e ha già impianti nella vicina zona di Port Said.

Tra questi si conta l’impianto di liqueazione di Damietta, che potrebbe portare il gas verso l’Europa e quindi anche l’Italia, una volta soddisfatta la domanda dell’Egitto, che negli ultimi anni da Paese esportatore era diventato importatore di idrocarburi. Nel caso arrivasse in Italia, sarebbe necessario attivare impianti dirigassificazione. Potrebbe essere necessario accelerare il progetto di Falconara, vicino Ancona, e forse addirittura il contestato progetto di Porto Empedocle (Agrigento) spiega Tabarelli. Secondo Galeazzi, tuttavia, non sarà necessario, perché attualmente i tre impianti esistenti, a Livorno e nell’Adriatico sono praticamente fermi.

Fonte  http://www.linkiesta.it/eni-giacimento-egitto-opportunita-aziende-italiane?

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